La notte di San Giovanni

Il Papa Re aveva l’estate due grossi problemi: il primo era il clima afoso, peggiorato rispetto ad oggi dal rischio della malaria.

Se i nobili, con le loro corti e gli imbucati vari, scappavano nei loro feudi in campagna, il resto della popolazione rimaneva a casa e doveva essere tenuta buona tramite forca, farina e feste.

Il secondo problema era il tradizionalismo del popolo romano che pretendeva dopo secoli di celebrare le feste dei loro antenati, pure cambiate di nome. Così l’Estate diventata lo scenario dei grandi eventi religiosi: San Giovanni, Santi Pietri e Paolo, La Madonna de Noantri, la Madonna della Neve, San Lorenzo e Ferragosto.

Eventi che distraevano il popolo e mantenevano la continuità della tradizione, rafforzando l’identità cittadina.

La festa di San Giovanni non era che quella di Fors Fortuna, il compagno della Fortuna Primigenia, la Dea Madre dei latini, simbolo sia del potere sovrano sia l’origine della vita, fondendo in un unico culto la gerarchia uranica della potenza e quella tellurica della genealogia.

Fors Furtuna, il suo compagno, non era che uno dei tanti nomi di Pico, l’eroe tribale e antenato magico dei Prisci Latini. Nella sua festa,tutta la plebe e in genere tutti i poveri si recavano a invocare lui e la sua compagna, passando la giornata in allegria. Sul Tevere molti festeggiavano su barche inghirlandate e si ubriacavano fino a notte fonda.

Nella Roma papalina, invece, il popolino credeva come la notte di San Giovanni, i fantasmi di Erodiade e di sua figlia Salomè che avevano fatto decapitare il Battista e per questo condannate a vagare per il mondo su una scopa per espiare la colpa, chiamassero a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano.

Che nell’Urbe non erano poi così diffuse: l’unico caso certo fu quello di Finicella, che

“diabolicamente occise de molte criature ed affattucchiava di molte persone”

ed ebbe come inquisitore San Bernardino da Siena.

Comunque, a scanso di equivoci e seguendo il principio del meglio prevenire che curare, i romani si mobilitavano per impedire il Sabba

La gente partiva da tutti i rioni di Roma, al lume di torce e lanterne, e si concentrava a San Giovanni in Laterano, all’epoca estrema periferia della città, per pregare il santo e a mangiare le lumache nelle osterie e nelle baracche appositamente predisposte per la festa. Le lumache erano un piatto di prammatica, perché la tradizione voleva

“ tante lumache, tante corna per le streghe”.

Tutti i partecipanti, prima di uscire di casa per andare in Piazza San Giovanni, provvedevano a rovesciare sull’uscio di casa una manciata di sale grosso ed a porvi vicino una scopetta di saggina: questo per non far entrare le streghe in casa poiché, essendo degli esseri estremamente curiosi, oltre che dispettosi, esse si sarebbero fermate sull’uscio a contare i grani di sale ed i fili di saggina. Così facendo, però, avrebbero perso ore preziose e sarebbero state sorprese, all’alba, dai raggi del sole, che le avrebbe dissolte, essendo loro degli esseri notturni.

Davanti San Giovanni, si bisbocciava, si beveva e soprattutto si faceva rumore con trombe, trombette, campanacci , tamburelli e petardi di ogni tipo, in modo da impedire alle streghe di avvicinarsi.

E nell’occasione, al grido di

San Giovanni, nun me micchi e nun me inganni

si chiarivano litigi, si stringevano comparati e promesse di matrimonio. Intanto, il pavimento della basilica era coperto di era coperto di frutta, erbe e fiori. L’altare era adornato di chiodi di garofano benedetti e poi distribuiti ai vescovi e al popolo per la loro salute spirituale e corporale

La festa si concludeva all’alba quando il papa, dopo lo sparo del cannone di Castel Sant’Angelo, si recava al Laterano per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche, dopo la quale dalla loggia della basilica gettava monete d’oro e argento

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