Intervista a Ernesto Tomasini

Ernesto Tomasini è uno di quegli artisti di cui gli italiani dovrebbero sentirsi orgogliosi: performer poliedrico che nella sua lunga carriera ha rappresentato e continua a rappresentare un esempio concreto di contaminazione creativa, passando con stile ed estro dal cabaret al teatro, dalla musica cameristica alla sperimentazione sonora e vocale; la sua voce dall’estensione di 4 ottave ed il suo stile performativo originale, lo hanno consacrato figura cult in grado di scuotere l’universo lirico dai tempi di Klaus Nomi.
CreativiNA ha avuto l’onore di condividere frammenti del suo lavoro durante la settimana “on stage” intitolata, non a caso: “Voice of excellence”. Nel marzo 2012, infatti, Tomasini è stato inserito nel libro “Eccellenza Italiana” (con prefazione del Presidente della Repubblica), nel quale è annoverato fra gli italiani che “nei vari settori artistici, istituzionali e sociali hanno reso grande il Bel Paese”.

Ciao Ernesto.
La voce dell’eccellenza: quale titolo più indicato. Sei una persona conosciuta anche per la tua grande umiltà, eppure: cosa prova un artista insignito di tal onorificenza, rapportandosi all’attuale mondo della musica pop italiana? Panorama questo, ormai congestionato da voci tutte un po’ simili fra loro e che, diciamolo pure, sembrano fare a gara per la nota più alta o il vibrato migliore.

L’onorificenza un po’ mi fa sorridere e un po’ mi fa piacere. Gli eventi politici degli ultimi 15 anni avevano messo in crisi il mio orgoglio nazionale. Adesso, invece, l’inserimento fra le eccellenze di un paese che ha riconquistato il rispetto dei media esteri, è sicuramente più edificante!

Vivo nel Regno Unito da una ventina d’anni, quindi la pop italiana contemporanea non la conosco affatto ma il fenomeno dell’appiattimento degli stili e l’ossessione per la nota più acuta, affliggono anche i cantanti più giovani di certo pop inglese e americano. Le ragioni sono, in parte, da attribuirsi ai sempre più numerosi talent show televisivi. La musica è diventata un pretesto per i colpi di scena, i momenti strappalacrime e i consigli per gli acquisti. L’arte del canto si è dovuta piegare alle leggi di un circo mediatico, manovrato da giudici/produttori, che vivisezionano al microscopio ogni biscroma, per adattarla alle esigenze del loro mercato. E, come se non bastasse, ai cantanti viene chiesto di evolversi nel corso di una serie televisiva, piuttosto che attraverso lunghi anni di gavetta. In un contesto del genere, geni del passato come Nina Simone o David Bowie, non avrebbero avuto speranze.

Arte, teatro, cabaret, musica lirica, sperimentazione: quanto un artista camaleontico come te può essere d’esempio e di spunto oggigiorno?

Amo molto la “professione” e mi sono imposto, sin dall’inizio, di invaderla e contaminarla attraverso i generi che menzioni, certo, ma anche con il varietà, la performance art, il cinema, la televisione, la radio, il doppiaggio. Non credo che esista esperienza nella quale non mi sia tuffato: Operazioni commerciali ed esperimenti underground. Successoni strepitosi e fiaschi clamorosi. Ho debuttato alla Royal Albert Hall e alla Royal Vauxhall Tavern. Ho registrato il tutto esaurito in Messico e ho scandalizzato gli americani. Ho manovrato burattini e ho indossato maschere. Ho ballato il tango e ho fatto acrobazie. Mi sono vestito da donna e trasformato in alieno. Ho declamato Shakespeare e ho interpretato Kroetz. Ho fatto ridere con Feydeau e ho commosso con Kruczkowski. Ho ballato con Lindsay Kemp e civettato con David Hasselhoff. Ho cantato con una dei Dimbleby e provato con i Fò. Ho recitato nelle mie commedie e mi sono esibito in quelle dei miei amici (e nemici). Ho abbandonato una produzione urlando parolacce e ho fatto spettacoli di beneficenza. Ho vinto premi e perso audizioni… e potrei continuare per ore!
Non so se questo può essere d’esempio, forse no, dal momento che si tratta di scelte molto personali. In generale, però, credo che chi sia stato selezionato dalle Buone Fate come destinatario di un talento, abbia il dovere imperativo di esplorarlo, svilupparlo e soprattutto metterlo alla prova. In fin dei conti, la mia poliedricità non è altro che la conseguenza delle numerose sfide che lancio a me stesso. Nei miei rari stage presso le scuole di teatro, dico sempre agli studenti di non accontentarsi mai di ciò in cui eccellono. E’ facile cadere in quella tentazione. Devono spingersi oltre e – se non gli viene istintivo – devono sforzarsi di guardare il mondo da ottiche “diverse”. Un performer deve essere capace di morire, per poi risorgere in scena, trasmutato. I nostri antenati erano stregoni!

Quali sono i tuoi riferimenti artistici?

I miei riferimenti più forti rimangono le radici da cui provengo: Palermo, dove sono nato e cresciuto; i suoi colori, le sue puzze, i personaggi accaldati che la animano, i mari sconfinati che la imprigionano… ma, soprattutto, i miei genitori. Ho avuto la fortuna di essere figlio unico di due esseri umani straordinari. Da sempre trangugio il loro senso dell’umorismo, la loro drammaticità, la loro soavità, la loro sfavillante follia! Una scuola impagabile!

Alla morte di Michael Jackson, tutti si sono scoperti ispirati da lui, stessa cosa con Whitney Houston e non meno con Amy Winehouse… Rispetto a parte per cotanti personaggi, è possibile che per la maggior parte dei musicisti o cantanti contemporanei, i punti di riferimento siano i “soliti”?

Difficile entrare nella testa di ogni musicista. Gli artisti sono anche persone e le loro scelte sono dettate dalle loro esperienze. Io ho cominciato questo lavoro da giovanissimo e di conseguenza ho subito conosciuto personaggi importanti che mi hanno indicato vie “insolite”. Ma, soprattutto, sono sempre stato un ribelle ad oltranza. Forse quelli che eleggono la (strepitosa) Houston come idolo da emulare, non lo sono. Attorno ai 15 anni feci una sorta di patto con me stesso: non avrei mai ascoltato musica della seconda metà del 20esimo secolo. Trovavo la “ribellione” dei miei coetanei – espressa attraverso Vasco o i Pink Floyd – assolutamente illusoria. Poi c’erano quelli che cadevano in un calderone altrettanto aberrante (per me, allora), quello della scena dark, a suon di Cure e Bauhaus. Io volevo ribellarmi anche alla ribellione! Così mi interessai alla musica che i giovani non amavano. Cominciai a collezionare le prime registrazioni mai fatte (trasposte su vinile) e in pochi anni diventai un piccolo esperto di musica obsoleta o astrusa. Mettevo a dura prova i nervi degli amici a cui imponevo le mie audiocassette nell’autoradio. Poi, anni dopo, cominciai a frequentare una discoteca dove il dj, Lino Agrò, proponeva le novità più disparate. Fra i tanti musicisti che passavano sulla sua consolle, quello che riuscì a tirarmi fuori dal mio fortino musicale fu Marc Almond. Le sue sonorità erano da chansonnier un po’ retrò e questo mi attrasse. Quindi ecco che Almond aprì la porta alla “musica moderna” e fece entrare nel mio mondo una valanga musicale che mi travolse, inebriandomi. Imparai ad apprezzare i Cure, i Bauhaus, i Pink Floyd e quasi tutto ciò che prima avevo rifiutato per partito preso. A quel punto avevo accumulato una tale conoscenza della “musica antica” che ero in grado di assimilare altri generi musicali, non come il solito ragazzino che abbracciava una moda dettata dalla mandria, ma come un artista che ne apprezzava le qualità intrinseche. Così ho sviluppato un modo assolutamente idiosincratico di concepire la musica che, forse, oggi, si sente nelle mie interpretazioni. Com’è ironico che in seguito mi sia ritrovato a lavorare proprio al fianco di Marc Almond: è come se il circolo si fosse completato.

Cos’è per Ernesto Tomasini la creatività?

La vita!

Quanto, secondo te, può ancora offrire l’universo culturale underground?

Dipende dal momento in cui mi poni la domanda. Ci sono volte che potrei rispondere: “nulla!” Basta andare al vernissage di una galleria “off” di Berlino e per lo più si tratta di robaccia, eseguita nella maniera più pedestre! Poi, invece, ci sono delle volte in cui le scene alternative ti lasciano esterrefatto e speranzoso… ricordo “The Monster in the Night of the Labyrinth”, alla Heyward Gallery di Londra, nel 2006, per esempio. Il talento non fallisce mai ma il talento, nel mondo “avant-garde” (che io conosco), è estremamente raro. Carmelo Bene verso la fine della sua vita riteneva che c’era troppo intellettualismo in ciò che si produceva allora (la fine degli anni ’90), ma non c’era mai “abbandono”, “superamento”. Posso dire la stessa cosa dell’underground di oggi. In troppi – a parer mio – sbattono il muso contro il “concetto” e – per citare ancora Bene – sono solo capaci di rappresentare “cose già significate”. Al tempo stesso, però, sono ottimista e, oltre che godere delle belle sorprese che di tanto in tanto sbocciano, spero in rivoluzioni sociali che portino cambiamenti radicali nell’arte tutta.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Ci sono un paio di opere abbastanza imminenti che al momento non posso rivelare perché non ho ancora firmato. Le cose alle quali sto lavorando adesso sono il progetto “Pineal”, la nuova creatura di Othon Mataragas (il compositore con il quale lavoro da sempre), che comprende un cast di cantanti e musicisti alquanto composito ma anche due autentici sciamani peruviani! In oltre, a settembre, io e Othon, saremo ad Atene per uno dei nostri concerti.

A gennaio ci sarà l’uscita di “Messier Objects”, il nuovo disco della band Almagest!, della quale sono cantante e co-autore. Gli altri membri sono Evor Ameisie, Paul Beauchamp e Fabrizio Modonese Palumbo; un combo internazionale che per le prove e le incisioni si ritrova a Torino. Faremo una tournée europea per il lancio dell’album e sappiamo già che a febbraio saremo al Kurt Weill Fest in Germania.
In fine c’è Trans4Leben – il mio progetto di musica/teatro noise con il dj José Macabra – per il quale stiamo scrivendo del nuovo materiale da presentare, in diverse guise, alla prima opportunità.

Fantastichiamo un po’: il sindaco di Napoli ti offre la possibilità di curare un festival “alternativo” nel capoluogo campano… Come lo immagini?

Creerei delle collaborazioni fra artisti locali e altri internazionali. Napoli è una delle principali captali della cultura in Italia, con una lunga tradizione e molti giovani da valorizzare. Chissà quali potrebbero essere le ripercussioni, a lungo termine, di un’impresa del genere! Magari un gemellaggio Londra/Napoli, con manifestazioni da allestire in entrambe le città ad anni alterni?

Grazie Ernesto per la tua disponibilità. Buon lavoro e in bocca al lupo per i tuo progetti.

Grazie a voi, trovo la vostra iniziativa entusiasmante e vi seguirò sempre con interesse!

Tombe degli Orazi

Una delle curiosità che ho sempre avuto è di capire dove fossero le tombe dei re etruschi di Roma. Possibile che la Repubblica ne avesse cancellato totalmente le vestigia ?

Poi che caratteristiche avrebbero dovuto avere ? Provenendo i re da Tarquinia si poteva ipotizzare che, come in quella città, fossero lontane dal centro abitato e strutturate a forma di tumuli.

Per cui, con l’opportuna tara dei danni provocati dagli sterri voluti dai Savoia, si poteva escludere una loro collocazione presso la necropoli esquilina.

Ma allora, dove potevano essere ? Oggi forse abbiamo una soluzione a questo mistero… Una campagna di scavi guidata da due professori dell’università olandese di Nijmegen, Eric Moormann e Stephan Mols ha mostrato come i tumuli degli Orazi sull’Appia Antica non fosse un cenotafio, ma una tomba vera e propria, dato che presso il tumulo Nord vi è un ingresso monumentale

Tomba, che associato ad un recinto sacro come per gli heroon etruschi, può rispondere ai modelli di Tarquinia… E l’urna vuota trovata agli inizi del Novecento potrebbe essere quella di Tarquinio il Superbo, morto in esilio  presso Aristodemo di Cuma,come vuole la tradizione

Tumuli che restaurati nell’età augustea, per legittimare il potere di Ottaviano, sarebbero poi stati attribuiti agli eroi dell’età mitica.

Ovviamente, è una mia ipotesi, da verificare con gli scavi… Però in ogni caso, scoprire chi vi è sepolto sarà sempre una tappa importante dell’archeologia romana

Angela Vinci

Da quando è stato invento da Baumann, il concetto della società liquida è diventato un luogo comune nell’analisi del mondo contemporaneo.

Luogo comune inteso soprattutto in chiave negativa: la labilità di tutte le struttura sociale, causata dalla trasformazione dei cittadini da produttori a consumatori è visto come pericolo, perchè distrugge abitudini e regole consolidate da secoli.

Però, come diceva Kennedy,

Scritta in cinese la parola crisi è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità

Non so se sia vero, dovrei chiedere ai miei amici che conoscono il Mandarino, però rende bene l’idea.

Ogni cambiamento, nel caso particolare il passaggio da una società stabile e concreta ad una cangiante e virtuale, rappresenta un’opportunità.

Nel caso specifico della società liquida, il giocare al di fuori di schemi e ruoli predefiniti, il contaminarsi con altre esperienze, linguaggi e identità rappresenta una crescita della libertà di essere e di mutare. Visione che è alla base della pittura di Angela Vinci.

Pittura che è un elogio della libertà: non esistono più confini tra media e linguaggi. Fotografia, pittura, digitale si fondono in un’armonia nuova e più grande.

Il processo creativo, in Angela, parte dalla fotografia , per esprimersi poi attraverso l´uso di materiali e tecniche tradizionali come l ‘acrilico e olio.

I soggetti selezionati sono, così, rielaborati in fasi che, dalla mente dell’artista, si evolvono per mezzo di tecniche digitali, e si concretizzano infine, in una pittura pura e diretta, sulla tela.

Soggetti che rappresentano un’analisi del sé e della cultura che ci circonda. Sono lo stupore e l’orrore di un bambino dinanzi a una realtà che non capisce, il cui senso sembra ricondursi esclusivamente al culto idolatrico dell’Immagine, alla violenza distruttrice e alla solitudine prodotta dall’alienazione.

O il ritratto di un pagliaccio, con la sua espressione triste e malinconica, che ricorda come nonostante il nostro agitarsi, lo spettacolo che mettiamo su ogni giorno, indossando l’abitudinaria maschera, non ha che uno scopo: esorcizzare il pensiero della Morta, la matrigna che tutti accoglie.

O gli angeli sperduti, l’illusione che si possa essere veramente liberi, nel dominio dei sogni…. Illusione che svela come tale ogni mattina.

Perché Angela Vinci, come ogni artista, è uno sciamano… Con le sue cromie, esplorando gli abissi dell’anima evoca universi, cercando un filo d’Arianna per orientarsi nei labirinti che crea, specchi della vita.

Perché questa, non è comprensibile a noi mortali e noi dobbiamo procedervi a tentoni, attenti a trappole e inganni… Però, come diceva Camus

Se il mondo fosse chiaro, l’arte non esisterebbe.

Editori a pagamento

Prima di partire per le vacanze, mi è arrivata la lettera di uno dei tanti editori a pagamento che mi proponevano mirabolanti condizioni per la pubblicazione del seguito de Il Canto Oscuro… Mirabolanti, tengo a sottolinearlo, soprattutto per le loro tasche.

Riflettevo, anche pensando ai furbetti che pur non dicendolo apertamente, nei contratti ti invitato a comprare delle copie del tuo libro, per sostenere l’investimento, come tutto ciò rappresenti sia perfetto specchio del crollo della cultura imprendtoriale che è uno dei tanti motivi della crisi italiana.

L’imprenditore tende ormai a privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Nel caso specifico dell’editore, il rischio d’impresa è scaricato non sul lettore, ma sullo scrittore stesso.

DImenticandosi però di un piccolo particolare: in tal caso, lo scrittore da fornitore di servizio diviene socio d’impresa, caricandosi dei costi e quindi ha diritto ad una retribuzione maggiore del semplice diritto d’autore.

Ma ovviamente tale ragionamento non fa presa ai furbetti dell’editoria…

Rischio d’impresa tendo poi a sottolinearlo che ha scarsa presa anche tra gli auturi, visto la scarsa diffusione del self publishing.

Detto fra noi, sono stato fortunato… La mia casa editrice non sarà perfetta, ma almeno dal punto di vista dei contratti editoriali sono dei signori…

Al ritorno dalle ferie

Tornato dalle ferie, mi dedico alla solita attività autopromozionale… Tra l’altro, il romanzo, per citare il soddisfatto editore, sta vendendo a randellate…

E pare che Il Canto Oscuro sia letto anche in Svizzera: sembra che se ne sia parlato anche al Premio Fogazzaro, ma avendo sentito tale voce per vie molto traverse, non ci metterei la mano sul fuoco.

Nel concreto, il mio romanzo è stato citato in questi giorni da La Zona Morta, da Literaid e da Fantasy Planet.

Poi, una cosa che non c’entra nulla con la pubblicità… Per gli appassionati di Urban Fantasy, un sito dedicato all’argomento…

Sylvia Plath

Le poesie di Sylvia Plath. La bambina che voleva essere Dio. Questo scrisse di sé. E non si preoccupò mai di nasconderlo. Tutto il resto è silenzio. La poesia. L’insoddisfazione. L’amore. Ted Hughes. La disperazione. Il suicidio. Un atto di coraggio. O di egoismo. Ma non sono la persona più adatta per giudicare. Una morte che la rese un’eroina, lei che voleva essere solo immortale. E così si è trovata rinchiusa in un guscio di ipocrisie, mascherata da ribelle.

Ma Sylvia era qualcosa di più, nel suo sogno di arte e vita. Nella sua fame di libertà. Il suo peggior nemico fu se stessa, l’immensa sproporzione tra quel che voleva diventare con tutte le sue forze e quello che era costretta ad essere ad ogni alba. La rabbia immane per l’anonimato. Per i racconti rifiutati dal New Yorker. O l’invidia per i successi del marito. Il sogno di squarciare il cielo. Ci riuscì soltanto morendo.

E da lei ho avuto una delle più belle definizioni della scrittura

La scrittura è un rito religioso: è un ordine, una riforma, una rieducazione al riamore per gli altri e per il mondo come sono e come potrebbero essere. Una creazione che non svanisce come una giornata alla macchina da scrivere o in cattedra. La scrittura resta: va sola per il mondo.

Progetto di Scrittori Precari

Sempre nell’ambito delle segnalazioni evidenzio un nuovo progetto del collettivo Scrittori Precari, con lo scopo di creare una contaminazione tra Letteratura e Musica

Scrittori precari, progetto letterario romano, cerca musici, polistrumentisti, dj e creativi interessati e interessanti per musiche live da eseguire durante le proprie letture pubbliche.

L’idea non è quella di avere un “accompagnamento musicale” ma una simbiosi e sinergia paritaria al fine di fondere testo, musica, voce e note.

No a musica sperimentale/inascoltabile/concettuale
Sì a musica elettronica/funk/rock/rap

Stile o gruppi di riferimento: Massimo volume, Lo stato sociale, Offlaga Disco Pax, Remo Remotti, Dj Gruff

Il progetto è del tutto aperto e in costante movimento.

Per qualsiasi info scrivete a scrittoriprecari@yahoo.it

mandando una demo oppure un link di riferimento al vostro gruppo (se ne avete uno)