Riflessioni autunnali

In questi giorni, in cui Urania arriva a sessant’anni e la Feltrinelli si è decisa a riconoscere al buon vecchio Lovercraft lo status di classico della letteratura, ricomincio a discutere con gli amici dello status della fantascienza in Italia.

Sospetto che sia un inevitabile male di stagione: tra piogge e primi freddi, al raffreddore si associa il crescere di pensieri vaghi e inutili, utili soltanto a riempire pomeriggi uggiosi.

Per diletto, elenco i vari luoghi comuni di cui si parla

Gli italiani non sanno scrivere fantascienza…

Premesso che qualche difficoltà culturale c’è, a causa di una scuola che ha difficoltà a insegnare le materie scientifiche e per l’idea che non si è scrittori veri se non si rappresenta il banale quotidiano, retaggio del neorealismo, non è vero che non sappiamo scrivere fantascienza.

A volte i nostri testi sono approssimativi, manca la palestra delle riviste, ma come idee non siamo secondi a nessuno

Gli italiani non leggono fantascienza

Gli italiani non leggono. E molto dipende dai problemi del cartaceo, dai costi all’ingombro e dalla scuola che tende a costringere gli alunni a sciropparsi noiosissimi mattoni con la conseguenza che, per il sentire comune, leggere un romanzo è considerata una forma di tortura, da evitare come la peste.

Per la fantascienza, c’è anche l’aggravante che l’italiano medio ne ha un’idea distorta: genere da adolescenti, con tanti alieni e astronavi.

Non sapete quante espressioni perplesse mi sono apparse davanti, quando definivo di fantascienza Il Canto Oscuro.

Però, in compenso, mi sono trovato davanti anche settantenni che non hanno la più pallida idea di chi sia Asimov o Dick, ma che in compenso si sono divertiti da morire nel leggere il mio romanzo

I grossi editori non investono in fantascienza

E’ il punto dolente della situazione: in Italia manca il successo editoriale capace da fare da traino al movimento.

Senza di quello, nessuno investe. Ma senza investimenti, il bestseller non salta fuori. Un cane che si morde la cosa, da cui si può uscire soltanto sperando nell’editore coraggioso, virtù ormai rara in Italia, o nel proverbiale colpo di fortuna

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