L’Obama Romano

Do visibilità a una bellissima riflessione del buon Marco Di Renzi

È difficile spiegare a noi moderni quanto fossero organizzati gli antichi Romani. Ci guardiamo attorno. I volti delle persone che incrociamo sono diversissimi. Riflettono origini diverse. Ma queste persone non sono marinai, turisti o mercanti: sono abitanti della città. E sono tutti cittadini romani.

Quei volti ci fanno scoprire un meccanismo fondamentale del successo e della longevità di Roma su tre continenti: l’integrazione. Il breve discorso che leggerete adesso è stato pronunciato quasi duemila anni fa dall’imperatore Claudio, ma potrebbe essere stato letto nel nostro Parlamento questa mattina. E riguarda l’integrazione di etnie diverse: non soltanto nella società, ma addirittura in politica. Nel 48 d.C. l’imperatore Claudio concede ai notabili galli di poter diventare senatori e di sedere nel Senato assieme ai colleghi romani. Naturalmente i senatori romani si oppongono, ed ecco cosa risponde loro. E’ un discorso di un’attualità sorprendente:

A quale motivo si deve attribuire la rovina degli spartani e degli ateniesi per quanto forti sul piano militare, se non al fatto che respingevano i vinti come stranieri? Stranieri hanno regnato su di noi. Ormai i galli si sono assimilati a noi per costumi, cultura, parentele: ci portino anche il loro oro e le loro ricchezze, invece di tenerle per sè! Senatori, tutto ciò che crediamo vecchissimo, è stato nuovo un tempo: i magistrati plebei sono venuti dopo quelli patrizi, quelli latini dopo quelli plebei, quelli degli altri popoli italici dopo i latini…

In queste parole si può leggere non solo la tolleranza, ma addirittura il desiderio di accogliere e di integrare il “diverso” nella propria società. Davvero sorprendente. In tutto il Mediterraneo Roma ha aperto le porte ai popoli sottomessi, creando così una società multietnica. Multietnica, si, ma con una sola cultura “ufficiale”. La legge romana, il suo modo di amministrare ecc. non devono essere messe in discussione. Chi non fa sacrificio per l’imperatore, riconoscendo la sua autorità e quindi automaticamente tutto il mondo romano, si mette contro il sistema e viene considerato un nemico. Anche i galli che diventavano senatori non obbedivano alle proprie leggi tribali, ma a quelle di Roma. Questo è un dettaglio fondamentale per capire come Roma sia riuscita a diventare il melting pot dell’antichità. D’altra parte anche oggi quando uno straniero diventa cittadino di un altro Paese deve accettarne la Costituzione e le leggi con un giuramento quindi si accettano i diritti, ma anche e soprattutto i doveri stabiliti dalle leggi. E se quei doveri vengono disattesi da parte di qualunque cittadino, scattano le sanzioni. Sono le regole del gioco.

In un certo senso, fare regolarmente un piccolo sacrificio su un modesto altare dedicato all’imperatore equivale al giuramento di fedeltà in epoca moderna. Questo modo di pensare non è una dittatura: perchè ognuno dei sudditi dell’Impero, a casa sua, ma anche per le strade, è libero di parlare la lingua che vuole, vestirsi come vuole, adorare le divinità che vuole (nell’Impero romano c’è libertà di culto) ecc. Ma le regole e le leggi di basilari di Roma devono essere accettate e seguite: sono indiscutibili e uniche per tutti. Per fare un esempio, immaginate se al giorno d’oggi non ci fosse un unico codice stradale ma tanti, diversi, nel nome della libertà di tutti. Non si riuscirebbe a fare molta strada con la propria auto. Nel campo della religione, invece, i romani hanno un atteggiamento cauto e rispettoso, consci di come possa trasformarsi rapidamente in un problema molto serio. I romani non impongono nulla, ma hanno un approccio intelligente che permette alle religioni locali di continuare a esistere, con i riti e le cerimonie preesistenti. E’ sufficiente fare in modo che appaiano come “romane”. Così, ad esempio, un dio locale assume un nome romano. Insomma la religione non viene cambiata, le viene solo fatto un “restyling” inmodo che sembri romana.

C’è razzismo nell’Impero romano? Vedendo tutta la gente dai tratti diversissimi che popola ogni città dell’impero, vivendo gomito a gomito, la risposta è no. In effetti, anche dal punto di vista etnico l’età romana attua forse la più grande integrazione della storia. Non si viene discriminati per il colore della pelle. L’unica discriminazione è basata sul livello sociale al quale una persona appartiene e sui soldi che possiede. Ed è una discriminazione feroce. Per diventare senatori, ad esempio, bisogna possedere almeno un milione di sesterzi (circa due milioni di euro) e delle proprietà. La società romana è multietnica, perchè integra i vinti, non li discrimina nè li relega ai margini. I romani non solo non conoscono il razzismo, ma considerano la varietà etnica una ricchezza, perchè è la conseguenza di meccanismi sociali ed economici che garantiscono un futuro alla società romana.

I romani consentono agli africani di accedere alla ricchezza, al successo e alle cariche più alte del potere. Ovviamente il requisito di base è che siano diventati nel frattempo cittadini romani. Le opportunità di diventare imperatore per un africano sono le stesse di un italico o di un gallo. E così è avvenuto. Se vi capita di vedere un famoso dipinto su tavoletta che raffigura Settimio Severo con la sua famiglia al completo, una vera “foto di famiglia” dell’epoca, vi stupirete del colore della sua pelle: è molto scuro. Potremmo quasi considerarlo un “Obama” dell’Impero romano. Eppure nessuno ha obiettato sul colore della sua pelle. Nè sul fatto che parlasse il latino con un forte accento africano. Insomma, l’Impero romano fu capace di mettere un africano al posto più alto. Non si è mai visto un kenyota con in testa la corona del re d’Inghilterra, un peruviano con quella del re di Spagna, un congolese diventare re del Belgio o un polinesiano incoronato re di Francia. Nell’Impero romano questo è accaduto, più volte. Lo stesso Traiano è stato il primo imperatore non italico della storia: era nato in Spagna.

Un pensiero su “L’Obama Romano

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