In difesa della performance art

Mi diverte leggere il sabato Orwell, il supplemento culturale di Pubblico.

Non per la profondità delle idee o la bellezza degli articoli presenti, ma per il fatto che sono un termometro di come si è ridotta una parte della cultura italiana, quella delle generazione dei vorrei, ma non posso.

La generazione per cui l’avanguardia non è l’occasione di ridefinire una nuova visione del mondo, ma lo strumento per crearsi il proprio orticello nel sistema che si finge di combattere.

In cui invece di avere un respiro universale, ci si divide in gruppi e gruppuscoli e invece di parlare di cos’è l’Uomo, si racconta delle loro polemiche inutili e banali.

Dove non si riesce a creare un linguaggio capace di scuotere tutti, ma ci limita a giochi verbali, buoni solo a nascondere il nulla.

L’articolo più sconcertante di questa settimana è su Marina Abramovic, con un bel titolone rosso

Performance Art al capolinea

Ora, premesso che Abramovic può piacere o non piacere e che anche io sospetto che ormai sia in fase di stanca, avendo forse perso la carica eversiva delle origini, però mi pare che alla scrittrice Veronica Raimo non siano chiare due cose.

La performance art è qualcosa di diverso dello spacciare emozioni a un pubblico distratto.

E’ porre al centro di tutto il Corpo, con il suo dolore, le sue imperfezioni, la sua stanchezza, in contrapposizione ad una società artificiale, fatta di plastica e non di carne.

E’ rilanciare la potenza eversiva e creatrice della sessualità che tendiamo a banalizzare ogni giorno.

E’ riproporre la religione catartica degli sciamani, lo sfidare l’Abisso e il limite.

Temi scomodi e rivoluzionari, per chi è schiavo del banale. E soprattutto, la performance art è viva e vegeta.

Basterebbe farsi un giro a Roma, non dico esplorando l’underground, ma visitando qualche festival, piuttosto che rimanere confinati nel proprio salottino

Un pensiero su “In difesa della performance art

  1. Pingback: Crisalide | ilcantooscuro

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