Giulia Airoldi su Alessandro Bulgarini

bulgarini

 

Do visibilità al testo critico che Giulia Airoldi ha dedicato a Paroxysm, nuova mostra di Alessandro Bulgarini

“It would be so much easier not to care…it’s too hard to care” Andy Warhol

 

Il termine “parossismo” indica il punto di massima tensione raggiunto da una situazione di qualunque tipo che al di là di quello può solo rompersi violentemente liberando il suo carico di energia accumulata. Gli effetti di tale rottura sconvolgono il precedente ordine cosicché non sia mai più possibile ripristinarlo e la fase che ne consegue è un azzeramento da cui procederà semmai la ricostruzione. Questo è, purtroppo e per chi ne ha coscienza, lo stato attuale della nostra civiltà che precipita spaventosamente verso il limite della sua identità, che non è più in grado di reggere il peso di se stessa né di nascondersi dietro al benessere. Decenni di messaggi promozionali e miti virtuali hanno gonfiato un sistema di valori effimeri ormai prossimo alla saturazione, hanno ‘intrattenuto’ l’Occidente mentre le strutture sociali, politiche ed economiche andavano deteriorandosi seguendo traiettorie insondabili.

La pittura di Alessandro Bulgarini nasce dall’urgenza di testimoniare questo presente impervio, dalla volontà di reagire al vuoto di senso dilagante e di distinguersi con forza dalle derive della sub-informazione mediatica e della sub-estetica massificata.  Confinare il suo lavoro in ambito anti-pop significa tuttavia considerarlo da un punto di vista prettamente oppositivo ad una linea artistica che seppur marginalmente lo connota, certamente non lo identifica. Il dialogo con l’estetica pop, evidente nell’approccio iconografico e nella scelta popular di contestualizzarsi storicamente, diviene assoluto antagonismo non solo nel rovescio dissacrante della citazione, ma anche e soprattutto in virtù della ben chiara posizione ideologica dell’uomo-artista. La dichiarazione-manifesto di Andy Warhol è emblematica del distacco intellettuale e dell’indifferenza degli artisti cosiddetti Pop che a loro tempo, per non averne avuto accortezza, hanno generato una prassi artistica funzionale al mercato e allo star system. Una  volontà che ha destrutturato il tradizionale rapporto con l’arte e che ha lasciato un’impronta tutt’ora notevole in certe produzioni seriali e nella mancanza di contenuti di buona parte dell’arte contemporanea. In quest’ottica Bulgarini ha scelto la linea “too hard”, quella della presa di coscienza nei confronti di una società annichilente e della conseguente denuncia dei suoi inquietanti retroscena, quella di una pittura colta e complessa, impegnata e irriducibile.

Essere anti-pop significa allora lavorare al ripristino dell’originaria funzione dell’opera d’arte, offrire cioè uno scorcio sulla verità attraverso lo stratagemma rappresentativo e favorirne la ricezione ricorrendo ad immagini ambivalenti. L’opera è concepita come una scena parzialmente svelata in cui realtà e illusione coesistono mostrando ciascuna il proprio rovescio nello specchio dell’altra e la cui chiave interpretativa viene fornita dal titolo che ne è parte integrante.

Alla comprensione intellettuale prevale l’attivazione della facoltà intuitiva, della libera associazione e dello shock, meccanismi psichici e linguistici indotti dall’artista. Il rapporto con le arti fantastica e surralista è stretto e sottoscritto, l’immagine funziona come fattore perturbante, scardinando le certezze semiologiche dell’osservatore. Opere come Goldman Sucks!, che allude agli inquietanti retroscena della politica economica, o come Salvator mundi?!, il Cristo/Obama dispensatore di democrazia globale, o ancora American liberty, paradosso di una nazione che ha sterminato intere popolazioni per  votarsi finalmente alla libertà, smascherano la storia contemporanea, i suoi miti e i suoi operatori proponendo per lo meno il dubbio che qualche aspetto di essa sia stato prudentemente occultato. Il martirio energetico di San Nikola Tesla non lascia in realtà molti dubbi riguardo ad una delle vicende più spinose della storia del Novecento, quella cioè dell’improvvisa morte dello scienziato e della misteriosa sparizione dei suoi studi sulla produzione di energia pulita e accessibile.

Ristabilendo la sua funzione principale, la prassi artistica torna dunque ad allinearsi con la sua missione fondante, con la volontà di tramandare, nascosti tra le pieghe della ricerca formale e dei pretesti pittorici, contenuti e metodi di una scienza originaria, creata per veicolare messaggi profondi. Una tradizione che si snoda come un filo rosso da un’epoca all’altra attraverso le arti, le scienze e le discipline spirituali, ma che a stento sopravvive al positivismo occidentale.

L’artista raccoglie questo testimone utilizzando figure e linguaggi appartenenti alle tradizioni esoteriche e alchemiche, potenti strumenti evocativi che agiscono nella memoria inconscia e invitano all’investigazione delle scienze più antiche della civiltà. Nelle Tabulae Philosophicae è citata l’arbor philosophica, immagine che sintetizza la complessa dialettica tra l’albero della vita e l’albero della morte e che venne analizzata da Jung come archetipo inconsciamente condiviso, espressione dell’energia psichica. Il pellicano e l’unicorno sono alcuni degli animali simbolici utilizzati in alchimia per indicare il raggiungimento di uno stato di purezza mistica: il primo è metafora del sacrificio salvifico di Cristo, il secondo si riferisce al principio della concordia oppositorum, tema sviluppato in opere come Mons inversa e che anima in generale tutta la produzione, inteso come sintesi della duplicità delle forze che generano la natura e del rapporto speculare che le determina. L’Autoritratto Tetrasomatico, di sapore daliniano, allude alla mitica figura del Giano bifronte che rivela la centralità emblematica di un terzo occhio aperto e attivo tra le illusorie estensioni del passato e del futuro.

La citazione e la riqualificazione artistica di questi concetti nascono dal concepire l’alchimia, o qualunque altra tradizione esoterica, come descrizioni metaforiche dell’essere umano e del percorso che lo conduce alla scoperta del sé, un processo individuale di rimozione del velo e di apertura dell’occhio interiore. L’invito è rivolto con particolare urgenza all’uomo contemporaneo,

inconsapevole faber della propria disgraziata vicenda, e assume la portata di un monito contro l’incoscienza collettiva. Solo la volontà e il lavoro personali infatti, volti alla costituzione di una nuova e ben centrata identità, possono combattere l’inerzia sociale e determinare un reale progresso della storia occidentale.

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