Marino e la legge Bonghi Baccelli

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Dopo un periodo al lavoro degno di un romanzo di Kafka, in cui il poco tempo rimasto è dedicato alla revisione del seguito de Il Canto Oscuro, torno finalmente a dedicarmi al blog, con un post, ci tengo a dirlo, fazioso e di parte, relativo alla pedonalizzazione di via dei Fori Imperiali.

Scelta che contesto sia perché ha creato una cosa che non è né carne, né pesce, un’inutile corsia preferenziale in cui è impossibile passeggiare, sia per la pessima gestione del traffico che ha reso l’Esquilino ancora  più invivibile.

Il tema del post però non il  disagio figlio di una scelta figlia dell’approssimazione e dell’incompetenza, voluta più per avere un titolone sui giornali che per migliorare il benessere dei cittadini, ma la strana argomentazione utilizzata dal sindaco per difendere la sua scelta ossia, citando testualmente:

“La pedonalizzazione dei Fori Imperiali e’ stata una decisione precipitosa perche’ la legge per realizzare il Parco dell’Appia ANTICA e’ stata scritta solo nel 1887, e quindi io precipitosamente, dopo 126 anni, ho preso questa decisione”

Tesi che, a mio parere, appartiene al cosiddetto argumentum ad minchiam ossia l’introdurre a supporto della propria tesi argomentazioni autorevoli, vere nel loro specifico contesto, ma estranee al discorso che si sta facendo.

Ciò solo per impressionare l’interlocutore, dandosi un’inesistente patina di autorevolezza.

Ora, perché l’argomentazione di Marino è estremamente ad minchiam ? Perché la legge Bonghi-Baccelli di cui tanto si riempie la bocca non prevedeva la pedonalizzazione di Via dei Fori imperiali, che all’epoca neppure esisteva, ma questo è un argomento che affronterò poi, ma qualcosa di ancora più ambizioso della salvaguardia dell’Appia Antica.

La legge infatti prevedeva  l’isolamento dei monumenti nella zona meridionale di Roma, compresi in un perimetro che, partendo dal ponte Palatino. seguiva le vie di S. Giorgio in Velabro, e S. Teodoro, comprendeva il Foro Romano, le Terme di Tito, l’anfiteatro Flavio, e girando dietro S. Stefano Rotondo, seguiva le mura Aureliane sino al Bastione di Sangallo, comprendendo le Terme di Caracalla e il Circo Massimo, per ricongiungersi nuovamente al ponte Palatino.

Tradotto in parole povere, avremmo avuto in sequenza una serie di espropri, seguiti da colossali demolizioni e da sistemazione a parco delle aree interessate.

Le motivazione che erano dietro questa legge erano varie: ideologiche, distruggere la seconda Roma, quella dei Papi, per ricollegarsi direttamente alla Roma Imperiale, sanitarie, l’igiene dei quartieri coinvolti era alquanto desiderabile, di ordine pubblico, perché gli abitanti delle zone coinvolte, a causa dell’abolizione del welfare pontificio, avevano peggiorato le condizioni di vita e si stavano orientando sempre di più verso i movimenti politici eversivi e quindi si voleva diminuirne la capacità insurrezionale, rendendo più complicate la costruzione di barricate e allontanandoli dai centri del Potere.

Tuttavia, a causa della carenza di fondi, problema che ha sempre attanagliato l’Italia e per lo scandalo della Banca Romana che fece passare la voglia all’opinione pubblica di buttare soldi sull’Urbe, il progetto fu assai ridimensionato: nel 1893, nei piani attuativi, fu ridotto a Parco dell’Appia, il cui limite urbano era Porta Capena.

Questa scelta, portò a pensare nel piano regolatore del 1909, ideato da Saint Just di Teulada, la realizzazione della cosiddetta Passeggiata Archeologica, come tratto iniziale dell’area di salvaguardia: insomma, nulla a che vedere con via dei Fori Imperiali.

Anche perché, come accennavo, benché sin dal 1883, con il Piano Regolatore Generale elaborato da Viviani si ipotizzasse di creare un’asse viario tra Colosseo e Piazza Venezia, ( tra l’altro, qualcosa di simile era già stata pensata in quello del 1873 prolungando però via dei Serpenti) per favorire il traffico di persone e merci tra centro storico e aree di nuova espansione e industriali della Roma dell’Epoca, nel 1887 non esisteva via dei Fori Imperiali, ma il cosiddetto Quartiere Alessandrino,  percorso da undici strade piccole e strette, in cui tuguri malridotti circondavano edifici di pregio, come il Conservatorio di Santa Eufemia,  e il palazzetto di Flaminio Ponzio. I pianterreni erano occupati da piccoli commerci e botteghe artigiane, e lungo la via Alessandrina si contavano nel 1855 quattro osterie, una delle quali sistemata tra i resti del Tempio di Minerva, alle Colonnacce.

Insomma,nel 1887, nonostante quello che cerca di far intuire il sindaco, in quella zona  di tutto si parlava, tranne che di pedonalizzazioni

Per cui, Marino o dovrebbe documentarsi meglio sulla sua città, oppure trovare altri argomenti a favore della sua iniziativa, perché i cittadini meriterebbero un poco di più di onestà intellettuale

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2 thoughts on “Marino e la legge Bonghi Baccelli

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