Sifilide I

Tutto è cominciato da Masterpiece che per problemi di guide d’onda che non riesco a risolvere, prima o poi taglierò il coassiale nel punto giusto, cosa che conferma i dubbi che avevo ai tempi dell’Università sulla qualità delle dispense di Campi Elettromagnetici I, sono costretto a vedere

Questa domenica, una della concorrenti è stata Giulia Moratti, che ha presentato il romanzo La prostituta romana, che se fosse un film, sarebbe definito di genere peplum e la cui trama mi sembra essere ispirata alle vicende di Teodora, moglie di Giustiniano

La scrittrice legge l’incipit, quando De Carlo, con il suo solito modo di fare da professiorino saccente, critica il fatto che nell’antica Roma non esistesse la sifilide citata nel brano, essendo questa portata in Europa dai marinai di Cristoforo Colombo.

Evento che ha scatenato un dibattito storico, matematico ed epidemologico in cui sono stato coinvolto, che ha generato questo post “complottista”, perchè a suo modo cerca di contestare quanto normalmente viene dato per scontato

La sifilide, per chi non lo sa, causata da un batterio, il Treponema pallidum, dell’ordine delle spirochete, che si presenta al microscopio come un piccolo filamento a forma di spirale, identificato nel 1905 da Fritz Schaudinn e Erich Hoffmann.

Secondo la vulgata, citata da De Carlo, questo batterio e la relativa malattia non esisteva in Europa prima del 1493.

A favore di questa tesi la testimonianza del medico di bordo spagnolo Ruy Diaz de Isla, che nel suo Tractado contra el mal serpentino, scritto nel 1510 e pubblicato nel 1539, asserisce di aver curato, durante il viaggio di ritorno in Europa, molti membri della spedizione di Colombo, affetti da indubbie manifestazioni luetiche e ritiene il nuovo morbo come importato da Hispaniola (Haiti).

Dello stesso parere Bartolomè de Las Casas, dalla cui Historia de Las Indias apprendiamo come tra i primi Conquistadores si fece strada l’idea della “bestialità” dei selvaggi americani, ai quali la malattia sarebbe stata nota già prima che arrivassero i “cristiani”. Peraltro la più moderna storiografia pone l’accento sulla strumentalizzazione di questa idea ai fini dell’asservimento coloniale cui ben presto furono assoggettati gli indigeni: lussuriosi, moralmente corrotti, naturalmente inferiori, «homuncoli» (De Oviedo), bisognosi di essere convertiti e di ricevere, quindi, con la fede anche la schiavitù.

Al di là di questa visione “ideologica”, la testimonianza di Ruy Diaz de Isla però pone una serie di ploblemi storici ed epidemologici, che proverò ad esaminare in un altro post: per farla breve, date le caratteristiche di propagazione della sifilide, non si spiegherebbe la mancanza di epidemie in Andalusia tra il 1493 e il 1495, in cui a Napoli avviene, tra le truppe di Carlo VIII, il primo evento epidemico. Ma di queste cose, se ne parlerà poi.

Invece cosa dice l’archeologia ? Per prima cosa il Treponema, ha origine africane: in Kenya sono stati identificati resti di un Homo erectus con alterazioni scheletriche caratteristiche della frambesia, altra malattia generata da lui provocata probabile causa della sua morte [Rothschild BM (2005) History of syphilis. Clin Infect Dis 40: 1454-1463]

Il Treponema, con il tempo, si è evoluto in diversi sottogeneri che variano a seconda dell’area geografica: è probabile quindi che anche in Europa si esistita una sua variante, molto simile al pallidum

Deduzione, confermata dagli scavi: evidenze archeologiche sugli scheletri con segni ossei riconducibili alla sifilide in Europa sono circa una quarantina.

Esaminiamone i principali, evidenziando, per correttezza anche eventuali argomento a sfavore

1) Gli scavi presso il monastero agostiniano di Kingston-upon-Hull, nel nord-est dell’Inghilterra, hanno portato alla luce scheletri di persone decedute prima del viaggio di Colombo, con evidenti segni della terza fase della malattia. Uno studio condotto dall’Università di Oxford e di Sheffield, attraverso il metodo del radiocarbonio, hanno stimato una datazione intorno al 1340. Tuttavia tale datazione è stata contestata per il marine reservoir effect (effetto serbatoio marino) che può diventare significativo presso popolazioni che vivono in prossimità del mare, nutrendosi con un’alimentazione prevalentemente a base di pesce che potrebbe modificare quindi la quantità di Carbonio 14 presente nelle ossa

2) Gli scavi nel monastero di Clonmacnoise, in Irlanda, con scheletri risalenti associati a reperti con iscrizioni relative all’abate Gilla Christ Ua Maoileoin, in teoria risalenti intorno al 1100. In teoria, perchè manca la datazione al carbonio 14 e potrebbe anche anche in questo caso valere l’effetto marine reservoir. Inoltre i reperti potrebbero essere non contestuali alla sepoltura

3) Gli scavi a Monasterboice, in Irlanda, con reperti ante 1079, data di abbandono del monastero, in cui vi sono le stesse perplessità di Clonmacnoise e Kingston-upon-Hull, anche se siamo ai limiti dell’efficacia “invecchiante” del marine reservoir effect

4) Gli scavi milanesi della necropoli tardoantica (IV secolo d.C) estesa tra Sant’Ambrogio e Università Cattolica, hanno evidenziato nella tomba 5879 lo scheletro di un quattordicenne, lo US 5880m evidenzia tracce di sifilide congenita, ereditata dalla madre. In questo caso, non può essere applicato il marine reservoir effect (Aggiornamento: un amico archeologo mi ha segnalato questo articolo, sempre sugli scavi in quella necropoli milanese integrati con i dati ottenuti dalla necropoli di Como a Via Benzi. A quanto pare i casi documentati di sifilide nella Lombardia romana sono almeno 4, di cui uno a trasmissione sessuale)

5) Negli anni ’80 gli archeologi hanno rinvenuto 54 scheletri in un magazzino seminterrato ad Oplontis, in cui scheletri di due gemelli mostrano, poi, le tracce di una sifilide congenita. Di questo reperto è certa la datazione al 79 d.C.

6) Negli scavi della necropoli di Pantanello (Metaponto), 580-250 a.C. è stato trovato un cadavere risalente a quell’epoca con tracce di sifilide congenita

7) Nella necropoli di Costebelle, Francia, risalente al IV secolo d.C. sono stati ritrovati i resti di un feto con sifilide congenita ( (Bérato 1994; Borréani & Brun 1994; Dutour et al 1994b;Pálfi et al 1994… però non ho trovato il link all’articolo)

8) Nella necropoli di Lisiex è stato trovato uno scheletro risalente al IV secolo, sempre con segni di sifilide

9) Risalente al 1200, vi è l’adolescente bizantino della tomba ritrovata a Nicea

10) Uno scheletro del secondo secolo dopo Cristo, ritrovato nei pressi di Barcellona che sembra avere segni di sifilide a trasmissione sessuale

Altri esempi sono nelle reliquie di Gottfried von Cappenberg, però visto la sua vita, qualche dubbio lo avrei, e un paio di teschi polacchi del 1100 d.C. su cui però sono poco informato.

Al contempo, nonostante le chiacchiere da pub con amici archeologici, sono propenso ad escludere che la sifilide c’entri qualcosa con i 1200 cadaveri della necropoli di Ad Duas lauros, per le dimensioni del fenomeno e la distribuzione per età dei cadaveri Necropoli che però dimostra come nella Storia ci siamo persi qualche epidemia

A queste prove archeologiche, si aggiungono anche indizi documentali: trascurando il codice di Hammurabi, dove una malattia chiamata benu, viene ritenuta causa di invalidità contrattuale in caso di vendita di uno schiavo malato, perchè chissà cosa si intendeva nell’accadico dell’epoca, magari lebbra, o la teoria di Korbler sulla morte di Giustiniano, è interessante notare come nei testi medici del XII secolo si parla di “lebbra venerea”, che si manifestava come la fase 1 della sifilide e si curava con il mercurio, proprio come la malttia presa in considerazione, e in quelli del XIII secolo di lebbra ereditaria, mentre il morbo di Hansen non si eredita.

Quindi, con buona pace di De Carlo, che se fosse un uomo d’onore, dovrebbe chiedere scusa alla concorrente, possiamo concludere

  1. Nell’antichità classica esisteva in Europa o il Treponema pallidum o un sottogenere molto simile
  2. Questo batterio provocava una forma di sifilide che:

a) Sembra essere meno contagiosa della varietà moderna
b) sembra essere asintomatica, non producendo nulla che possa essere identificato come pustole o colpire l’immaginazione dei cronisti
c) Sembra avere un periodo di incubazione più ampio
d) sembra prediligere il veicolo di trasmissione madre figlio rispetto a quello sessuale, che dall’analisi delle ossa, pare essere percentualmente meno diffuso

Questa batterio comincia ha una prima mutazione nel XII secolo, genera una forma medievale di Sifilide europea che rispetto a quella classica, produce i sintomi della fase 1 della malattia e sembra aumentare il tasso di infettività per via sessuale

Nel 1495, avviene il patatrac, generando la forma epidemica: ma di questo, ne parlerò in futuro, tempo permettendo

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2 thoughts on “Sifilide I

  1. Pingback: Sifilide II | ilcantooscuro

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