Dibattito festivo sullo steampunk all’italiana

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Negli Stati Uniti e in Inghilterra danno lo Steampunk come il fenomeno “culturale” con maggiori prospettive di sviluppo. La sua forza? Superiore al cyberpunk degli anni 80, perché in grado di coinvolgere l’estetica (a cui l’uomo del nuovo millennio è molto legato). Da noi? Cosa ne pensate?

E’ una domanda posta dal buon Dario Tonani a cui, sinceramente, ho difficoltà a rispondere, anche per il ruolo marginale che ho nel variegato mondo della fantascienza italiana che mi tiene lontano da riflessioni e dibattiti

Dal mio punto di vista, aleatorio e soggettivo, lo steampunk per esistere ha bisogno di quattro ingredienti:

1) Una “mitologia” del passato, da contrapporre a un futuro che spaventa (per esempio, il West o l’imperialismo vittoriano)
2) Il disincanto, figlio del postmoderno, che fa vedere i lati oscuri e contraddittori di questa mitologia, trasformandola da favola consolatoria ad analisi feroce del presente
3) Una volontà, come ben evidenziato dal buon Luca Oleastri, in una chiacchierata fatta tempo fa, neoluddista che si oppone all’omologazione tecnologica e culturale
4) L’esaltazione dell’individuo, come fabbro del proprio destino, della propria etica e della propria estetica

Tutti elementi ben presenti nel mondo anglosassone, ma in Italia ? Di sicuro è difficile trovare un popolo più individualista e cinico del nostro, forse la crisi sta diffondendo una sfiducia nella tecnologia e un recupero della dimensione “artigianale” della vita, ma esiste una mitologia condivisa ?

Vedendo le vicende del nostro Ottocento e come “non” vengono insegnate a scuola, temo di no.

Ed è un vero peccato: abbiamo avuto personaggio come Paolo Avitabile, Vittorio Bottego, lo stesso Duca degli Abruzzi, Giovanni Battista Cerruti, che da inscatolatore di ananas in Indonesia diventò re di una tribù di avvelenatori e che rischiò di far scoppiare un guerra coloniale tra Italia e Olanda, quel genio poliedrico e grande puttaniere di Miani, quel pazzo scatenato di Franzoj o Giacomo Bove che fu il vero Pym.

Personaggi che reggono il confronto con Richard Francis Burton e con i capitani di ventura del Rinascimento. Per poi non parlare dei carbonari, dei mazziniani, dei lealisti borbonici, degli anarchici come Malatesta, medium, tra cui lo stesso Fogazzaro, scienziati e inventori strampalati o semplici mattoidi.

Le stesse icone che ci propongono a scuola, hanno lati poco esplorati, come lo stesso Garibaldi. Quanti sanno del suo viaggio in Cina ?

E’ una miniera infinita di storie e personaggi che, per pigrizia o abitudine, non vogliamo esplorare

Quindi, noi scrittori che ci dedichiamo allo steampunk o adottiamo la mitologia anglosassone, reinterpretandola in chiave crepuscolare, come faceva Sergio Leone nei western, oppure dobbiamo inventarcela da zero, prendendo come Gozzano “le buone cose di pessimo gusto” e trasformandole in narrazione.

Questo ci chiude in una nicchia ? Oppure ci permette di definire un nuovo linguaggio, accettato da chi considera la fantascienza “robba strana co’ alieni” ?

Io, da ottimista, propenderei per la seconda ipotesi, anche se è ancora presto per dirlo

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One thought on “Dibattito festivo sullo steampunk all’italiana

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