Il paradosso dell’Imitazione

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Per approfondire la discussione sulla via italiana allo steampunk in cui sono stato coinvolto i giorni scorsi, do giusta evidenza a un intervento del critico, curatore e romanziere Pier Luigi Manieri, grande esperto di letteratura e cinema,

Come spesso se non sempre, condivido le idee di Brugnoli. La storia ci dice chi siamo, e dalla Rivoluzione Industriale agli anni sessanta, possiamo vantare uno sviluppo tecnologico come pochi altri. Per inciso, la plastica è un’invenzione italiana. Sul fatto che lo steampunk sia credibile solo se fumoso e crepuscolare, ho diverse riserve. Lo steampunk di Miyazaki per es. è tutto cielo sereno e placide nuvole eppure funziona efficacemente. Lo stesso si può dire del Docteur Mystère di Castelli. Ironico e a tratti surreale ma comunque aderente al genere. Non credo dunque che sia in termini meteorologici che vada inquadrata la questione. La contesa, e chi mi conosce sa che questo è una mia “crociata” è la quasi totale assenza di modelli narrativi nostri. Ne discussi con Decio Canzio già una ventina d’anni fa, le cose non sono cambiate purtroppo. Stiamo ancora ai paesaggi esotici e a dinamiche che non ci appartengono. Personaggi che non ci somigliano e che dunque non creano mai un’identificazione culturale.

Purtroppo, salvo casi rarissimi, i nostri autori hanno guardato più a suggestioni esterofile che non ad imporre eroi e storie più somiglianti a noi. Va anche detto che gran parte degli esperimenti sono stati terrificanti, si pensi al Nirvana di Salvatores. A queste considerazioni si sottraggono rari casi come Il Coliandro televisivo dei Manetti Bros, che come lo era Dick Fulmine è un buon prodotto ed è un personaggio italiano. Fino a pochi anni fa usciva un gran bel fumetto, ESP, di Michelangelo La Neve. Era ambientato nelle catacombe di Roma. La contaminazione può creare delle storie che poi divengono proprio patrimonio. I giapponesi pur contaminandosi con taluni modelli narrativi stranieri, dal western, ai supereroi, dallo spionaggio in stile Bond e al poliziesco all’Arsenio Lupin, hanno saputo reinventarli su quella che è la loro realtà, e parallelamente, creato un proprio personale ed identitario universo di genere.

Si pensi all’epica dei mostri preistorici da Godzilla in poi, fino al genere robotico come Jeeg, Grendizer da noi noto come Goldrake, Gundam, Daitarn III. Genere che ha vinto ovunque fino ad essere copiato dagli americani con Transformer. Pur non rinunciando ad una qualità altissima, si pensi a Capitan Harlock, Star Blazers, Kyashan, i giapponesi hanno saputo anche creare un’industria sui loro prodotti, spesso pensati appositamente come grande traino per le vendite di giocattoli. Qualcosa di simile ai nostri Gormiti (anche se a dire il vero il percorso è inverso, cioè dal gioco al cartone animato) e Winxs, che sono distribuiti ovunque nel mondo, peccato che in entrambi i casi si tratti sempre di personaggi non italiani, pertanto l’identificazione è fatalmente sempre con eroi che si chiamano Lucas, Bloom, Aisha, Brandon. Questo nell’immaginario nipponico non è avvenuto. Star Zinger che pure è di genere fantascientifico è ispirato da una leggenda medioevale nipponica, come pure lo stesso Jeeg robot d’acciaio, così come sono infinti i rimandi alle tradizioni, si pensi al samurai Goemon. Il loro universo attinge all’interno, la sgiagura di Hiroshima e Nagasaki è all’origine di molte storie che hanno lo sfondo nella contaminazione nucleare ed ambientale, mentre fu il traffico di Tokyo nei primi anni sessanta è ad ispirare Mazinga Z a Go Nagai. E sul fronte dei supereroi, dico che se i giapponesi hanno potuto creare un proprio universo supereroistico credibile con Hurricane Polimar, Fantaman, Moon Mask Rider e Gatchaman, è paradossale che da noi non avvenga.

Dico paradossalmente perchè i supereroi statunitensi molto devono al Pantheon greco-romano, Superman è una versione fantascientifica di Apollo, Wonderwoman è un’amazzone etc,etc..A quanto pare, noi che abbiamo un patrimonio infinito di leggende e miti che attraversano tutta la nostra storia, che abbiamo avuto avventurieri come Casanova e Cagliostro ed eroi come Garibaldi e D’annunzio e che siamo anche teatro di misteri più contemporanei che hanno a che fare con lo scacchiere internazionale, ci limitiamo a seguire la scia. Insomma, si potrebbe tristemente dire che schizofrenicamente, noi imitiamo loro che hanno imitato noi.

Per chiosare il paradosso di Manieri sulll’imitazione di un’imitazione, vorrei aggiungere due cose: come ricordava Alfonso F. Dama, Poe nelle sue storie si è spesso ispirato a novelle e poemetti italiani (spesso citava gli autori nelle didascalie e usava termini dialettali italiani nei suoi scritti). Poi, il primo romanzo gotico, il Castello di Otranto, di Walpole è ambientato in Salento, Puglia, dove nebbia se ne vede pochina…

Tra l’altro la prima edizione di quel romanzo, era intitolata The Castle of Otranto, A Story. Translated by William Marshal, Gent. From the Original Italian of Onuphrio Muralto, Canon of the Church of St. Nicholas at Otranto (“Il Castello di Otranto. Una Storia. Tradotto da William Marshal, Gent. dall’originale italiano di Onuphrio Muralto, Vescovo della Chiesa di San Nicola di Otranto”) e si presentava come una traduzione di un manoscritto stampato a Napoli nel 1529 da poco rinvenuto nella biblioteca di “un’antica famiglia cattolica nel nord dell’Inghilterra”, un trucco poi ripreso da Manzoni..

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5 thoughts on “Il paradosso dell’Imitazione

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