La crisi guglielmina

La politica estera di Bismark aveva un unico scopo: evitare qualsiasi accerchiamento della Germania da parte di potenze ostili. Per far questo, il cancelliere tedesco aveva adottato le seguenti linee guida:

1) Nessuna provocazione alla Gran Bretagna, anche a costo di limitare le ambizioni coloniali; al contempo, istigare la rivalità “africana” tra Parigi e Londra, in modo che non si accordassero contro Berlino;

2) Trovare un equilibrio nei Balcani, anche a scopo di sacrificare a vantaggio della Russia gli interessi austriaci;

3) Fomentare la rivalità anglo russa relativamente all’India;

4) Mantenere una tensione tra Italia e Francia, sempre istigando le rivalità coloniali;

5) Impedire che Italia e Austroungheria si scannassero per i confini adriatici.

Politica estera che con qualche sbavatura, sembrava funzionare, ma che entra in crisi sotto Guglielmo II, per motivi ben più sei dei limiti caratteriali e intellettuali del Kaiser.

La questione base, come oggi, era la sostenibilità del sistema economico finanziario tedesco, che aveva tre grossi problemi: gli junker, crisi industriale ed esposizione bancaria.

Gli Junker, gli aristocratici prussiani, con le loro tenute che per stare in piedi, godevano di un trattamento fiscale privilegiato e sussidi a pioggia, per compensare la minore competività dei loro prodotti rispetto a quelli importati dall’estero, che si traduceva in un salasso per i conti pubblici di Berlino.

Inoltre, per resistere alla concorrenza, cominciarono a organizzarsi politicamente nella Lega degli Agrari, che impose al governo una serie di misure protezionistiche, che irritarono la Gran Bretagna, leggi contro la libera circolazioni di braccianti sia tedeschi, sia provenienti dalla Russia, in modo da abbassare i loro salari e la “ricolonizzazione” delle terre orientali, ossia l’insediamento sovvenzionato dallo Stato di contadini tedeschi su piccole proprietà strappate ai Polacchi, questioni che provocarono un raffreddamento dei rapporti con San Pietroburgo.

L’industria tedesca, dopo una fase di espansione, dovuta alla riduzione dei costi di produzione, sfruttando notevolmente gli operai e usando il dumping (smercio dei prodotti all’estero a prezzi bassissimi), compensando le perdite nell’export con l’aumento dei prezzi delle merci vendute all’interno del paese, era in difficoltà.

La Gran Bretagna stava adottando uno stesso approccio e al contempo, l’irruzione degli USA riduceva le quote di mercato: era necessario trovare un modo per piazzare la soprapproduzione.

Le banche, poi, come oggi, erano in sofferenza, sovrasposte con il capitale industriale e con i titoli di stato di altri paesi europei (con la Turchia a svolgere il ruolo attuale dell’Italia).

La classe dirigente tedesca cercò inizialmente di pompare la produzione industriale con una sorta di “politica keynesiana”: la costruzione della grande flotta da guerra, non considerando che questo avrebbe portato la Gran Bretagna a riconsiderare la propria politica estera.

Poi, per giustificare tale spesa, fu deciso di rilanciare la politica coloniale, nella speranza, vana, che i territori dell’Africa e del Pacifico potessero essere nuovi mercati redditizi. Furono ad esempo investiti capitali nelle miniere della Repubblica Boera di Transvaal e occupato il porto cinese di Kiasschou

Fallita questa opzione, che portò al riavvicinamento tra Londra e Parigi, impaurite dall’attivismo tedesco, mancando l’euro e la possibilità di scaricare con la speculazione finanziaria le proprie sofferenze su gli altri partner, fu deciso di costruire un’area di espansione economica nel Balcani e al contempo di vincolare politicamente il debitore più riottoso, ossia l’impero Ottomanoche concesse la tra l’altro costruzione di un porto e di una linea ferroviaria sulla costa orientale del Bosforo

Ciò implicava andare contro gli interessi russi e italiani, favorendo al contempo quello austriaci e provocare altre crisi isteriche a Londra, che il riteneva il Medio Oriente suo protettorato economico e temeva che gli investimenti tedeschi avessero come scopo indebolire i propri collegamenti marittimi con l’India

Risultato, per tenere in piedi i suoi carrozzoni economici, a inizio Novecento il Reich aveva smontato pezzo per pezzo la politica di Bismark. Di fatto era accerchiato, con Russia, Francia e Inghilterra pronte a saltargli addosso alla prima occasione e con l’Italia, che vedeva perennemente danneggiati i suoi interessi, pronta a rompere l’alleanza.

Il dramma vero è che tutti, a Berlino e Vienna, sottovalutavano gli effetti delle loro azioni: questo mix di egoismo e superficialità, simile a quello della Germania odierna, fu la causa primaria della Grande Guerra.

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2 thoughts on “La crisi guglielmina

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