Il pressappochismo giolittiano

Se la politica tedesca, basata sul principio scarichiamo i nostri problemi economici interni sui vicini, aveva creato le condizioni per lo scoppio della Grande Guerra, a dar fuoco alle polveri fu la più improbabile potenze europea: l’Italia.

Sin dal 1861, il nostro governo era intenzionato a ottenere delle basi navali nel Nord Africa, per dire la sua sul traffico marittimo legato al Canale di Suez. La scelta più ovvia sembrava la Tunisia, anche per la presenza di una forte comunità italiana, ma sia gli intrighi francesei sia l’opposizione dell’Inghilterra, timorosa che una potenza, anche amica, potesse controllare entrambe le sponde di un passaggio marittimo obbligato, come lo stretto di Sicilia, fecero fallire i tentatitivi di occupazione.

Già nel 1885, si era deciso di ripiegare sull’alternativa Cirenaica e Tripolitania, ma il governo decise di impelagarsi nell’Africa Orientale.

All’epoca lo studio del contrammiraglio Lovera, dal titolo “Condizioni militari della Tripolitania” che prevedeva la necessità di una forza di almeno 30.000 uomini per occupare la regione, con due sbarchi principali presso Tripoli e Bomba (Cirenaica) evidenziava però come il gioco non valesse la candela.

Lovera che da quelle parti c’era stati veramente, sottolineava come vi fossere solo sassi e sabbia. Uno colonizzazione sarebbe stata solo uno spreco di soldi del contribuente italiano

Dopo Adua, nel 1897, si riprese l’idea: condizione necessaria, però era che il conflitto rimanesse limitato con l’Impero Ottomano, dato che a Roma si era convinti che Germania e Austro Ungheria, nonostante la Triplice, non avrebbero mosso un dito in caso di attacco anglo francese.

I piani rimasero nello sgabuzzino finché, con la loro solita mancanza di buonsenso, i tedeschi nel 1911 fecero scoppiare la seconda crisi marocchina. Il governo italiano, convinto che l’opinione pubblica internazionale fosse distratta dal rischio di guerra tra Francia e Germania, decise di entrare in azione. Come sempre succede in Italia, nelle decisioni di politica estera contarono molto le paturnie interne

Giolitti voleva recuperare consensi a destra, contro i nazionalisti che lo accusavano di essere troppo arrendevole; il Banco di Roma, principale finanziatore del politico italiano, che temeva per i suo investimenti a Tripoli, visto che i Giovani Turchi, resosi conto del fatto che la banca italiana aveva una forte propensione all’evasione fiscale, erano intenzionati a ottenere le tasse con le buone e le cattive quanto dovuto allo Stato, faceve pressione per l’intervento.

Poi Antonino di San Giuliano, ministro degli esteri, temeva che la Germania ottenesse la Libia come compensazione relativa alla crisi marocchina. Per cui si diede il via alle operazioni.

Ovviamente, con solito italico pressappochismo: a differenza di Lovera, nessuno dei comandi italiani conosceva il territorio, nè le truppe, come aveva evidenziato il generale Caneva, vecchio sì, ma scemo no, avevano la più pallida idea di come si combattesse nel deserto.

Poi, nessuno aveva idea degli equilibri locali o di come i Senussi potessero non gradire la presenza di infedeli sul territorio libico.

Ancora peggio dal punto di vista diplomatico: Austria-Ungheria e Germania, sia per questione economiche, il pagamento del debito da parte di Istanbul, sia per motivi politici, contrastare gli interessi Russi nel Balcani volevano una Turchia integrata nella Triplice Alleanza e la guerra andava a rompere le uova nel loro paniere; Inghilterra e Francia, al contempo, non volevano che fosse alterato l’equilibrio nel Nord Africa.

Il Duca degli Abruzzi poi ci mise del suo: provocò un incidente diplomatico con la Parigi, sequestrando a Cagliari un paio di mercantili francesi, uno con la Grecia che si lamentava per le continue violazioni delle acque territoriali e con l’Austria che non gradiva vedere cannoneggiate le sue rive dell’Adriatico.

Vienna era tanto esasperata da dislocare a Cattaro 1ª divisione della flotta (corazzate SMS Zrinyi, SMS Radetzky, SMS Erzherzog Franz Ferdinand) e studiare la possibilità di un attacco a sorpresa al Veneto, evitato grazie all’intervento di Guglielmo II.

Persino la Russia, che aveva cercato un compromesso, proponendo una soluzione di compromesso (protettorato italiano della Libia, con il sultano che manteneva la sovranità formale della zona) fu irritata con il decreto di annessione emesso da Giolitti.

Grazie al cielo, i comandi militari italiani si comportarono per una volta dignitosamente e la guerra fu vinta: il problema è che gli altri paesi balcanici, convinti che la Turchia fosse alla frutta, scatenarono la guerra che ruppe tutti gli equilibri dell’area.

Guerra in cui, per la rivalità con l’Austria per il controllo dell’Adriatico, l’Italia rischiò di infilarvisi tra capo e collo, con l’obiettivo di creare lo stato satellite d’Albania: tra il 1912 e il 1913, Giolitti e Antonino di San Giuliano mandarono ultimatum alla Serbia, al Montenegro e alla Grecia che evitarono di degenerare in un conflitto armato per il buonsenso delle controparti e per la pazienza di Londra e Berlino, rassegnate a fare da mediatrici in ginepraio senza fine.

Questa politica convinse l’Austria che l’Italia poteva essere al suo fianco, in eventuali azioni di forza contro la Serbia, che Seconda Guerra Balcanica stava malmenando i bulgari alleati di Vienna.

La risposta italiana fu il tradizionale “Armiamoci e partite”: Vienna lasciò stare, ma la cosa fu risaputa a Belgrado, dando origine alla sequenza di eventi che portarono all’attentato di Sarajevo

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3 thoughts on “Il pressappochismo giolittiano

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