Cento Scale

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Nella Bibbia si narra di Giacobbe che, durante il suo viaggio essendo giunto in un certo luogo, e volendo riposarsi dopo il tramonto del sole, prese una delle pietre che stavano per terra e, ponendola sotto la testa, dormì in quello stesso luogo. E vide in sogno una scala che poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo, e vide anche alcuni angeli che vi salivano e vi scendevano.

Immagine che ricorre anche nella tradizione islamica, Maometto vide una scala che saliva nel Tempio di Gerusalemmw fino al Cielo, con gli angeli a destra e a sinistra; sulla scala le anime dei giusti salivano verso Dio, e in Dante che nel nel cielo di Saturno, descrisse una scala d’oro innalzarsi vertiginosamente fino all’ultima sfera celeste, sulla quale salivano le anime dei beati.

Simbolo forte la scala, che Guénon, immagina a come immagine dell’ascesi verso il Divino

Gli angeli rappresentano propriamente gli stati superiori dell’essere; a essi corrispondono quindi più particolarmente i pioli, il che si spiega con il fatto che la scala dev’essere considerata con la base poggiata a terra, cioè, per noi, è necessariamente il nostro mondo il «supporto” a partire dal quale si deve effettuare l’ascensione.

Ma in una società sempre più laica come la nostra, è ancora possibie parlare di dimensione spirituale ? E’ una delle domande che si pone Ignazio Fresu con Cento Scale, la spettacolare installazione che verrà inaugurata questo pomeriggio lle ore 19 nel giardino Buonamici a Prato. L’opera potrà essere ammirata tutti i giorni dalle 19 alle 2 di notte, esclusa la domenica, fino al 16 settembre.

Il punto di partenza di Ignazio è nella poesia di Montale

Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale

in cui si evidenzia come la Realtà vada al d là dell’apparenza fenomenica, ma consista in un mistero inspiegabile.

E la Spiritualità, in questi giorni è qualcosa di più e di diverso dell’affidarsi a certezze fideistiche; è interrogarsi di continuo sulla Natura dell’Essere, cercando un senso fragile e fallibile, alla propria vita, sognando di arrampicarsi versi l’Infinito, sempre incerti se trovarvi il Tutto o il Nulla….

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Gavrilo Princip

In questi giorni, a Sarajevo è stata dedicata una statua a Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando: ebbene, dopo un secolo, il monumento sta scatenando una serie di polemiche, tra chi lo considera un terrorista e chi un eroe.

Io, personalmente, lo reputo un’idealista, vittima di un gioco molto più grande di lui. Dopo il colpo di stato del 1903, il governo di Belgrado aveva l’obiettivo politico di estendere la sua influenza nei Balcani.

Al di là delle dichiarazione di facciata, la Serbia estesa “dalla vetta del Triglav al Mar Nero” come scriveva Garasanin o “dalla Dalmazia a Salonicco”, come istigava il rappresentante diplomatico dello zar, barone Hartwig, l’obiettivo concreto era di portare sotto la propria sovranità le aree a maggioranza serba sotto l’Austria Ungheria e annettere, in maniera più o meno formale, il Montenegro.

Obiettivo che però contrastava con le ambizioni austriache e italiane nel Balcani; per la sua realizzazione concreta, dato che l’opzione militare sembrava poco realistica, a Belgrado si confrontavano due linee politiche.

La prima, attendista, era capeggiata dalla corte: l’idea è che prima o poi l’impero austrugarico, essendo un organismo decrepito, sarebbe caduto in una guerra civile, con la Serbia pronta a raccoglierne i frammenti

La seconda, azionista, invece era capeggiata dall’esercito e dai servizi segreti: aiutare e finanziare i gruppi indipendentisti e nazionalisti che operavano nell’impero e creare instabilità con attentati e omicidi mirati, in mdo causare una spirale repressiva da parte degli austriaci che a sua volta avrebbe spinto i popoli slavi a ribellarsi o, nella migliore delle ipotesi, il loro protettore russo a intervenire con le buone, imponendo a Vienna una conferenza di pace, o con le cattive.

In mezzo il governo, capeggiato da Pasic, che si barcamenava con ambiguità tra le due.

Come strumento operativo, i servizi segreti serbi avevano creato la cosiddetta Mano Nera, al cui capo vi era il colonnello Dragutin Dimitrijevic, ma era più noto con il suo nome di battaglia: Apis, come la divinità egiziana raffigurata come un toro. Apis era scapolo, comandava i servizi segreti dell’esercito e nel 1914 aveva 36 anni. Quando ne aveva 25 aveva partecipato alla congiura durante la quale venne ucciso il re di Serbia.

Per completare il suo curriculum nel 1911 aveva organizzato un attentato per uccidere Francesco Giuseppe e parte della famiglia reale austriaca, in occasione delle nozze di Carlo e Zita, attentato fallito, per fortuna degli Asburgo, in maniera fantozziana, con le bombe a mano esplose nelle mani dei potenziali assassini.

Apis aveva un grosso problema: Francesco Ferdinando, che nonostante i suoi limiti e il suo caratteraccio, era l’unico a Vienna, con i suoi progetti di riforme che avrebbero dato autonomia agli slavi, ad aver trovato un’alternativa politica agli intrighi serbi

Poi, l’Arciduca, il 28 giugno 1914 aveva deciso di andare a Sarajevo, per celebrare lontano dalla corte l’anniversario del giuramento morganatico con cui, dopo tanto penare, aveva ottenuto il permesso di sposare la sua amata, Sofia Chotek (slava di nascita e di rango molto inferiore), in cambio del giuramento che i figli nati da questa unione non fossero mai saliti al trono.

Probabilmente, Francesco Ferdinando non si era neppure reso conto come quella data corrispondesse al 15 giugno del calendario giuliano, festa di San Vito, il Vidovdan , in cui si commemora la battaglia della Piana dei merli.

Per cui, quello che doveva essere un suo svago, veniva visto dai nazionalisti serbi come grave provocazione.

Alla notizia della visita, Pasic incaricò il proprio rappresentante diplomatico a Vienna di protestare contro lo svolgimento di manovre militari sul confine serbo e di avvertire il governo austriaco di come, in caso contrario, la vita dell’Arciduca fosse stata in pericolo.

Il diplomatico serbo non riuscì a farsi ricevere dal ministro degli Esteri, ma parlò con quello delle Finanze al quale fece – inascoltato – un discorso che alludeva a possibili reazioni popolari

“qualche soldato bosniaco potrebbe mettere nel suo fucile un proiettile vero al posto della cartuccia a salve”

e concludeva con le parole:

“Sarebbe ragionevole che l’Arciduca Francesco Ferdinando non si recasse a Sarajevo”.

Dati i pessimi rapporti tra governo viennese e Francesco Ferdinando, l’arciduca non fu avvertito e continuò imperterrito.

Così la Mano Nera decise di organizzare un’azione dimostrativa: il maggior Vojin Tankosic, su ordine di Apis, incontrò un piccolo gruppo di terroristi serbo-bosniaci membri della Giovane Bosnia, che si ispirava a Giuseppe Mazzini, con tanto ideali e poco addestramento. Tra l’altro uno dei loro membri era Vaso Čubrilović che poi divenne teorico dell’allontamento degli Italiani dall’Istria e della pulizia etnica nei confronti degli albanesi del Kossovo (di fatto, uno dei tanti cattivi maestri di Milosevic…)

Tankosic consegnò ai bosniaci quattro pistole, sei bombe e alcune capsule di cianuro per suicidarsi, nel caso fossero stati catturati, dicendo loro di attentare alla vita dell’Arciduca, accusandolo di essere nemico dei slavi.

I membri della Giovane Bosnia, compreso Princip, che avevano idee poco chiare sull’Arciduca e sulle sue idee, neppure sapevano che fosse accompagnato dalla moglie e che avesse figli, accettarono.

Che l’azione fosse probabilmente solo dimostrativa, è dimostrato dal fatto che il compito fosse stato affidato a degli incompetenti: l’Arciduca si sarebbe soltanto preso uno spavento e irritato dal comportamento dei sui sudditi bosniaci, avrebbe cambiato linea politica.

Tankosic, poi incontrò Pasic, per riferirgli del progetto: il primo ministro serbo, secondo la testimonianza di Jovanovic, accosentì, convinto che Francesco Ferdinando non corresse rischi concreti e diede l’ordine a Tankosic di distruggere le prove del coinvolgimenti di Belgrado; nel caso fossero catturati vivi o morti, si sarebbe dovuto evidenziare il loro legame con gli anarchici, all’epoca molto attivi nell’eliminazione fisica di politici e teste coronate, invece che con il nazionalismo serbo

Per maggior sicurezza e depistare eventuali indagini austriache. fu emesso un mandato di cattura per i membri della Giovane Bosnia.

Così quando Mehmed Mehmedbašić non sparò e Nedeljko Čabrinović lanciò una bomba sbagliando auto, gli agenti della Mano Nera si fregarono le mani soddisfatti.

Ma fecero i conti senza l’oste: Gavrilo Princip si era allontanato per comprare il cibo per i membri del gruppo, vide l’auto aperta di Francesco Ferdinando e sparò a bruciapelo, non per uccidere l’arciduca, ma il governatore generale della Bosnia Potiorek, l’unica personalità che era riuscito a riconoscere

Invece, successe il finimondo: un primo proiettile trapassò la fiancata dell’auto e colpì Sofia Chotek all’addome, mentre il secondo colpì Francesco Ferdinando al collo, dove non era protetto dal giubbetto antiproiettile che indossava.

E non fu l’unico imprevisto: a quanto pare, a Sarajevo avevano un’idea diversa dell’Arciduca rispetto a Belgrado; scoppiò un pogrom antiserbo che diede l’occasione alla polizia austrungarica di scoprire tutta la rete bosniaca della Mano Nera…

Così, mentre Princip e Cabrinovic subivano un regolare processo, ed essendo minorenni si salvarono dalla condanna a morte, poco più di un centinaio di persone, agenti segreti serbi o presunti tali, furono impiccati senza tante formalità per il sospetto di essere stati complici dell’attentato. Milan Ciganović, il braccio Dragutin Dimitrijevic si salvò dall’arresto per il rotto della cuffia, fuggendo in Serbia, dove Panic gli diede un salvacondotto, i primi di luglio del 1914, in modo che potesse fuggire negli USA.

I risultati delle perquisizioni, più la confessione di Trifko Grabez che fece nomi e cognomi, fecero così saltare il tentativo di depistaggio, portando agli eventi della crisi di Luglio…

Il Piano XVII

Se il piano Schlieffen è stato sviscerato dagli storici in ogni sua parte, minore attenzione è stata dedicata alla sua controparte francese.

Se all’inizio gli Alti Comandi di Parigi, nonostante i timori di Moltke senior, a tutto pensavano tranne che ad attaccare la Germania, anzi, i loro piani erano difensivi, fondati nell’ipotesi che i tedeschi replicassero la strategia del 1870, le cose cambiano con la Duplice Intesa del 1891

Da quel momento in poi, l’esercito francese cambia idea: lasciando ai russi il compito di marciare su Berlino, è necessario però impegnare quante più possibili armate germaniche, in modo che non possano essere impegnate sul fronte orientale

Nasce così nel 1898 il cosiddetto Piano XIV che prevedelo schieramento sul confine franco-tedesco di cinque armate concentrate tra Saint-Dizier e Epinal in una formazione a diamante; queste avrebbe dovuto fungere da esca per il comando tedesco che così avrebbe impegnato più truppe possibile ad Occidente. Nel caso che le cose si fossero messe bene, per le vittorie russe in Prussia Orientale, l’esercito francese sarebbe passato alla controffensiva.

Piano che tra l’altro faceva buon gioco alla strategia prevista da Moltke senior e che viene rafforzato nel 1903 dal Piano XV che prevede di schierare cinque armate tra Verdun e Epinal, dietro munite forticazione; una armata sarebbe posizionata in avanti a Nancy mentre le altre, schierate sui due fianchi interverrebbero in modo flessibile sulla base dei movimenti dei tedeschi o per fungere da riserva tattica in caso di controffensiva

Nel 1904, però il Deuxième Bureau, il servizio segreto dell’esercito, viene a conoscenza delle linee fondamentali del piano di guerra adottato dallo stato maggiore nemico, grazie alle sensazionali rivelazioni della spia tedesca Le Vengeur, un ufficiale dell’esercito germanico di cui non si è mai riusciti a scoprire l’identità che durante una serie di rocamboleschi incontri con emissari francesi, presenta, dietro il pagamento di una forte somma di denaro, un’importante documentazione che svelava la prima versione del cosiddetto Piano Schlieffen, priva però della descrizione del previsto contributo italiano.

In pratica, i francesi si trovano davanti alla possibilità di subire un’offensiva in grande stile secondo l’asse Olanda Belgio, con l’Alsazia sguarnita.

Così comincia la revisione dei piani bellici: la prima è il Piano XV bis che prevede la costituzione di una armata da riserva da trasportare a nord in caso di effettiva violazione tedesca della neutralità belga, da affiancare a un corpo di spedizione britannico, che sarebbe sicuramente intervenuto.

Nel maggio 1907, viene presentato il Piano XV ter che che prevede, oltre ad un raggruppamento principale di tre armate in Lorena, un’armata schierata in copertura a nord-est di Saint-Dizier con due corpi d’armata e due divisioni di cavalleria; i servizi segreti francesi danno sempre più credibilità a Le Vengeur, visto che attorno Acquisgrana sono costruite numerose linee ferrovie, utili solo ai fini bellici.

Sulla base di queste valutazioni e considerando anche che le teorie strategiche preferite storicamente dai generali tedeschi si basavano su vaste manovre aggiranti, nel 1909 il generale Henri de Lacroix, in quel momento comandante in capo designato dell’esercito francese, imposta il piano XVI.

De Lacroix, però sia per motivi logistici, sia per la questione dell’Alsazia Lorena sguarnita, considera il piano Schiefflen irrealizzabile e sospetta che tutto sia un inganno, orchestrato dai servizi segreti tedeschi. Dopo lunga riflessione, ipotizza come i tedeschi attacchino attraverso le Ardenne per sbucare con due masse separate a Verdun e a Sedan e poi convergere verso il mare, per imprigionare in una sacca le truppe francesi poste a protezione del Belgio, intuendo paradossalmente ciò che accadrà nella Seconda Guerra Mondiale con il Fall Gelb.

Così prevede come la massa principale dell’esercito sia schierata tra Verdun e l’Alsazia, e che notevoli forze di riserva sarebbero state tenute indietro, a Châlons-sur-Marne, per intervenire, dopo aver riconosciuto l’effettiva direzione dell’attacco principale tedesco, sia a Verdun che a Epinal o a Sedan

Il suo successore, il generale Michel, però sospetta che le considerazione di La Croux siano campate in aria e decide di considerare valido il Piano Schlieffen; in previsione dell’offensiva tedesca attraverso il Belgio, propone nel 1911 il piano XVI bis, in cui dispone lo schieramento francese verso ovest fino alla costa della Manica e di manovrare offensivamente verso Anversa, Bruxelles e Namur, in modo da sfidare gli avversari in una battaglia d’incontro.

Per vincerla, però, è necessario avere più forze in campo dell’avversario: a tal scopo, Michel il generale propone di modificare la struttura dell’esercito inserendo in prima linea anche le truppe di riserva aggregando ad ogni reggimento regolare un reggimento di riserva.

Trascurando le considerazione politiche e delle polemiche tra ufficiali, Gallieni, il futuro eroe della Marna, evidenzia come tale modifica generi un grosso casino organizzativo, rendendo di fatto inefficace l’esercito francese per tre o quattro anni; inoltre avrebbe appesantito notevolmente la logistica, replicando lato francese i problemi tedeschi,distendendendo su una linea troppo estesa l’esercito e rischiando di indebolire pericolosamente il centro e l’ala destra

Quindi il Ministro della Guerra Messimy, dopo aver cacciato a pedate Michel e provveduto alla riorganizzazione dell’alto comando concentrando in una stessa persona l’incarico di capo di stato maggiore dell’esercito e quello di vice-presidente del Conseil e comandante in capo designato in caso di guerra, decide di affibbiare questo ruolo a Joffre, la persona sbagliata al momento sbagliato, sostenitore della teoria della cosiddetta offensiva ad oltranza.

Strategia che invece che su considerazioni militari, era basata su idee misticheggianti: considerava fondamentale prendere l’iniziativa in guerra e sfruttare le caratteristiche positive del soldato francese che, naturalmente portato all’attacco e dotato di slancio (elan) e coraggio (cran) superiore ai soldati degli eventuali nemici, avrebbe avuto la meglio in grandi battaglie offensive in campo aperto.

Come implentare tutte queste chiacchiere nella pratica ? Joffre ha inizialmente un’idea genialoide: visto che i tedeschi passeranno per il Belgio, noi li anticiperemo, violando per primi la neutralità di Bruxelles e prendendoli di sorpresa.

Il generale inglese Hughes Wilson lo riconduce, il 27 novembre 1912, alla ragione, evidenziando l’inutilità militare di tale manovra e ricordando come, in caso di violazione francese, la Gran Bretagna sarebbe intervenuta, ma al fianco del Kaiser.

Così Joffre si macera per mesi cercando di capire dove diavolo scatenare la sua offensiva, capace di anticipare la manovra tedesca: grazie a Foch, ci si accorge del presunto buco dell’Alsazia.

Così nasce il 18 aprile 1913, il cosiddetto Piano XVII: cinque armate sarebbero state messe in campo mentre in un documento segreto allegato al piano XVII illustrava i dettagli del previsto intervento di un corpo di spedizione britannico sul fianco sinistro dell’esercito francese, a ovest di Mézières. In linea generale il progetto del generale Joffre prevedea che la 1ª e la 2ª Armata, concentrate sull’ala destra dello schieramento, attacchino in Lorena verso Sarrebourg e Saarbrücken; più a nord la 3ª Armata passerebbe all’offensiva verso Metz e Thionville. All’ala sinistra il piano prevedeva il raggruppamento della 5ª Armata che potrebbe penetrare in Lussemburgo oppure, “alla prima notizia della violazione del territorio belga da parte della Germania”, supportare l’esercito belga, rallentando l’azione tedesca e permettendo ai francesi la conquista della Renania, azzerando così il potenziale industriale avversario, ignorando sia la possibile presenza italiana, sia le contromisure di Moltke junior.

Così cominciò il disastro della battaglia delle frontiere

 

Cultura a Roma

Grazie a un amico, mi è capitato sotto gli occhi questo articolo di Repubblica che, con qualche imprecisione, descrive lo stato attuale della Cultura a Roma

Premesso che impostare una politica culturale nell’Urbe è molto complicato, per la cronica mancanza di fondi, perchè è un’ambiente frammentato e litigioso che, a differenza di Milano, non riesce a fare sistema, in cui bisogna confrontarsi con le paturnie di una burocrazia strampalata (un paio di perle che mi sono accadute personalmente… Avevo coinvolto il direttore marketing di una società tessile del Nord Est, per finanziare una mostra di street art ed è stato accolto con un “Non rompa i co…ni” da un presunto dirigente capitolino… O la richiesta del museo di arte contemporanea di Guangzhou di organizzare una mostra a sue spese sulla nuova fotografia cinese che chissà in quale ufficio del Campidoglio giace coperta di polvere) però verò è che Marino non si è neppure posto il problema….

Di fatto, si naviga a vista, puntando tutto si eventi effimeri che alla fine, oltre alle polemiche, non si lasciano dietro nulla di concreto, lasciando tutto alla buona volontà dei singoli, siano responsabili dei Centri Culturali o Assessori dei Municipi, senza ampio respiro e una visione comune…

Eppure basterebbe così poco: la nomina al Comune di un Assessore alla Cultura credibile e di spessore che si degno di Nicolini, Borgia e Croppi, una seria semplificazione burocratica, imitare quanto sta facendo Orlando a Palermo, con l’affidamento dei beni culturali poco fruibili a cooperative di giovani, in modo che i turisti possano scoprirli, una tassazione favorevole a gallerie d’arte e studi d’artista, un investimento in incubatori “culturali”, analoghi ad esempio all’Elsa Morante e in musei territoriali, recuperando i troppi stabili abbandonati del Comune

 

Spiritualità e Fantascienza

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Per riprendere il discorso sul legame tra spiritualità, che come dice bene Sandro Battisti è qualcosa di diverso dalla religiosità, e fantascienza, do giusta visibilità a un intervento del buon Pier Luigi Manieri

Se, come è vero, la fantascienza riflette e rielabora le istanze e l’esperienza umana, come pure amplifica incubi e parimenti sogni, insomma, se la fantascienza rilegge il presente e prefigura scenari futuri interessandosi di tutto quanto corrisponda alla dimensione umana fino al trascendente, come potrebbe ignorare il rapporto con la fede? Persino nell’atto d’ignorarla, entra in relazione con la spiritualità. Detto ciò, l’esplicitazione di un’attenzione è persino pleonastica. Sarebbe come esplicitare che si respiri aria

Io e la Cultura

Nelle discussioni avute in questi giorni sul concerto dei Rolling Stones a Circo Massimo, spesso ho sentito dire

“Ce ne fossero di più de eventi così. Bisogna riportà la cultura a Roma”

E tutte le volte comincio a grattarmi la teste, perchè, ma è un mio limite, ho una diversa idea di cultura.

L’ho sempre vista come come l’insieme degli strumenti intellettuali, nati dalla riflessione e dall’esperienza condivisa, tramite cui una società interpreta il Mondo circostante e costruisce la sua identità.

Questi strumenti, che all’inizio possono nascere anche per motivi futili, forse Omero o chi per lui era il Keith Richards dell’epoca, devono trascendere il Presente e il sentire individuale, per sedimentarsi nel tempo, in modo che ogni generazione possa dare loro un valore, depurandoli dal particolare e rendendoli universali…

Con tutto l’affetto che ho per i Rolling Stones, non mi sembra proprio il loro caso: magari tra un paio di secoli, se ci si ricorderà ancora di loro, le cose cambieranno, ma a oggi mi sembrano appartenere più al dominio dell’Effimero che a quello della Cultura

Categorie Critiche

Riprendendo la discussione sui presunti legami tra Fascismo e Connettivismo, do visibilità a un bell’intervento di Giovanni De Matteo

Ciao Alessio, la tua chiosa è magistrale. Ci sono delle categorie critiche che tutti dovremmo imparare a esercitare meglio e dei distinguo che nessuno dovrebbe mai perdere di vista. Proprio per scongiurare il rischio di scoprirci incapaci di riconoscere una minaccia vera, quando ce la ritroviamo davanti. Non dovrebbe servire precisarlo, ma ci tengo a farlo lo stesso: ovviamente non conosco ogni singola parola scritta dagli autori che si dichiarano connettivisti, ma per quello che ho potuto leggere finora non mi sono imbattuto mai in un singolo indizio riconducibile a simpatie fasciste.

Anzi, sfido chiunque a interpretare in quest’ottica scenari fortemente distopici e complessi come quelli che siamo soliti frequentare. Chi vuole vedere altro è libero di farlo, ma se si rivela incapace di motivarlo con esempi concreti le sue uscite restano solo trollate da quattro soldi e come tali meritano di essere trattate