WHITE GOLDEN DARK

ARTIC ARROW, Iceland 2013

 

In occasione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, il fotografo Francesco Bosso esporrà dal 28 giugno a Palazzo Collicola il trittico completo “WHITE GOLDEN DARK”, con il nuovo progetto “After Dark” e i precedenti “White World” e “Golden Light” un’epifania del paesaggio che si trasforma da rappresentazione in visioni, dove l’astrazione onirica danza in mutevoli equilibri con la geometria.

Tre parole da ognuno dei cicli che compongono il trittico; tre visuali interiori che si condensano nel ritmo dinamico dei colori: il bianco che accende la pienezza ottica e sospende la fisica degli elementi, l’oro che aggiunge la preziosità atavica dei luoghi, la loro memoria di lunghissimo corso, la resistenza mineralizzata che scavalca l’umano, l’oscuro che aggiunge l’odore della notte, il mistero del lato nascosto, la profondità dietro ogni luce accecante, dietro ogni magia preziosa.

WHITE WORLD è il ciclo della saturazione, la vertigine del bianco siderale, l’estasi che porta verso il buio necessario. Gli spazi narrati confermano il pittoricismo di Bosso e la sua coscienza astratta, un codice espressivo che cerca l’ideale platonico oltre la superficie, l’emozionalità oltre l’apparenza oggettiva, l’atto poetico oltre il fatto narrato.

GOLDEN LIGHT è un’immersione figurativa nel paesaggio islandese con cui Bosso ha stretto una sintonia alchemica; un dialogo di preziose intonazioni che si esprime nel rigore sacrale dell’atmosfera, nei volumi plastici delle montagne, nella densità oleosa dell’acqua, come se tutto fosse mercurio che trattiene la luce, irradiando riflessi metallici e raggi solarizzati. Qui la luce esprime un apice modellante, diventa materia solida che profila i volumi del paesaggio, al punto da rendere il colore una somma epidermica e muscolare.

AFTER DARK prosegue idealmente la ricerca di “Golden Light”, lungo una discesa graduale nei toni più scuri, nelle modulazioni minuziose del grigio, tra contrasti marcati e la decisa astrazione dell’inquadratura. Qui tutto è pura essenza, archetipo di forme mentali, geometria siderale che varca il ciclo organico della figurazione naturistica. L’immagine si purifica da qualsiasi scoria iconografica, seguendo l’imprinting architettonico di Cartier-Bresson, creando visioni sublimi che si allontanano dal terreno e disegnano immaginari.

Francesco Bosso da sempre predilige il bianconero modulare, fatto di molteplici variazioni del grigio e delle scale tonali intermedie. La sua espressione ragiona in modo pittorico, dentro il naturismo potente del paesaggio incontaminato. Una visuale metodica e lentissima, frutto di lunghe attese nei posti prescelti, di materiali pregiati su cui stampare, di tecniche dalle calibrature infinitesimali. Il risultato dei suoi cicli è un viaggio sospeso, uno stadio gassoso dello sguardo, pura astrazione dentro la potenza del cammino intrapreso.

Scrive Marziani nel libro “White World”: “Le opere di Bosso sono figlie di un approccio rispettoso, intriso di esperienza viva e senso delle radici. Comprendi che nel suo mondo convivono macchinari preziosi per storia, antiche tecniche di elaborazione e stampa, carte raffinate su cui prende corpo lo sguardo atemporale dell’autore. Senti l’eco di alcuni maestri come Edward Weston, Ansel Adams, John Sexton, Irving Penn, in generale senti le tradizioni senza tempo di un approccio fotografico oltre le mode, oltre le pure tecnologie, oltre i facili effetti mediatici”.

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