Asinara e Altamura

asinara

Avrei voluto parlare dell’idiozia del Piano Schiefflen, ma parlando dell’epopea dei trentini, è come sempre saltata fuori la questione dei prigionieri austriaci in Italia che, come detto altre volte, pur venendo messi ai lavori forzati, ad esempio alla costruzione della ferrovia Roma Lido, se la passavano complessivamente meglio degli italiani in mani austriache.

Riprova è nel diverso tasso di mortalità: 1 a 6 per i prigionieri italiani, 1 a 80 per quelli austriaci, il che rende bene la differenza di condizioni di vita.

Tuttavia, vi sono due tragiche eccezioni, causate dal solito pressappochismo italico. La prima, più nota è quella dell’Asinara. Nel 1914, mentre Conrad giocava a fare il Napoleone in Galizia, collezionando disastri, le offensive austriache contro la Serbia si erano risolte in sonore sconfitte, portando alla cattura di 76.000 prigionieri imperial regi.

Nel 1915, con l’allentarsi della pressione russa, Austria e Germania poterono concentrarsi sulla Serbia, travolgendola. Per evitare la capitolazione il governo e l’esercito serbo decise di intraprendere la sua anabasi: da Belgrado a Niš, in Montenegro, e poi dal Montenegro al Kosovo. Destinazione finale i porti albanesi di Durazzo e Valona, con il proposito di proseguire poi via mare alla volta di Corfù e Salonicco per riorganizzare le fila

Cominciò così il tragico esodo di 400 mila persone: il re Pietro I, la famiglia reale, la corte, l’’esercito, e un’intera popolazione di donne, vecchi, bambini.

E 50 mila prigionieri, sopravvissuti a un’epidemia di tifo che i serbi avevano voluto portarsi dietro, come ostaggi in caso di strane iniziative austriache.

Una “marcia della morte” di nove settimane che si svolse in pieno inverno, attraverso aspre montagne coperte di neve, su sentieri fangosi, in un condizioni di tregenda e tra popolazioni ostili che difendono le loro poche risorse con bastoni e fucili.

Dei 50.000 austriaci che partirono, ne arrivarono a Valona in 24.000. Secondo gli accordi con gli alleati, la marina militare italiana avrebbe dovuto aiutare i profughi, imbarcarli su piroscafi, scortati da cacciatorpedinieri e trasportarli a Brindisi per poi consegnarli alla Francia.

Però, a Valona scoppiarono dei casi di colera: qualcuno dei geni della nostra marina, ignaro di geografia, ebbe l’idea, per evitare il diffondersi dell’epidemia di trasferire la massa dei prigionieri all’isola dell’Asinara, destinata a lazzaretto del Mediterraneo nel 1885,dopo l’epidemia di Napoli.

Isola in cui vi erano una piccola stazione contumaciale per i malati, un piccolo ospedale, una direzione sanitaria, quattro baracche, alcuni fabbricati e un forno crematorio e che certo non poteva accogliere 24000 prigionieri

Il colera sterminò altri 2000 prigionieri durante il viaggio: altri 6000 caddere le prime settimande e furono seppelliti in fosse comuni, cosparsi di calce viva. Alla fine l’epidemia passò e il Duca d’Aosta, con uno sforzo straordinario, organizzò i rifornimenti dell’isola, in modo che i 15.000 sopravvissuti evitassero di morire di fame. Nel 1916, rispettando i patti originari, furono poi consegnati ai francesi.

L’altro caso tragico, fu quello di Altamura anche questo dovuto alla nostra tradizionale incapacità di gestire le emergenze sanitarie, in tempo di pace, come in quello di guerra.

I prigionieri erano soldati Austro-Ungarici del 41^ Reggimento fanteria, catturati dall’esercito Italiano il 12 Agosto 1916 a San Martino sul Carso, di Urch e Voh, sul Monte Kolbik, sul Monte Santo e sul Monte Cucco e a Fratta.

Il campo prigionia, realizzato nel 1916 dal Genio Militare di Bari, constava di una trentina di baracche adibite a dormitori, latrine, mense, cucine e dispense, sala convegni per ufficiali e soldati, uffici, laboratori per i prigionieri, sale di lettura e scrittura, ambulatori, farmacia, infermeria, sale di degenza e reparti di isolamento per i prigionieri in contumacia.

Il campo fu abitato dall’estate 1916 all’autunno del 1920. I prigionieri, oltre ad essere nutriti meglio dei contadini locali, tanto che nelle memorie pubblicate nel 1996 da Fasslabend, i salentini spesso andavano a chiedere quanto avanzato dai pranzi e dalle cene, lavoravano e venivano pagati secondo il salario degli operai delle fabbriche del Nord (il che fece alterare notevolmente i braccianti locali, che prendevano paghe di gran lunga inferiori…)

L’inutile strage avvenne nel 1919, quando, per soddisfare le richieste alleate, fu ospitata anche un’intera legione rumena. Nessuno si accorse che vi era tra loro un’epidemia di tifo, che si propaga nel marzo 1919, mietendo 500 vittime tra i prigionieri e 2300 tra i contadini pugliesi….

P.S. all’Asinara finirono pure i trentini… Dal novembre 1918 ai primi mesi del 1919 vi furono rinchiusi circa 300 trentini ex-prigionieri dei russi che, rientrati in Italia per riabbracciare le proprie famiglie, furono bloccati a Innsbruck dall’Esercito italiano in quanto sospettati di propaganda bolscevica, dato che non si erano arruolati nel corpo di spedizione in Estremo Oriente..

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