Gavrilo Princip

In questi giorni, a Sarajevo è stata dedicata una statua a Gavrilo Princip, l’assassino dell’arciduca Francesco Ferdinando: ebbene, dopo un secolo, il monumento sta scatenando una serie di polemiche, tra chi lo considera un terrorista e chi un eroe.

Io, personalmente, lo reputo un’idealista, vittima di un gioco molto più grande di lui. Dopo il colpo di stato del 1903, il governo di Belgrado aveva l’obiettivo politico di estendere la sua influenza nei Balcani.

Al di là delle dichiarazione di facciata, la Serbia estesa “dalla vetta del Triglav al Mar Nero” come scriveva Garasanin o “dalla Dalmazia a Salonicco”, come istigava il rappresentante diplomatico dello zar, barone Hartwig, l’obiettivo concreto era di portare sotto la propria sovranità le aree a maggioranza serba sotto l’Austria Ungheria e annettere, in maniera più o meno formale, il Montenegro.

Obiettivo che però contrastava con le ambizioni austriache e italiane nel Balcani; per la sua realizzazione concreta, dato che l’opzione militare sembrava poco realistica, a Belgrado si confrontavano due linee politiche.

La prima, attendista, era capeggiata dalla corte: l’idea è che prima o poi l’impero austrugarico, essendo un organismo decrepito, sarebbe caduto in una guerra civile, con la Serbia pronta a raccoglierne i frammenti

La seconda, azionista, invece era capeggiata dall’esercito e dai servizi segreti: aiutare e finanziare i gruppi indipendentisti e nazionalisti che operavano nell’impero e creare instabilità con attentati e omicidi mirati, in mdo causare una spirale repressiva da parte degli austriaci che a sua volta avrebbe spinto i popoli slavi a ribellarsi o, nella migliore delle ipotesi, il loro protettore russo a intervenire con le buone, imponendo a Vienna una conferenza di pace, o con le cattive.

In mezzo il governo, capeggiato da Pasic, che si barcamenava con ambiguità tra le due.

Come strumento operativo, i servizi segreti serbi avevano creato la cosiddetta Mano Nera, al cui capo vi era il colonnello Dragutin Dimitrijevic, ma era più noto con il suo nome di battaglia: Apis, come la divinità egiziana raffigurata come un toro. Apis era scapolo, comandava i servizi segreti dell’esercito e nel 1914 aveva 36 anni. Quando ne aveva 25 aveva partecipato alla congiura durante la quale venne ucciso il re di Serbia.

Per completare il suo curriculum nel 1911 aveva organizzato un attentato per uccidere Francesco Giuseppe e parte della famiglia reale austriaca, in occasione delle nozze di Carlo e Zita, attentato fallito, per fortuna degli Asburgo, in maniera fantozziana, con le bombe a mano esplose nelle mani dei potenziali assassini.

Apis aveva un grosso problema: Francesco Ferdinando, che nonostante i suoi limiti e il suo caratteraccio, era l’unico a Vienna, con i suoi progetti di riforme che avrebbero dato autonomia agli slavi, ad aver trovato un’alternativa politica agli intrighi serbi

Poi, l’Arciduca, il 28 giugno 1914 aveva deciso di andare a Sarajevo, per celebrare lontano dalla corte l’anniversario del giuramento morganatico con cui, dopo tanto penare, aveva ottenuto il permesso di sposare la sua amata, Sofia Chotek (slava di nascita e di rango molto inferiore), in cambio del giuramento che i figli nati da questa unione non fossero mai saliti al trono.

Probabilmente, Francesco Ferdinando non si era neppure reso conto come quella data corrispondesse al 15 giugno del calendario giuliano, festa di San Vito, il Vidovdan , in cui si commemora la battaglia della Piana dei merli.

Per cui, quello che doveva essere un suo svago, veniva visto dai nazionalisti serbi come grave provocazione.

Alla notizia della visita, Pasic incaricò il proprio rappresentante diplomatico a Vienna di protestare contro lo svolgimento di manovre militari sul confine serbo e di avvertire il governo austriaco di come, in caso contrario, la vita dell’Arciduca fosse stata in pericolo.

Il diplomatico serbo non riuscì a farsi ricevere dal ministro degli Esteri, ma parlò con quello delle Finanze al quale fece – inascoltato – un discorso che alludeva a possibili reazioni popolari

“qualche soldato bosniaco potrebbe mettere nel suo fucile un proiettile vero al posto della cartuccia a salve”

e concludeva con le parole:

“Sarebbe ragionevole che l’Arciduca Francesco Ferdinando non si recasse a Sarajevo”.

Dati i pessimi rapporti tra governo viennese e Francesco Ferdinando, l’arciduca non fu avvertito e continuò imperterrito.

Così la Mano Nera decise di organizzare un’azione dimostrativa: il maggior Vojin Tankosic, su ordine di Apis, incontrò un piccolo gruppo di terroristi serbo-bosniaci membri della Giovane Bosnia, che si ispirava a Giuseppe Mazzini, con tanto ideali e poco addestramento. Tra l’altro uno dei loro membri era Vaso Čubrilović che poi divenne teorico dell’allontamento degli Italiani dall’Istria e della pulizia etnica nei confronti degli albanesi del Kossovo (di fatto, uno dei tanti cattivi maestri di Milosevic…)

Tankosic consegnò ai bosniaci quattro pistole, sei bombe e alcune capsule di cianuro per suicidarsi, nel caso fossero stati catturati, dicendo loro di attentare alla vita dell’Arciduca, accusandolo di essere nemico dei slavi.

I membri della Giovane Bosnia, compreso Princip, che avevano idee poco chiare sull’Arciduca e sulle sue idee, neppure sapevano che fosse accompagnato dalla moglie e che avesse figli, accettarono.

Che l’azione fosse probabilmente solo dimostrativa, è dimostrato dal fatto che il compito fosse stato affidato a degli incompetenti: l’Arciduca si sarebbe soltanto preso uno spavento e irritato dal comportamento dei sui sudditi bosniaci, avrebbe cambiato linea politica.

Tankosic, poi incontrò Pasic, per riferirgli del progetto: il primo ministro serbo, secondo la testimonianza di Jovanovic, accosentì, convinto che Francesco Ferdinando non corresse rischi concreti e diede l’ordine a Tankosic di distruggere le prove del coinvolgimenti di Belgrado; nel caso fossero catturati vivi o morti, si sarebbe dovuto evidenziare il loro legame con gli anarchici, all’epoca molto attivi nell’eliminazione fisica di politici e teste coronate, invece che con il nazionalismo serbo

Per maggior sicurezza e depistare eventuali indagini austriache. fu emesso un mandato di cattura per i membri della Giovane Bosnia.

Così quando Mehmed Mehmedbašić non sparò e Nedeljko Čabrinović lanciò una bomba sbagliando auto, gli agenti della Mano Nera si fregarono le mani soddisfatti.

Ma fecero i conti senza l’oste: Gavrilo Princip si era allontanato per comprare il cibo per i membri del gruppo, vide l’auto aperta di Francesco Ferdinando e sparò a bruciapelo, non per uccidere l’arciduca, ma il governatore generale della Bosnia Potiorek, l’unica personalità che era riuscito a riconoscere

Invece, successe il finimondo: un primo proiettile trapassò la fiancata dell’auto e colpì Sofia Chotek all’addome, mentre il secondo colpì Francesco Ferdinando al collo, dove non era protetto dal giubbetto antiproiettile che indossava.

E non fu l’unico imprevisto: a quanto pare, a Sarajevo avevano un’idea diversa dell’Arciduca rispetto a Belgrado; scoppiò un pogrom antiserbo che diede l’occasione alla polizia austrungarica di scoprire tutta la rete bosniaca della Mano Nera…

Così, mentre Princip e Cabrinovic subivano un regolare processo, ed essendo minorenni si salvarono dalla condanna a morte, poco più di un centinaio di persone, agenti segreti serbi o presunti tali, furono impiccati senza tante formalità per il sospetto di essere stati complici dell’attentato. Milan Ciganović, il braccio Dragutin Dimitrijevic si salvò dall’arresto per il rotto della cuffia, fuggendo in Serbia, dove Panic gli diede un salvacondotto, i primi di luglio del 1914, in modo che potesse fuggire negli USA.

I risultati delle perquisizioni, più la confessione di Trifko Grabez che fece nomi e cognomi, fecero così saltare il tentativo di depistaggio, portando agli eventi della crisi di Luglio…

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