Francesco Ferdinando e Villa d’Este

Il governo Salandra, nato il 21 marzo 1914, subentrando al IV gabinetto Giolitti (dimessosi per l’uscita dei radicali dalla maggioranza), si trovò da subito a fronteggiare scioperi e ostruzionismo parlamentare. Il 28 giugno, una domenica, nella “quiete del lungo pomeriggio festivo”, nel suo ufficio di Palazzo Braschi, il primo ministro fu raggiunto da una telefonata del Marchese di San Giuliano, titolare del dicastero degli Esteri che gli comunicava dell’attentato di Sarajevo, in un modo alquanto particolare.

La prima frase del ministro fu infatti

“Sai, ci siamo liberati di quella noiosa faccenda di Villa d’Este”

La bella villa di Tivoli era infatti oggetto di una complessa disputa economico legale tra il governo Italiano e Francesco Ferdinando.

Nel 1803 Ercole III d’Este morì senza lasciare eredi maschi. La proprietà passò alla figlia Maria Beatrice, andata in sposa a Ferdinando Carlo, figlio dell’imperatore d’Austria. Villa d’Este divenne quindi patrimonio degli Ausburgo di Modena

Con la morte di Francesco V Asburgo -d’Este, ultimo duca di Modena, nel 1875, si estinse il ramo maschile di questa famiglia. Il duca aveva lasciato in eredità gran parte delle sue proprietà private a Francesco Ferdinando, a certe condizioni, fra cui l’adozione del nome degli Este.

Però nel 1859, il ducato di Modena era stato annesso al regno d’Italia: la questione era se Villa d’Este di Tivoli fosse un bene demaniale del Ducato e quindi passata di proprietà automaticamente al regno d’Italia o proprietà privata del Duca e quindi parte dell’asse ereditario di Francesco Ferdinando.

Provvisoriamente la soluzione era stata di compromesso: la villa era stato concessa in in usufrutto al Cardinale Hohenlohe. Alla morte del cardinale, che pare avesse trascurato la manutenzione della villa, il problema si ripropose.

Nel 1910 il tribunale di Tivoli diede ragione a Francesco Ferdinando sul fatto che Villa d’Este fosse sua proprietà privata.

L’Arciduca però, dato che Francesco Giuseppe, a causa del suo matrimonio morganatico con Sophie Chotková, gli aveva ridotto al minimo l’appannaggio, era bisognoso di denaro.

Approfittando di questo, il governo italiano gli fece una proposta di acquisto: ma Francesco Ferdinando deciso a fare cassa, chiese oltre due milioni di lire, cifra che Roma esorbitante dato lo stato della villa e avrebbe richiesto un provvedimento di legge.

Così le trattative andavano per le lunghe, con l’ambasciatore imperial-regio Merey che raggiungeva livelli di petulanza incredibili, nel sollecitare la conclusione della vicenza.

Con la morte dell’Arciduca, i suoi figli, In base alle regole asburgiche, i loro figli non potevano quindi ereditare la villa di Tivoli, che poteva essere espropriata con un tozzo di pane

L’indomani, lunedì 29 giugno, alle ore 14,05, nella tornata (come allora si chiamavano le sedute) CXVI della Camera, il San Giuliano comunicava ai deputati l’assassinio dell’Arciduca ereditario, vittima di un “esecrando attentato”, e, formulando la speranza che il “Venerando Sovrano” Francesco Giuseppe sapesse superare la grave prova, ne lodava la saggezza  come “uno dei più alti presìdi della pace e della calma operosa e fidente”

Subito dopo, Camera e Senato cominciarono a discutere della durata delle loro ferie estive…

Gentrificazione a Palermo

Molte delle riflessioni fatte sulla gentrificazione dell’Esquilino, possono essere estese al centro storico di Palermo.

Il processo è analogo: degrado delle infrastrutture, abbandono dei ceti abbienti, sostituzione con quelli “popolari”, di provenienza italiana e straniera, riqualificazione urbana, ritorno degli abbienti.

Ma a differenza di quanto nei paesi anglosassoni, la gentrificazione non implica sostituzione, ma sovrapposizione, che quando non è associata alla creazione di un’identità condivisa, crea conflitti.

E sospetto che a Palermo, più che la realtà del Pigneto, si stia replicando quella dell’Esquilino.

Questo rende entrambi i luoghi dei “laboratori narrativi”, fonti di ispirazione per tutta la fantascienza centrata sul racconto dell’alterità, sia questa basata sul confronto con l’alieno, sia sul magma dello sprawl cyberpunk.

Per questo, saranno entrambi scenari di un prossimo romanzo, a cui sto collaborando, che tenterà di fondere assieme questi due sottogeneri, a prima vista lontani

Peripezie per un caffè

Spesso, quando capito dalle parti di Piazza Navona, per sfizio vado a godermi un aperitivo nella caffetteria di Palazzo Braschi.

Entro nel portone principale, ammiro il cortile e poi mi siedo. Pagherò un poco di più rispetto ad altri locali, ma sono trattato con i guanti bianchi e il mio sguardo si nutre di bellezza.

Qualche giorno fa, volevo fare la stessa cosa a Palermo: passeggiando giungo nei pressi della Galleria d’Arte Moderna, mi accorgo della presenza di una caffetteria. Decido di bermi un caffè.

Appena varco la soglia, otto custodi, prima impegnati nell’approfondita lettura di un giornale, mi si fiondano addosso, gridando, con fare scortese

“Serve il pass”

“Ma io vorrei prendere un caffè…”

“Il solito turista presupponente… Le regole sono regole”

Alzo le braccia

“Vabbè, mi dia questo pass”

Il tizio mi pone sgarbato una pletora di moduli da firmare… Risultato, sono corso nel bar di una piazza accanto… A quanto pare, la cultura a Palermo naviga talmente nell’oro, che i miei pochi soldi le fanno schifo 😀

Gentrificazione dell’Esquilino ?

Mercato di Piazza Vittorio

In questi giorni, sto discutendo con un mio amico sociologo spagnolo del fenomeno di gentrificazione, gran brutta parola, che indica l’insieme dei cambiamenti urbanistici e socio-culturali di un’area urbana, tradizionalmente popolare o abitata dalla classe operaia, risultanti dall’acquisto di immobili da parte di popolazione benestante, di aree del centro storico di Roma.

Se la sua analisi può essere condivisibile sul Rione Monti, fa acqua da tutte le parti. Per prima cosa, non tiene conto di una peculiatità locale: se Monti è un Rione storico, l’Esquilino è una costruzione artificiale, nata dalle esigenze dei “buzzurri” piemontesi di dover trovare casa ai loro impiegati provenienti dal Nord.

Il suo essere senza memoria e soggetto a intense e periodiche ondate migratorie (piemontesi e lombardi a fine Ottocento, marchigiani e abruzzesi tra le due guerre, campani e lucani negli anni sessanta, cinesi a fine anni ottanta, indiani a inizio 2000) ha creato due fenomeni particolari: la creazione di un identità “mitologica”, ogni abitante della zona, anche se il bisnonno era di Brembate di sopra o il papà di Qīngyuǎn, si riterrà romano da generazioni e, per compensare il proprio sdradicamento, la costruzione di una serie di reti sociali.

Il primo fenomeno, al di là di un transitorio, in cui il presunto abitante storico considererà i nuovi arrivati come pericolo, visto che gli ricorda la sua mancanza di radici, favorisce l’integrazione, assimilando le differenze in un'”ipotetica” romanità, capace di sintetizzare le contraddizioni più assurde; il secondo, invece, favorisce un associazionismo e un impegno sociale difficile da trovare in altre zone di Roma.

E questo si ripercuote nella questione gentrificazione: a fine anni Settanta, comincia, più o meno consapevolmente da parte del Campidoglio e dello Stato, una marginalizzazione dell’Esquilino.

La manutenzione del Mercato viene trascurata, diventando un ricovero di sbandati la sera, viene trasferita la Centrale del Latte, la Zecca perde centralità nei programmi di Banca d’Italia.

Non si ha più cura dei palazzi e dell’arredo urbano, la crisi economica colpisce duramente i negozi tradizionali, si crea un’area di vuoto che comincia ad essere occupata da immigrati a basso reddito:

Dinanzi a questo fenomeno, la vecchia “gentry” abbandona le loro abitazioni per trasferirsi a Roma Nord, lasciando subentrare abitanti con meno disponibilità economica

A fine anni Novanta, vi è un’inversione di tendenza: la comunità cinese comincia a “borghesizzarsi”, differenziando le attività produttive e entrando nel processo di “costruzione” delll’identità.

Il basso costo degli appartamenti, prima li rende appetibili a chi vuole investire come affittacamere, poi alle giovani coppie, infine a radical chic in cerca di appartamenti di prestigio, ricreando così una nuova gentry.

Un fenomeno analogo a quello del Pigneto e di San Lorenzo: ma per le peculiarità locali, non si crea contrapposizione tra ceti e culture, ma una complessa e, più o meno confusionaria, integrazione

Origini di Roma

Tomba Francois

Nelle ultime settimane, ho parlato con diversi amici archeologici e storici che mi hanno parlato di una TL sui primi secoli della Storia Romana. Mi accingo ad elencare alcuni punti di questa teoria, evidenziando di lato alcune mie perplessità che vanno prese per quello che sono, prive di valore

Detto questo, questa timeline:

1) Identifica i populi albenses con la facies a tombe a incinerazione dello strato IIB della cultura laziale
2) Ipotizza come nel X secolo a.C. i popoli albenses che avevano gli oppida nell’area del centro di Roma abbiano creato una lega sacrale, passata alla storia come Settimonzio (mi sembra molto alta come data…)
3) Ipotizza che la lega sacrale sia divenuta militare, cacciando le popolazioni della facies a tomba a fossa (quindi ipotizzando fondata la tradizione degli aborigeni alleati con pelasgi che cacciano i siculi… Tuttavia, dati i reperti, penso che entrambe le tombe possano ricondursi alla stessa popolazione)
4) Sostiene che il buco temporale nelle tombe della necropoli esquilina sia dovuta a errori di scavo, ma all’abbandono dell’oppida della cultura a tomba a fossa (però gli scavi dell’Esquilino sono stati compiuti con metodologie “opinabili” ed è possibile che le attestazioni possano essere andate perdute)
5) Sostiene che nel VIII secolo la lega generato un primo sinecismo, con la gens Ostilia a prendere il potere
6) Sostiene che il sinecismo, nei tempi specificati dalla tradizione annalistica, si sia esteso con le buone o con le cattive anche ai pagi sabini, promosso dalla figura di Osto Ostilio (Effettivamente, vi sono coincidenze con la figura di Romolo e quella dell’antenato di Tullio Ostilio, dal luogo di sepoltura, alla morte violenta e al nome della moglie… )
7) Ipotizza come la dualità delle tradizioni istituzionali romane dipenda dalla presenza di due dinastie regali, imparentate tra loro, una di origine latina, la gens Ostilia, l’altra di origine sabina, la gens di Numa Pompilio (io invece sono dell’opinione che il ratto delle sabine ricordi un episodio riconducibile a un ver sacrum, ma siamo nell’ambito delle parole al vento)
8) Sostiene che questa architettura istituzionale sia durata almeno un paio di generazioni in più di quanto sostenuto dalla tradizione che la ferma ad Anco Marzio. Durante queste due generazioni, la figura di Ostoo Ostilio viene divinizzata, applicandogli i miti fondativi della tradizione latina (Al di là del fatto che sarebbe interessante capire perché queste due generazioni di re siano state cancellate dalla storia, la mitologia di fondazione che prevede l’eroe nato da un Dio e da una vergine e la dualità è comune alle città latine)
9) Che tale tradizione sia stata interrotta da una prima conquista etrusca dovuta a Cnaeve Tarchunies, soprannominato Rumac (sempre se la decorazione della tomba François sia attendibile e non un’invenzione propagandistica)
10) Che Cnaeve s Rumac sia stato detronizzato da Caule e Aule Vipitas
11) A sua volta detronizzati da Mastarna, il buon Servio Tullio
12) Mastarna provvede alla riscrittura etrusca di Osto, trasformandolo in Romolo. Etruschizzazione che avrebbe tolto qualsiasi pretesa al trono per i discendenti della gens Ostilia e della famiglia reale sabina (il nome Romulus è equivalente all’etrusco
Rumele)
13) I Tarchunies prendono di nuovo il potere con il Superbo
14) Il Superbo viene detronizzato da un ramo cadetto, guidato da Lucio Tarquinio Collatino
15) Lucio Tarquinio Collatino viene a sua volta detronizzato da Lucio Iunio Bruto, sempre membi un altro ramo cadetto dei Tarquini (Le tesi del professor Cairo mi sembranno sensate… Tra l’altro gli scavi della reggia di Gabii sembrano dare loro sostanza archeologica)
16) A sua volta Bruto viene cacciato da Publio Valerio Publicola che cerca di trarre legittimità dalla discendenza dalla antica casa reale sabina… Questo non basta, così Valerio comincia a cedere parte del potere ai rappresentanti degli altri gruppi gentilizi, cominciando così il trapasso verso la forma repubblicana

A CHI SFASTIDIA UNA PIAZZA VITTORIO CONDIVISA!!!?????

Trofei di Mario

Per riderci sopra, alla faccia di chi ci vuole male….
Un grazie di cuore al buon Eugenio

A Piazza Vittorio è arrivata la siae per controllare
che in quelle due ore noi non violassimo i diritti d’autore!!!
A parte che è risaputo che la musica popolare
proprio perché “POPOLARE”
non paga diritti d’autore.
Io vorrei saper chi è quel gran signore
cosi disturbato da quelle suonate di due ore!!??
Ti chiedi il perché e il percome, poi ti salta alla mente
che in quelle due ore, noi li, raduniamo un sacco di gente.
E stai a vede’ che a Tusachì
je da fastidio quella gente che in Piazza se ritrova!!!???
No, perché la gente, quando se ritrova, po’ diventa’ pericolosa:
Magari si mette in mente
che quella Piazza può esser gestita piu decorosamente
e che magari lo puo far in prima persona, gioiosamente.
Magari questo è un mio pensiero esagerato,
ma mi è venuto da pensar: “a chi ho pestato i piedi mentre ho ballato!?”….
Se per uscir da questa giostra
ci dobbiamo metter tutta l’anima nostra…
Io son pronto!…
Io son pronto a ballar incessantemente
che pe’ fermamme i mozzi ai piedi me devono mette!!!
Però, il ballo c’insegna,
che da soli nun se balla!!!!
Perciò sarebbe bello che tutta la gente che al libero ballo e a questa Piazza ce tie’,
Martedì 15 a tenecce spalla ce vie’!!!!
Forza gente de balla’ e canta’ nu’ s’a smettemo!
ch’er core in questa Piazza, NOI, ce mettemo!!!

EUGENIO ASCENZI
detto De Noantri

Danze di Piazza Vittorio

Da qualche tempo, ho cominciato a frequentare le Danze di Piazza Vittorio, un gruppo di amici che si diverte a suonare e ballare assieme brani della tradizione italiana ed europea, con l’obiettivo di far conoscere e vivere la bellezza e la dignità delle culture di regioni e popoli lontani, uno spazio condiviso all’insegna del linguaggio universale della musica e della danza.

Da quando li bazzico, oltre a conoscere persone straordinarie, passare serate divertenti e scoprire strani balli e ancora più eccentrici strumenti musicali, ogni tanto tento persino di accennare qualche passo, ho avuto anche l’occasione di impegnarmi in piccole iniziative per valorizzare l’Esquilino, rione in cui il mondo folle e creativo di Blade Runner da narrazione visiva si traduce in realtà concreta.

Iniziative come le Sonate, in cui ogni due martedì ci si incontra per riempire di Musica, balli e risate i giardini di Piazza Vittorio.

Ieri sera, dopo un paio d’anni di iniziative, si sono presentati gli ispettori della Siae, in risposta di un esposto presentato la mattina. Ovviamente, rendendosi conto del tipo di evento, equivalente a un flash mob, e del fatto che i brani suonati non potevano essere coperti da diritto d’autore, appartenendo alla musica tradizionale, dopo qualche consiglio se ne sono andati.

Rimane l’amaro in bocca per la questione dell’esposto: non ho idea di chi possa essere stato, però, come per la vicenda della The Room Gallery, comincio a sospettare come all’Esquilino sia nato un “business del degrado”, capace di sfruttare per suoi scopi, economici o politici o di chissà quale altro genere, i problemi del rione, tarpando le ali a chiunque invece voglia valorizzarne l’enorme ricchezza e sfruttarne le potenzialità.

L’importante è non arrendersi, stringere i denti, lottare a favore di iniziative come la gestione partecipata di Piazza Vittorio, ritrovando la cultura come un elemento trasversale che feconda tutto l’agire dell’uomo e anticorpo contro l’egoismo che dissolve ogni senso civico.