Discutendo sull’Ucronia

ucronia

Giorni fa, come già accennavo, c’è stata un’interessante discussione con il buon Umberto Rossi: tra i tanti argomenti trattati, la natura dell’Ucronia.

La tesi di Umberto è che in alcuni paesi, ha citato come esempio Italia e Polonia, si scrivono numerose ucronie, a causa della volontà apologetica di molti intellettuali, che, insoddisfatti della storia reale, vorrebbero definirne una alternativa, in cui la loro nazione svolge il ruolo di grande potenza.

Tesi che lascia perplesso in diversi punti: il primo è quantitivo. Siamo proprio sicuri che la produzione di narrativa ucronica italiana sia così rilevante a livello globale ?

Premesso che non è semplice stimare i perimetri di confronto, (i motivi sono diversi:, parlando tra le ucronie dobbiamo contare anche le onirostorie, come il ciclo Invasione di Turtledove ? Opere ambigue, come Meridiano di Sangue di McCarthy o In cerca di Klingsor di Volpi, devono essere considerate o no ? Senza dimenticare la difficolta di rintracciare i romanzi delle case editrici minori e gli autopubblicati…) dai dati che io, da prendere con le molle, visti i possibili margini di errore, la produzione di Italia e Polonia, sommata, impatta su circa il 6% del totale… Pochino, per parlare di numerose ucronie, benchè, in termini relativi, vi sia stata un’enorme crescita della produzione nel genere.

Dal mio punto vista, il problema è contrario… In Italia si producono poche ucronie rispetto ad altre letterature fantastiche, a causa del pensiero neohegeliano che nelle sue diverse forme, da Croce e Gentile al marxismo, ha pervaso la nostra cultura, al grido

tutto ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale

La Storia è necessaria e non può evolversi altrimenti: il possibile non è degno di speculazione.

Invece nei paesi anglosassoni, in cui bene o male, la cultura accademica è basata sull’empirismo e le sue varianti, la Storia è il dominio del possibile e l’Ucronia è un esperimento mentale.

E lo sviluppo del genere qui in Italia è anche legato alla “sprovincializzazione” della nostra forma mentis

Il secondo punto è qualitativo: l’idea che l’ucronia sia una consolazione per i presunti sconfitti della Storia, non mi convince.

Per percezione empirica: se così fosse, nei paesi anglosassoni il genere sarebbe derelitto e al contempo, saremmo pieni di ucronie scritte da palestinesi, indiani d’america, curdi, armeni e aborigeni australiani.

Per il dubbio che si riduca la produzione ucronica italiana, in cui vi è tutto e il contrario di tutot, a un certo fantafascismo, lontano da quello di Stocco e Brizzi, per capirci, in cui nostalgie revanchiste sono presenti (ma in questo caso, si potrebbe anche parlare di distopie 😀 )

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