Volare alto

Come spesso accade a Novembre, fervono le discussioni sul nuovo Premio Urania e sulla contaminazioni tra giallo, noir e fantascienza. Discussioni a cui stavolta non posso partecipare, non avendo letto il libro di Glauco De Bona, per colpa della mia efficientissima governante.

Nel trambusto legato all’arrivo dei nuovi mobili, chissà dove l’ha sistemato, nel tentativo di mettere ordine nella mia casa: destino seguito anche da Falsi Dei di Troccoli e da Roma Eterna di Robert Silverberg (a quanto pare il fato si accanisce contro questi due libri).

Finchè non salta fuori e non riesco a sfogliarne le pagine, mi astengo da ogni giudizio. Mi limito a riflettere sulla mia esperienza di scrittura.

Vuoi o non vuoi, Il Canto Oscuro appartiene alla categoria della contaminazione tra gialli e fantascienza (per Navi Grigie la questione è differente, ma molto dipende anche dall’aiuto che mi ha dato Giorgio Sangiorgi): ho fatto questa scelte per comodità.

Avevo dei personaggio, un’ambientazione, ma non sapevo come farli interagire: l’indagine su un delitto mi sembrava il modo più semplice. Ho fatto bene, ho fatto male ? Boh… Magari, spremendomi di più le meningi, sarebbe uscito qualcosa di più originale… Oppure, scoraggiato, avrei rinunciato all’impresa.

Il vero problema è che il giallo e il noir hanno delle trame standard, che presuppongono un cosmo ordinato e comprensibile, in cui il Bene vince e il Delitto viene punito…. Puoi complicare le cose quanto vuoi, ma alla fine poco cambia… E se nella fantascienza italiana si batte sempre sullo stesso tasto, alla fine posso capire che ci si possa anche annoiare.

Lo stesso vale per i personaggi e le ambientazioni: sui primi, mi ritengo fortunato. Nella vita, grazie al cielo, ho incontrato talmente tanti tizi bislacchi e originali che mi basta ritrarli con le parole, per ritrovarmi il lavoro già fatto…

Per le ambientazioni e qui mi ci metto anche io, tranne casi particolari come Troccoli, Augusto Charlie o Davide del Popolo Riolo, non è che sprechiamo molto. Prendiamo quello che abbiamo sotto il naso, carichiamo un poco le tinte, aggiungendovi un poco di fumo vittoriano o nebbia cyberpunk, e stiamo apposto….

Insomma, dobbiamo avere, compreso il sottoscritto, un poco più di coraggio e fantasia…

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Nel segno del rock

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In una Roma, in cui la politica considera le periferie come delle discariche sociali, a cui tagliare servizi, AmArte è qualcosa di più di un evento o di un progetto: è il grido di orgoglio di quelle che con spocchia il Campidoglio considera cittadini di seconda classe.

Per ribaltare tale posizione, poco serve gridare i propri diritti, perché si viene demonizzati o al massimo si ottiene la passerella del potente di turno, in cerca di visibilità.

Serve proporre un nuovo modello culturale e sociale, basato sulla creatività diffusa e la valorizzazione del bene comune.

Per far questo, AmArte appoggia una serie di eventi: il primo è nel Segno del Rock, che si svolgerà venerdì 28 novembre ore 21 presso il eatro Biblioteca Quarticciolo in
Via Ostuni, 8, 00171 Roma.

Nato da un’idea a di Marco Abbondanzieri ed Enrico Capuano con Katmandù Project, Eleonora Betti, Contro Destino, MASH, No leader, SLS e organizzato dall’Associazione Culturale Clama Cults, si pone come obiettivo il icercare i talenti in casa nostra, nel nostro ambiente familiare, nelle nostre scuole popolari di musica, nei centri di aggregazione culturale e se possibile per strada. Quella strada che ha formato migliaia di giovani musicisti e che oggi sembra morire sopraffatta dalla potenza dei Media.

L’altro progetto è la realizzazione del presepe nel centro anziani di via Francesco Ferraironi 98, dove gli artisti Rodolfo Cubeta, Andrea Cardia e Claudio Lia collaborano con i bambini del quartiere, per diffondere l’amore per il bello, la curiosità sul Mondo e creare un ponte tra generazioni.

Politica come Narrazione

In questi giorni, sto leggendo un saggio sul declino politico di Obama. Secondo l’autore l’individuo non sceglie una posizione ideologica secondo ragione, ma in maniera istintiva, analoga alle scelte religiose o di tifo calcistico.

Scelte che non sono utilitaristiche, ma che vengono condizionate dalla dialettica con il proprio ambiente familiare e sociale.

Per cui la Politica non è nulla più di una grande narrazione, basata su visioni e idee, che cerca di costruire un’identità di gruppo più inclusiva possibile e basata sulla contrapposizione con il diverso.

Obama è stato bravissimo nel proporre visione, nel generare memi, meno nel padroneggiare le idee, nel gestire la complessità del reale: questo iato ha provocato il suo declino.

Anche in Italia, a mio avviso, negli ultimi anni siamo stati ricchi di affabulatori: Berlusconi, che, con la mitologia del nemico e del tradimento, è riuscito a sfuggire al confronto con la Realtà

Grillo, che ha perseguito una narrazione esclusiva, limitando la costruzione dell’identità a gruppi minoritari. Renzi, capace di più narrazioni, contradditorie tra loro, il che alla lunga potrebbe svuotare la sua capacità di creare suggestioni.

Io nun so’ ‘n politico

presa in giro

 

Due righe sulla questione Taverna. Non ipotizzo complotti del PD, né demonizzo la signora Zammataro.

Posso però evidenziare due cose: la prima è che la sua presenza testimonia nel concreto come qualsiasi tentativo di connotare di Destra o di Sinistra la protesta, nata dal degrado di un territorio contro un’amministrazione che lo ha penalizzato nei servizi e che si è espresso nella maniera peggiore, è figlio di un’ignoranza concreta della realtà di Tor Sapienza.

I politici di ogni colore che cercano di metterci il cappello, non rappresentano i cittadini, ma cercano solo un poco di visibilità.

La questione, più seria, è sul fatto che politico sia diventato un insulto, una parola di cui vergognarsi. Sia la Taverna, senatrice della Repubblica, sia la Zammataro, candidata al V municipio con scarsa fortuna, se ricordo male prese sulle 250 preferenze e non fu eletta, sono, a livello diverso, politici.

Perchè entrambi rappresentano i cittadini e dovrebbero servire la comunità: vergognarsi di questo, è un veleno per la democrazia.

Come ben diceva Pericle

Riuniamo in noi la cura degli affari pubblici insieme a quella degli affari privati, e se anche ci dedichiamo ad altre attività, ugualmente non manca in noi la conoscenza degli affari pubblici. Siamo in soli, infatti, a considerare non soltanto ozioso, ma addirittura inutile chi non se ne interessa

Chi nega il ruolo della politica, tradisce il suo ruolo di cittadino, per ridursi a potenziale schiavo: il fatto che a Roma e in Italia la politica si sia ridotta alla gestione di clientele e al tutela di egoisti di ceto e di classe, non deve essere un alibi per la fuga, ma un incentivo a ridonarle dignità

I due razzismi di Tor Sapienza

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Cos’è il razzismo ? Il rifiuto dall’altro, su cui vengono proiettate le proprie paure e i propri pregiudizi, nato dall’ignoranza delle sue ragioni.

A Tor Sapienza si manifestano due razzismi: il primo, evidente, è quello degli abitanti della borgata nei confronti degli stranieri del Centro di Accoglienza, usati come ingiusto capro espiatorio di tante tensioni sociali.

Il secondo, più sottile, è quello dei tanti radical chic, romani e non solo, che per capire dove è quella borgata hanno bisogno del Pigneto come punto di riferimento, che demonizzano a priori gli abitanti della periferia, ignorandone tutto.

Danno loro dei fascisti: ma se studia un poco la storia, cosa troppo faticosa per chi passa le serate tra mercatini vintage e apericene, Tor Sapienza è sempre stata una delle roccaforti della Sinistra romana.

Fondata dall’antifascista Michele Testa, nelle ultimi elezioni comunali, ha votato in massa Marino che al primo turno prese il l primo turno ha preso il 47%, al secondo turno il 69%. (il PD prese il 30.2% Sel 7% Lista Civica Marino 8,5% numeri più elevati di quelli già impresionanti del V Municipio)

Pe cui, nonostante i vari Borghezio e Meloni, chi protesta tutto è, tranne simpatizzante dell’estrema destra: è il popolo della vecchia Sinistra,piena di nostalgia per Berlinguer e per le feste dell’Unità che si sente tradita e umiliata dai vertici del partito in cui credeva.

Sinistra che ingenuamente, perchè ignara del suo programma, ha votato in massa Marino, sperando che rappresentasse ciò in cui ha sempre creduto: più equità, più servizi per i più deboli, una maggiore tutela dai soprusi.

E che invece è stata tradita, trovandosi davanti, da parte dall’attuale giunta, una chiusura e un rifiuto inaspettato: è quasi impossibile e parlo per esperienza personale, far smuovere un assessore dalla sua poltrona, per farlo spostare oltre la Palmiro Togliatti.

Una giunta a misura di radical chic, prontamente integrati nel suo sistema di potere, ma ignara dei bisogni del popolo: ad esempio, si riempie la bocca di numeri e percentuali sulla raccolta differenziata (sempre minore di Milano), ma ignora che dalla Collatina in poi, se si è fortunati, si vede il furgone dell’Ama un paio di volte alla settimana.

O che ha diminuito spietatamente i servizi nelle periferie: per limitarci al trasporti pubblico il V e il VI municipio (rispettivamente ex VI/VII ed ex VIII) sono stati i più colpiti dai tagli delle linee ATAC.

Tagli che, in una sorta di neolingua orwelliana, sono stati spacciati come razionalizzazioni.

O che ignora lo scandalo infinito di Via Salviati

Quello che succede a Tor Sapienza è anche frutto di questa insensibilità per le periferie: è un grido di protesta, mal diretto, nei confronti di una classe dirigente tanto inetta quanto velleitaria.

E irriderlo, come fanno i radical chic, senza volere affrontare alla radice il problema, significa solamente gettare sale sulle ferite.

Marx, Tor Sapienza ed Esquilino

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Purtroppo ho un formazione vetero marxista: questo mi dona uno sguardo sulle cose disincantato sulle cose che molto definiscono cinico. Roma è sempre stata una città a forti diseguaglianze: la crisi economica non ha fatto che polarizzare queste differenze, creando “zone privilegiate” e “zone marginali”.

Nelle prime, il tessuto sociale non solo ha resistito alla crisi, ma ha addirittura sviluppato una capacità di organizzare forti gruppi di pressione, capaci di influenzare direttamente o indirettamente la politica comunale.

Nelle seconde, il tessuto sociale si è invece sfilacciato, rendendo difficile l’aggregazione e la possibilità di far percepire le proprie istanze al Potere.

Veltroni, Alemanno e soprattutto Marino hanno adottato una politica cinica: pur andando al potere con i voti delle zone marginali, nel governare si sono appoggiati alle zone privilegiate.

Queste hanno fatto la parte del leone nella ridistribuzione delle risorse, mentre alle marginali sono stati tagliati selveggiamente i servizi, scaricandovi al contempo tutte le potenziali fonti di conflitto sociale.

Un politica basata sul servilismo nei confronti dell’alta borghesia, del clientelismo nei confronti della piccola e sul disprezzo nei confronti del proletariato che Gramsci non avrebbe esitato a definire fascista.

Come risultato, se i privilegiati sono tenuti lontani dalle tensioni o le gestiscono tramite una flessibilità sociale, queste fioriscono nelle aree marginali: come avviene spesso nella storia, invece di scaricarsi sul Potere, queste tensioni colpiscono i più deboli, l’equivalente del sottoproletariato, perchè i penultimi sono convinti che gli ultimi possano essere un pericolo per quel tozzo di pane che guadagnano con fatica.

L’Esquilino, nonostante i continui piagnistei dei suoi abitanti, per una serie di motivi, dalla sua gentrificazione alla nascita di una borghesia cantonese, appartiene alle aree privilegiate: basti confrontare i fondi del Campidoglio destinati al rione con quelli a Tor Sapienza o i progetti per Piazza Vittorio rispetto a quelli di Piazza del Quarticciolo.

E come risolvere il problema alla radice ? Le reti antirazzismo e sceneggiate varie, appartenendo alla sovrastruttura, non incidono sulla struttura: al massimo servono a tacitare la cattiva coscienza dei privilegiati.

Per agire sulla struttura, è necessaria una nuova politica di equità sociale, con investimenti seri nelle aree marginali, nel tentativo di ricostruire un tessuto sociale: una politica che abbandonando biciclette e pande rosse raccolga l’eredità di Petroselli e di Vetere.

 

I fatti di Tor Sapienza

Stamattina mi arriva una mail da parte di mio amico americano, redattore in un
giornale nella profonda provincia degli USA: ci eravamo conosciuti anni fa, quando,
per motivi di studio, bazzicava Roma. Voleva una paginetta sugli eventi di Tor
Sapienza… All’inizio ho declinato; al di fuori dell’ambito tecnico, il mio inglese è
mediocre… Poi, con massima sincerità, benchè da ragazzo bazzicassi Tor Sapienza,
vi ho trascorso tanti bei capodanni, è più un decenni che non la frequento e potrei
rischiare di confondere il Passato con il Presente. E il mio sguardo è viziato
dall’esperienza dell’Esquilino, esperimento riuscito, tra contraddizioni e difficoltà, di
convivenza tra infinite e diverse culture.

Ma stasera, per caso, ho letto il solito post dell’intellettuale con la puzza sotto al
naso, pronto a definire le persone che vivono, lottano e sognano in periferia come
un’orda di trogloditi, pronti a odiare chiunque sia diverso da loro o pronunci erre,
invece che “ere”.

E allora non ci ho visto più, perchè non sopporto di chi apre la bocca e ci mette
fiato. Gli eventi di Tor Sapienza sono qualcosa di più di una manifestazione di
razzismo: sono il culmine di una crisi, sociale e culturale, che si trascina da anni.

Come conseguenza delle politiche finanziare volute dagli ultimi governi, di destra o
di presunta sinistra, gli abitanti delle periferie si sono impoveriti: nell’ultimo
decennio il reddito medio è calato del 21% a fronte di un aumento della
disoccupazione che a seconda delle fonti statistiche varia dal 13% al 18%.

Ciò ha creato un progressivo collasso del tessuto sociale, peggiorato dal radicale
taglio dei servizi voluto dalle amministrazioni capitoline e in questo la classista
giunta Marino, che carezza il pelo ai salotti buoni, dimenticandosi degli ultimi, ha
gravissime responsabilità: chi abita in periferia si sente ormai un cittadino di serie B.

A questo si aggiunge il problema dell’ordine pubblico: la percezione che la polizia
sia impotente contro i piccoli delinquenti e che la legge tutto faccia, tranne che
tutelare gli onesti.

Frustrazione e paura generano rabbia e come in un romanzo cyberpunk la
sostituzione dello Stato con tante consorterie di cittadini, convinte che debbano e
possano risolvere i problemi da sole.

Una miscela esplosiva che basta poco ad accendere, scatenando un incendio che
brucia i più deboli e i meno integrati.

Che fare ? Qualcosa di più, della solita pantomima antirazzista, che lascia il tempo
che trova… Per prima cosa è necessario fare uno sforzo per riaffermare la presenza
dello Stato, non solo garantendo l’ordine pubblico, ma anche rilanciando servizi
sociali e culturali.

E a Roma, la Sinistra deve tornare a fare la Sinistra, smettendo di essera la domestica
dei radical chic e rimettendo il margine della città al centro della sua azione.