La Voce dell’Ossido (Parte I)

zeppellin

 

In occasione di Radar, ho collaborato con Daniele Lunghini e Maria Antonietta Centoducati, per una performance steampunk che unisse diversi linguaggio artistici, progetto a cui ha partecipato anche il buon Augusto Gintama Charlie.

Con il senno del poi, il testo che ho scritto ha ampi margini di miglioramento: sarebbe dovuto essere più breve e con meno dialoghi, per rendere di più… Però, in fondo sono soddisfatto.

Il testo che ho messo giù è di fatto un ponte tra vecchio e nuovo, tra Il Canto Oscuro e Lithica, dove appaiono personaggi e situazioni di entrambi i romanzi…

Così, per festeggiare anche la pubblicazione di Navi Grigie, a puntate pubblicherò il testo teatrale… Di seguito la prima parte.

Capitolo I

Amo i dirigibili, il loro essere lievi, sopra le nuvole. Mi donano l’illusione di essere libero, lontano dalla fuliggine che avvelena Roma, nascondendo le forme di chiese e palazzi.  Lontano dal rumore incessante dei computatori, che coprono ogni conversazione: un canto oscuro, ipnotico, che entra nella mente, rendendoci simili a ingranaggi e agli automi con cui gli imbonitori affascinano la plebe, nei giorni del mercato di Piazza Navona. Mi viene da sorridere: una volta avevo dedicato ai computatori la mia vita. Ora li sfuggo, come se fossero araldi di morte. Guardo l’orizzonte, sognando di essere un falco. Comincio a tossire e la realtà riprende il sopravvento. Il ticchettio di passi; dalla loro voce, riconosco Francesca. Mi porge un fazzoletto, tutte trine e merletti, con agli angoli ricamata un aquila scaccata, come quella che domina in ogni angolo di questa aeronave, stemma della famiglia Conti.

“Tieni, ciuco”

Lo premo sulla mia bocca, sporcandolo di sangue.

“Mi dispiace…”

Lei mi sorride, dandomi due pacche sulla schiena.

“Marco, si laverà…  E’ stato fatto per essere usato, mica per ingombrare”

“Era un regalo di Andrea o del Principe Padre”.

“Ma quando mai… Non hanno capa per queste cose… In realtà me lo diede Beppe”

Mi arriccio i baffi, mentre lei sospira, per poi sistemarsi il bustino.

“Francesca, chissà come stanno, lui e Andrea… Attirano disgrazie, come i fulmini la croce del Campidoglio”

Un paio di colpi di tosse.  Un dolore al petto. Mi tremano le gambe. La mia amica sorride, arricciandosi un tirabaci.

“Marco, quei due sono comme ‘a maruzza: tutto chello ca tene s’ ‘o pporta ‘ncuollo… Se la staranno spassando a Nuova York, quei due disgraziati, alla faccia nostra… Però tu,  brutta  capa tosta che non sei altro, ti vuoi decidere a ritirarti in un sanatorio ?”.

Smetto di guardare le nuvole. Do un pugno al corrimano.

“Finito il viaggio, andrò al sanatorio Berghof a Davos, sulle Alpi svizzere… Me ne hanno parlato molto bene”.

Francesca mi agita l’ombrellino da passeggio, di un lavanda stinto, sotto la punta del mio naso.

“Guarda che se non lo fai, te lo spacco in fronte, promesso…”

La abbraccio, dandole un bacio sulla guancia.

“Uhè, sciammannato, che fai ? Guarda che così mi comprometti e ti tocca pure sposarmi…”.

Attacco a ridere, come le iene che il papa re ha infilato nelle gabbie presso il nuovo zoo, ai prati di Castello.

“Così, quel tuo spasimante, Filippo Tommaso, mi sfida a duello…”.

“Lui ? Mica è come Andrea, che avrebbe evitato i suoi guai, se si fosse fatto gli affaracci suoi..  Tra l’altro, a Filippo gli sta dando pure di volta il cervello… Ha chiuso la sua rivista di poesia, si è rintanato in casa  e sta scrivendo un manifesto letterario, pieno di pazzariellate come

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo

O

Un’ automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bello della Vittoria di Samotracia”

Quasi mi strozzo per la saliva.

“Francesca, ma se l’unica volta che ha guidato  un’Isotta Fraschini si è ribaltato ?”

Mi fa una smorfia, arricciando le labbra…

“E’ stato per evitare due ciclisti… Comunque hai ragione, la  botta in testa c’entra qualcosa… Che farai, scimunito, quando sarai dimesso dal sanatorio ?”.

Mi tolgo la bombetta dal capo. Comincio a giocare con la falda, storcendola.

“Aprirò una gelateria”.

Francesca poggia sulla tempia l’indice della mano, roteandolo.

“Ma la tisi ti ha preso ai nervi…”.

“Tanto la cattedra non me la ridaranno mai… Con i  nuovi computatori, a valvole termoioniche…  Io sono un ferrovecchio, figlio del vapore e degli ingranaggi… Non c’è spazio per me nel futuro…  Meglio cambiare vita, cara Francesca…  Così mi sono messo d’accordo con un immigrato piemontese, un certo Fassi… Abbiamo affittato la Casa Tonda, su all’Esquilino, accanto alla vigna dei Celestini… La trasformeremo in un locale alla moda, con un bel chiosco, in cui orchestrine suoneranno valzer e brani di operette… E quando ti stancherai di studenti somari, di codici e pandette, potrai salirci e cantare…”

“Un bel sogno, vecchio mio”.

“L’unica cosa che mi è rimasta…”

“Marco, molti non hanno neppure più questo”.

Le porgo il braccio.

“Professoressa Ecate, che dice, è ora di andare a pranzo ? Il mio stomaco brontola…”

“Professore Ajello”

“Emerito, mi raccomando…”

“Le dicevo, professore, che sono d’accordo con lei…”

Camminiamo, imitando i passi di una promenade, prigionieri di una musica immaginaria, sino a giungere all’ingresso del secondo ponte. Saluto tre passeggieri, vestiti di nero. Per tutto il viaggio sono state sulle loro, senza scambiare una parola con nessuno. Spesso hanno mangiato in cabina.  Si girano verso di noi. Francesca comincia a urlare come una gallina sgozzata. In mano hanno una pistola.

“Signori, vi invito a seguirci nel primo ponte, nel salone da ballo”.

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One thought on “La Voce dell’Ossido (Parte I)

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