Rompere gli schemi

legio

Ho grande stima per Alessandro Girola, per il fatto che scrive per il piacere di farlo, per divertirsi e divertire, senza troppi retro pensieri o contorcimenti intellettuali. E per il coraggio che ha nel trovare la sua strada nel self publishing,

Apprezzo molto i post del suo blog: uno di questi dedicato al sandalpunk, tema che ogni tanto un paio di volte ho affrontato anche io, ha aperto una bella discussione con Davide Del Popolo Riolo, relativa al suo De Bello Alieno.

Davide era inizialmente perplesso dell’attribuzione del suo romanzo a questo genere. Cito tste

Ma poi perché punk? Da definizione, punk dovrebbe indicare, credo, che i personaggi sono figure “marginali”, fuori regola, come erano i protagonisti del cyberpunk. I miei sono Cesare, Cicerone, Pompeo che di punk hanno ben poco.

Obiezione sensata: la questione vera è come qualificare il suffisso punk. Se lo vediamo come sinonimo di teppa, Davide ha ragione. Il Canto Oscuro, che vede come protagonista un nobile, non sarebbe neanche lui steampunk.

Io do però un’altra lettura al termine, concentrata sulla sua (presunta) carica eversiva… E’ il deformare la realtà, il futuro o la storia, mettendo in crisi i pregiudizi del lettore e straniandolo, per forzarlo a vedere il tutto con altri occhi.

Da questo punto di vista, in uno scenario fantascientifico italiani che tende sempre più all’omologazione, tra epigoni del cyberpunk, gialli sempre uguali e steampunk di maniera, De Bello Alieno rompe gli schemi.

Cosa si può fare, per imitare Davide e uscire da questa cappa di banalità ? Ritornare a porre al centro di tutto non lo scrittore, con le sue paturnie e le sue pose, ma il lettore, con una scrittura che lo sorprenda, non lo annoi e lo faccia sognare…

Purtruppo, è più facile a dirsi che a farsi…

Riserva Indiana

Vi confesso una cosa: Alessio vien letto da persone diverse da quello che cred sia il suo pubblio e dal target del genere di appartenenza. “il canto oscuro” è sintomatico di questa cosa. letto sprattuto da chi forse manco sa cos’è lo steampunk

E’ una battuta del buon Marco Ajello, che però mi spinge a riflettere sullo strampalato rapporto che vi è tra lettore italiano e fantascienza.

Da una parte, vi sono, da parte dell’Uomo Comune e dell’Intellettuale, una serie di pregiudizi duri da stradicare.

Si suppone che sia dozzinale e scritta con i piedi, basti pensare a quanto successo con Nuovi Argomenti e che abbia contenuti infantili: qualche giorno fa, per esempio, un giornalista radical chic dell’Esquilino mi ha detto, parlando di Navi Grigie , con la puzza sotto al naso:

“Cavo, ma non scvivi mediocve fantascienza… Tu pavli di evmeneutica e cvitica sociale”

Ora, che cosa abbiano a che fare queste cose con ciò che ho scritto, basato sull’arrivo delle astronavi a Piazza Vittorio, non mi è per nulla chiaro.

Dall’altra, però, ho paura che nell’ambiente della fantascienza italiana vi sia una sindrome da riserva indiana: tante volte, in eventi culturali che organizzavo, ho tentato di dare una vetrina agli addetti ai lavori.

Con il risultato che a ogni invito, mi toccava raccogliere le scuse più assurde per diniego… Come se lo scrittore o il curatore avessero paura di essere sbranati dai non addetti ai lavori.

I quali, invece, quando la fantascienza la si racconta con semplicità e entusiasmo, ne rimangono entusiasti. Cosa che il buon Sandro Battisti, che ad AmArte ha parlato a più di cento persone della Kipple e del Connettivismo, può tranquillamente testimoniare.

Per cui, più coraggio e meno autoreferenzialità. per vincere il pregiudizio

Sempre su Navi Grigie

A margine delle riflessioni di Davide Del Popolo Riolo su Navi Grigie, vi è stato un breve commento di Pier Luigi Manieri, che mi ha fatto arrossire.

Alessio Brugnoli ha il merito di scrivere. Merito che non è mai abbastanza riconoscere. Se ne frega da un pezzo delle classificazioni, specie quelle di genere. Ma cos’è la letteratura mainstream e la letteratura di genere? Alessio è narratore. Nel senso più intimo e più esteso del termine. Dà corpo a suggestioni che sono le sue e che nell’atto di esteriorizzarle, offre con un’efficacia che non è banale. Non cerca sovrastrutture lascia invece che il flusso, ininterrottamente si propaghi e il risultato sono queste follie che acutamente vengono definite “pirotecniche”.

I suoi romanzi sono un giro di giostra su un ottovolante coi freni saltati. Sono un Caproni in picchiata. Sono il mix lisergico di un René Magritte combinato con Giacomo Balla e Andy Warholl. Uno stile surreale e aeropittorico, lievemente pop e certamente d’ispirazione verniana. Inoltre ha il raro merito di non vergognarsi di guardare in casa propria. Le avventure all’Esquilino sono un autentico colpo d’ala.

Parole che mi hanno fatto riflettere sulla natura della fantascienza: spesso si dice che sia una letteratura di idee, ma questo, secondo me, significa depotenziarla.

Se uno vuole idee, non legge certo un romanzo, ma un saggio. La fantascienza è una letteratura di visioni: non mette in sequenza aridi ragionamenti, ma ispira vertigini, che costringono a guardare con altri occhi il Presente

Ricordi

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Parecchi anni fa, in circostanze alquanto peculiari, conobbi uno degli italiani, tanti o pochi non so dirlo, perché sospetto vi siano in giro molti millantatori, che negli anni Settanta e Ottanta, per scelta ideologica, desiderio d’avventura e speranza di racimolare qualche liretta, ebbe a che fare con l’IRA.

Mi raccontò che faceva la spola tra Torino e Belfast, portando a volte kit di primo soccorso, a volte volantini, a volte ancora armi.

In un paio di circostanze, se l’è vista brutta: finito in mezzo a uno scontro a fuoco, è stato gravemente ferito… In quell’occasione conobbe la sua ex moglie, una bella ragazza di Vilnius, storia poi finita, poichè a certuni brucia sempre la terra sotto ai piedi.

Roberto, come mi ricordo si chiamasse, non si riteneva un santo o un operatore umanitario: aveva scelto di schierarsi da una parte, con tutti i rischi del caso. Contava solo sulle sue forte, quando capitò tra i guai, non piagnucolò con lo stato italiano, per farsene tirare fuori.

Mi raccontò che per fare il suo mestiere, dovevi essere organizzatissimo e soprattutto, mai fiducioso su chi avevi davanti. Avere il pelo sullo stomaco e pensare prima alla fuga, poi alla missione.

Dinanzi a Greta a Vanessa, non posso che ripensare al mio conoscente: sono contento siano tornate vive, mi irritano tutte le polemiche di cui sono vittime, ma certo non posso non definirle perlomeno ingenue e superficiali.Dinanzi a Greta a Vanessa, non posso che ripensare al mio conoscente: sono contento siano tornate vive, mi irritano tutte le polemiche di cui sono vittime, ma certo non posso non definirle perlomeno ingenue e superficiali.

Scoubidou

Strana parola, suono
immagine che affoga
in crepe di ricordi.
Un televisore bombato
verde, su un carrello
pacchiano, facile a scaldarsi.

Mio padre che bestemmia
cambiando una valvola
un pugno all’alimentatore
e la nebbia sullo schermo
muta in un cane folle
e nell’amico sempre affamato
che come il tempo
tutto divora

Mia madre mi porge
pane e marmellata
mentre i nonni giocano
una partita infinita

Sul tavolo danzano
i nomi dei morti
sospiri, santini
un grigio elenco
da cui ogni giorno
spunto un nome

Recensione a Navi Grigie

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Con un poco di ritardo, do visibilità alla bella recensione di Navi Grigie, fatta da Davide Del Popolo Riolo, autore di De Bello Alieno… Arrossisco nell’essere messo al fianco di Ted Chiang, scrittore dal grande spessore culturale e narrativo

In questi giorni ho avuto poco tempo ma, prima che il ciclone mi travolgesse, ho letto due romanzi brevi e mi è venuta voglia di condividere il mio giudizio.
Il primo è di qualche anno fa, ed è Il ciclo di vita degli oggetti software di Ted Chiang. Confesso che non conosco bene Chiang, perché non frequento molto la narrativa breve e lui, a quanto ho capito, non scrive romanzi lunghi.

Ne sono stato però davvero impressionato: non tanto per l’aspetto tecnologico, che mi è parso un po’ superato, anche perché credo che Second life e simili sia passata di moda. Quello che mi ha colpito è invece la profondità della riflessione etica, unita al nitore narrativo ed all’approfondimento psicologico dei personaggi. Sarebbe facile dire che è una riflessione sulle responsabilità che derivano dall’essere genitori, ma secondo me in realtà non è soltanto questo: Chiang ragiona sul dovere di chi crea, su che cosa significa essere maturi, sulla libertà e sulle responsabilità che ne conseguono.

Davvero leggendo questo romanzo mi sono chiesto che senso abbia perpetuare la separazione tra letteratura mainstream e letteratura di genere, perché Chiang qui affronta temi profondi e li svolge con grande padronanza del mezzo narrativo. Sinceramente non conosco bene la letteratura contemporanea Usa, ma dubito che ci siano molti autori oggi in grado di scrivere un’opera del genere.

Di tutt’altro genere è il secondo romanzo breve che ho letto: Navi grigie di Alessio Brugnoli, uscito proprio quest’anno.

Tanto Chiang mi ha colpito per la profondità della riflessione etica e per il rigore narrativo, quanto invece Alessio mi ha sorpreso per l’esplosività pirotecnica delle sue invenzioni. Se Chiang mi faceva pensare ad un capitello dorico, non posso non paragonare Alessio ad uno corinzio.

La Roma che ci descrive ci offre motivi di stupore ad ogni angolo, attraversata com’è da dinosauri domestici tenuti al guinzaglio dai loro fieri proprietari, muridi senzienti e dotati di intelligenza collettiva che formano gruppi musicali, quasi fossero mariachi, uomini di Neanderthal, vegetali assassini e, a questo punto l’elemento meno sorprendente, alieni che atterrano all’Esquilino e che, infatti, nemmeno sorprendono troppo gli abitanti, abituati ormai a tutto.

La seconda parte poi si svolge in una Roma post-apocalittica, in cui tribù umane, post-umane e decisamente non-umane si aggirano tra rovine recenti e vecchie di migliaia di anni, in uno scenario di decadenza che, Alessio ce lo fa capire alla fine, non è frutto di interventi esterni, ma che noi stessi ci siamo procurati.

Eppure anche Alessio, come gran parte degli scrittori di fantascienza, è dotato di un fondamentale ottimismo antropologico, e non rinuncia a farci capire che, nonostante tutto, l’uomo ha in sé le risorse per superare la decadenza, e tornare grande.

Marciare per non marcire, marciare per non morire

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Dopo un periodo pieno di impegni e di confusione, posso finalmente tornare a buttare giù un post per il mio blog… La scusa, anche buona, è l’uscita di un mio romanzo breve

Marciare per non marcire, marciare per non morire

per Soldiershop. Nome che agli appassionati di fantascienza potrebbe dire poco e a ragione. Soldiershop è una casa editrice specializzata in Storia Militare e solo da poco, un paio di mesi, credo, ha lanciato una collana di narrativa, dedicata all’Ucronia, la storia fatta con i se.

Il mio se, non brilla per originalità: si ipotizza un’Italia dove la Marcia su Roma sia stata compiuta da D’Annunzio, con una dittatura che porta all’eccesso le contraddizioni della Reggenza del Carnaro e dove la Germania è vista come nemico storico.

Un’Italia dove, alla morte del Vate, si tenta con fatica di tornare a un regime parlamentare e dove ci si arrabbatta per non essere coinvolti nella nuova guerra europea.

Tentativo inutile… Sotto certi aspetti, affronta il tema classico, alla Turtledove, di una storia militare alternativa.

Però, a me poco interessano le battaglie: ho preferito dedicarmi alla definizione dei caratteri, ritenendo lo studio dell’animo umano e delle sue contraddizioni. E soprattutto ho provato a non fare annoiare il lettore, facendo esplodere qualche fuoco d’artificio.

Perchè l’Ucronia, in fondo, non è che uno specchio, in cui si riflette il Presente. Ridendoci sopra, prendiamo consapevolezza delle follie di cui siamo testimoni ogni giorno.