Discussione sull’Ucronia

In maniera inaspettata, le mie riflessioni sull’ucronia hanno scatenato un dibattito tra vari scrittori del fantastico e della fantascienza italiana.

Il primo a intervenire è stato Davide del Popolo Riolo, autore di De Bello Alieno

Ci riflettevo ieri sera, e mi è venuta in mente questa cosa, non particolarmente originale, credo: chi scrive narrativa ucronica può avere due finalità, può scrivere ucronie come metafora oppure come speculazione. Il primo ha interesse a descrivere il nostro mondo da una visuale diversa ed originale, per cui l’esattezza storica della sua ipotesi, e come si è arrivati al mondo che descrive, gli interessa poco, magari ne dà pochi accenni, ma come per obbligo. E’ un po’ il caso di Dick in The Man in the High Castle. Non credo che gli interessasse spiegare come l’Asse poteva vincere la guerra. Quello che gli interessava era attuare una critica della società americana dei suoi tempi, mettere in crisi le comode certezze, l’ottimismo facilone, attraverso un’ottica sorprendente e spiazzante, penso. Chi invece vede l’ucronia come una speculazione intellettuale non ha metafore da proporre: parte da un’ipotesi più o meno realistica, e cerca di descrivere dove si arriva, rimanendo il più fedele possibile alle realtà storiche conosciute. In quest’ultimo caso, l’esattezza storica è ovviamente essenziale. Poi probabilmente le due finalità a volte si mescolano, ed allora la cosa diventa più complicata…

Aggiungo che dall’ucronia come speculazione intellettuale si può facilmente passare al gioco, al pastiche divertito e citazionista in cui l’autore strizza l’occhio ai lettori e dice: “sì, lo so, non è possibile… ma divertiamoci lo stesso con quest’ipotesi!”, che è un tipo di ucronia che amo… Ucronia castigat mores !

L’idea affascinante, dell’ucronia come ars combinatoria e post moderna, è ripresa da Paolo Ninzatti, autore de Il Volo del Leone 

La ragione per cui, da lettore, ho apprezzato DE BELLO ALIENO. Quasi impossibile, ma mi sono divertito un mondo leggendolo.La medesima ragione per cui ho gradito DALLE MIE CENERI di Giampietro Stocco. La parte fantascientifica inserita nell’ucronia l’ha resa più intrigante. Tutto sommato, quello che mi piace delle ucronie è l’idea per cui, pur rimischiando le carte, il fattore umano rimane lo stesso. Cambiano solo i soggetti. Gli oppressi della nostra TL divengono gli oppressori dellla linea what if. Il prodotto non cambia. Gli umani sono sempre gli stessi.

Un gioco di parti, in cui rimane però sempre valida la domanda dello scrittorie di fantascienza romano Pier Luigi Manieri

Quali confini e libertà può concedersi l’ucronia? Questo è il dilemma..

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Alieni a Piazza Vittorio

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Testo tratto dalla pagina di Angel Radio Roma

In Italia, purtroppo, si ha un’idea distorta della fantascienza: è vista come letteratura d’evasione, priva di contenuti seri, roba da ragazzotti annoiati… In verità, è qualcosa di più e di profondamente diverso. La fantascienza è una letteratura di riflessione, un esperimento mentale che, con la scusa del futuro, permette di analizzare le contraddizioni e i problemi del nostro Presente.

In questo compito, riescono alla perfezione gli autori italiani, anche le condizioni di perenne crisi in cui affoga la nostra Nazione, che la rende perfetta metafora di quello che Spengler definiva Tramonto dell’Occidente.

Navi Grigie, romanzo di Alessio Brugnoli, con la sua molteplicità di livelli di lettura, è proprio uno specchio di tale condizione di mutazione e instabilità: un libro che è è un saggio filosofico, alla maniera dei libertini francesi ,su uno dei temi che ossessiona l’Uomo da quando ha sviluppato un barlume di coscienza. Ciò che ci circonda, la realtà, ha un fine superiore o è puro caos, privo di qualsiasi significato, tranne quello che vogliamo arbitrariamente attribuirgli?

E’ una critica, ironica e spietata, della nostra società, di cui sono evidenziate e portate all’eccesso le varie follie. E’ un romanzo di pura sperimentazione, un viaggio ai limiti del linguaggio, in cui si deformano in chiave espressionistica e grottesca i termini con cui definiamo il nostro quotidiano.

E’ una metafora del rione Esquilino, dove il concetto di alieno non è un qualcosa di astratto, ma una realtà concreta, in cui ogni giorno ci si abita a imparare dal diverso, a comprenderlo, ad apprezzarlo o qualche volta a sopportarlo.

In questo spazio condiviso, le culture non rimangono chiuse in compartimenti stagni, ma dialogano e lottano per creare un qualcosa di nuovo e più ampio rispetto alle proprie radici.
Un insieme di spunti di riflessione che, in altri mani, potrebbe trasformarsi in un mix soporifero; ma Brugnoli riesce a evitare questo rischio, per una fantasia barocca e immaginifica, che in ogni pagina sorprende il lettore con infiniti fuochi d’artificio e per un’ironia pervasiva, un non prendersi sul serio, che lascia sempre una punta di amaro in bocca.

Doti che semplificano il lavoro di chi vuole ridurre il libro a spettacolo teatrale o in un semplice reading, accompagnato da musica.

Uno di questi reading, a cura dell’attrice e regista Ermelinda Bonifacio, intitolato Alieni in Piazza Vittorio, sarà recitato martedì 28 luglio, alle ore 19.00, nella cavea teatrale dei giardini di Piazza Vittorio, come evento del festival Di Martedì ai Giardini, organizzato dal gruppo Noi di Esquilino, per combattere con la Cultura il degrado che rischia di travolgere Roma.

E’ complicato scrivere ucronie

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Scrivere ucronie è sempre complicato, specie se queste si sviluppano in arco temporale estremamente ampio. Il problema, paradossalmente, non è tanto nell’analisi geopolitica: se la Storia è un sistema caotico, questa sarà caratterizzata dalla forte dipendenza puntuale dalle condizioni iniziali, la scelta del Punto di Divergenza, (il cosiddetto effetto farfalla) e dall’indipendenza complessiva dalle stesse condizioni iniziali (l’evoluzione del sistema sarà sempre vincolata nello spazio delle fasi dai suoi attrattori strani)

Vuol dire che non possiamo definire a medio termine le conseguenze di qualsiasi evento: tuttavia, questa sarà sempre compresa in un insieme di valori.

Ossia, in Europa, potrà esserci un provvisorio dominio Ottomano, Etrusco, Inuit, ma per le condizioni geografiche prevarrà sempre una frantumazione e un equilibrio di forze.

Per cui, le variabili geopolitiche, per quanto numerose, però risultano essere gestibili… Più complessa però è l’evoluzione culturale: faccio un esempio, partendo dalle polemiche che ci sono state su Tempo da leoni a Timbuctu, in si accusava il buon Silveberg di non aver descritto i cambiamenti subiti dagli inglesi sotto il dominio ottomano.

In un caso del genere, se dovessimo fare i puntigliosi, bisognerebbe distinguere il caso di indirect rule, tramite vassallaggio, come la Serbia, o direct rules, organizzazione in sangiaccati, come nel caso bosniaco.

Nel primo caso, dal punto di vista culturale ed etnico, cambia poco: le classi dominanti adotteranno vestiti e cibi turchi, nella lingua vi saranno più calchi tratti dall’oghuz, nella musica e nella letteratura inglese si saranno strumenti musicali e forme ritmiche analoghe a quelle dell’Anatolia.

Dal punto di vista sociale ed economico, si manterrà un assetto “feudale”, perchè più comodo da gestire da parte dei Turchi e la crescita della popolazione, a causa delle fughe e della tassa di sangue, sarà molto bassa: per cui difficile che si realizzi qualche rivoluzione agricola e industriale

Nel caso si dominio diretto, vi saranno invece dei cambiamenti drammatici in ambito di religione, di lingua ed etnici: non solo per la presenza dei soliti furbacchiono che si convertono per non pagare le tasse, cosa che esasperava il Sultano, ma per l’abitudine Ottomana di deportare nelle aree periferiche popolazioni anatoliche seguaci dell’Islam sciita o di predicatori strampalati. In compeso, sarà accentuata l’urbanizzazione.

Però, questo avviene a livello di dominati: paradossalmente, essendo un sistema a feedback, analoghi cambiamenti avvengono sui dominanti: ai tre substrati che costituiscono la cultura turca, l’oghuz, l’islamico e il bizantino, si sovrapporrebbero almeno due nuovi, il neolatino e il germanico, con esiti imprevedibili…

Nero Italiano

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In questi giorni, sto rileggendo Nero Italiano, di Giampietro Stocco, pubblicato in formato elettronico da Delos. Dico rileggendo, perchè, in tempi non sospetti, quando a tutto pensavo tranne che dedicarmi alla fantascienza, lessi la versione cartacea.

Avendo, come dice mia moglie, la memoria di un’ameba ubriaca, non sono sicuramente attendibile: però ho l’impressione, che l’edizione Delos non sia solo la trasposizione di formato, ma che vi siano anche delle differenze di trama e che forse è stato revisionato anche a livello di scrittura, rendendo il tutto più scorrevole… Però prendete il tutto con le pinze, potrei essermi sbagliato…

Perché leggere Nero Italiano ? A costo di dire una banalità, perché ha due virtù rare nella fantascienza italiana: è ben scritto e soprattutto non annoia mai.

Lo scrittura di Stocco è incisiva, priva di fronzoli, capace di andare subito al dunque, senza allungare il brodo: il suo respiro è costante, non perde mai un colpo… Lo stesso vale per la trama, che pur non essendo immediata e lineare, però non lascia mai in confusione il lettore, evidenziando i passaggi e le concatenazioni logiche.

Giampietro, poi ha il dono di caratterizzare i suoi personaggi: dall’ambizione della De Carli alla superficialità di Ciano, dalle contraddizioni e ipocrisie di Diletti e della sua fidanzata, tutti hanno una dimensione tragica e concreta.

Doti che uno dalla scrittura caotica e confusionaria come il sottoscritto non può che ammirare… Come la sua Roma, tanto diversa dalla mia, ma che mi ricorda in ogni pagina le angosce e i timori della mia infanzia, con la violenza pervasiva e greve, capace di sovrapporsi a ogni atto e vita, come polvere sulle cose.

E cosa ammiro di Stocco è la capacità di rovesciare gli stilemi del fantafascismo, rendendolo qualcosa di più e di diverso da una banale celebrazione nostalgica: una metafora delle crisi che percorrono ciclicamente l’Italia, con la dura consapevolezza della nostra incapacità a reagire…

Ucronie e Storia

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Uno dei problemi, quando si scrive la narrativa ucronica, è la conoscenza del contesto in cui si ambientano le proprie storie.

Non perchè l’autore sia pigro o ignorante: a volte, mancano proprio le informazioni.

Faccio un esempio: una mattina mi sveglio e per qualsiasi arcano motivo, mi viene in mente di scrivere un romanzo, in cui Teofilatto, invece di nominare come papa Giovanni X, fa eleggere un candidato più docile, trasformando Roma e il Lazio nel dominio permanente dei Conti di Tuscolo.

Tutto bene, in linea di massima i fatti si conoscono,senonché sorge un piccolo, insignificante, problema. Quanto è popolata la Roma dell’epoca ? Quali edifici sono utilizzati ? Come campano i suoi abitanti ?

E’ un deserto, in cui quattro straccioni si muovono tra rovine o una città a suo modo vitale ?

Sembra strano, ma un dato del genere, che condiziona pesantemente l’ambientazione, non è noto.

Di fatto, è in corso una polemica senza fine sul tema: parte degli storici taliani afferma che vi fossero meno di 10.000 abitanti. Storici francesi, con una serie di conti, che di fatto sono riconducibili a:

1) sommiamo le 10 centurie di milites delle scholae di Borgo, le quaranta della civitas, i burocrati citati nel Liber Pontificalis e un x variabile a piacere di artigiani, mercanti e contadini
2) Moltiplichiamo tutto per 4

Ottengono tra i 24.000 e i 35.000 abitanti, in linea con le stime di Gregorovius

Storici e archeologi inglesi, da estrapolazioni statistiche dovute alla presenza del vasellame negli scavi del Sessorianum e della Crypta Balbi e dall’analisi delle necropoli, partendo dalle ricerche Roberto Meneghini e Riccardo Santangeli Valenzani, arrivano a sparare anche la cifra di 90.000 abitanti, ossia superiore al picco demografico del 1300 e di poco inferiore ai dati certi su Costantinopoli.

Il bello che l’archeologia, sia per la distruzione dovuta a Savoia e a Mussolini degli strati archeologici alto medievali dell’Esquilino e di parte del Rione Monti che pare fossero le zone più densamente popolate dell’epoca, sia per le nuove scoperte, che hanno dimostrato come a differenza di quanto si pensasse, la zona di Piazza Navona fosse tutt’altro che deserta, confonde sempre di più le idee.

Si può ipotizzare una popolazione in crescita, per la ristrutturazione delle domus cultae, e un certo boom economico, però alla prova dei fatti, sono tutte supposizioni…

Scuola romana ?

Nelle presentazioni dei miei romanzi, il momento che diverte di più è rispondere alle domande del pubblico.

Vi è quello che mi chiede le ricette dei piatti presenti nelle mie pagine, chi consigli per il turismo, chi non si convince sul fatto che non siano esistiti computer a vapore o sul fatto che la ricetta originale della coda alla vaccinara preveda l’uso dei pinoli e del cacao amaro.

Ultimamente, nella varia umanità di lettori, c’è sempre quello che alza la manina e chiede:

“Maestro (titolo che in Italia sembra non negarsi a nessuno), ma secondo lei, esiste una scuola romana della fantascienza ?”.

Cosa a cui rispondo di solito con un

“Boh”

Senza dubbio, conosco diversi autori romani, da Sandro Battisti a Francesco Troccoli. Tutti godono della mia stima.

Tra loro ammetto che vi siano dei tratti comuni: vivere a Roma, città barocca, contraddittoria, ingombrante nella Storia e nei difetti, certo condiziona il proprio immaginario e la propria scrittura.

Nella maggior parte degli autori, c’è una forte dimensione “politica”, non intesa come propaganda di un partito o di un altro, ma come interesse profondo per la società in cui si vive, i cui limiti sono portati all’estremo, alimentando il proprio fantastico.

Vi è diffuso un gusto per la citazione postmoderna e per la sperimentazione linguistica… Oltre questo, però, ho l’impressione che parlare di scuola sia come un letto di Procuste, in cui imprigionare sensibilità e visioni forti della loro individualità…

Elogio a Sandro Battisti

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Sandro Battisti è mio amico: buono, paziente, generoso. Senza di lui, che sin da subito ha creduto in me, non mi sarei mai dedicato non dico alla fantascienza, ma neppure alla scritttura.

Sandro è il mio editor: anche se a volte lo vorrei strozzare (e sospetto che, nonostante il suo grande cuore, anche lui a volte provi questa tentazione), gli debbo molto dal punto di vista della mia crescita come scrittore.

Sandro è un pilastro della fantascienza italiana, anche se per la sua umiltà è il primo a non considerarsi tale: per il suo coraggio nel gettarsi in ogni avventura, perchè crede in ciò che fa, per la voglia di sperimentare e di rimettersi in discussione.

Sandro, in un panorama fantascientifico italiano, a volte troppo pigro e conservatore, è un innovatore inquieto, sempre pronto a esplorare i confini del linguaggio e gli impatti della tecnologia sull’Umano.

E se ogni tanto scherzo sopra su qualche suo vezzo, se Renzi mettesse una tassa sull’uso delle parole Olistico, Continuum e Quantistico, Sandro sarebbe rovinato, è perchè non riesco a stargli dietro, quando guarda oltre l’Orizzonte.

Sono felice come una Pasqua, per la sua vittoria al Premio Urania: è il giusto coronamento della sua visionarietà e dei suoi sacrifici… Complimenti, vecchio mio !

P.S. E guai a te se non festeggi ! E la volta buona che “te cionco le recchie ” !!!