Riflettendo su Esquilindo

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Ieri, dopo una settimana intensa e piena di eventi, si è concluso Esquilindo, iniziativa nata anche come reazione al profondo disagio del rione nei confronti delle istituzioni, alla sensazione di essere stati traditi e abbandonati.

E i motivi di questo disagio ve ne sono a bizzeffe: dalla storia della riqualificazione del giardino di Piazza Vittorio, mesi di discussioni e progettazione partecipata, con cui il il Campidoglio si è riempito la bocca e si è fatto bello, su cui molte persone ci hanno messo fatica, impegno e faccia, gettati nel cesso con tratto di penna, senza che nessuno dei politicastri del comune abbia avuto il coraggio di prendersi la responsabilità della decisione.

O la cialtronata di villa Altieri: inaugurazione tre anni fa in pompa magna, del cosiddetto “Palazzo delle Culture e della Memoria Storica della Provincia di Roma” che secondo lo Zingaretti politico, avrebbe dovuto essere un luogo di aggregazione culturale in un Rione strategico della città: vicino alla Stazione Termini, percorso da notevoli pressioni multirazziali, ad oggi giace ancora chiuso, al massimo utilizzato per convegni ad uso e consumo della Casta.

O il continuo degrado del decoro e della pulizia di piazza Vittorio, sempre più abbandonata a se stessa.

Per reagire a tutto ciò, per affermare l’orgoglio di vivere all’Esquilino, è nato Esquilindo: non solo una festa, utile a costruire un’identità e rafforzare la rete sociale o uno strumento per riqualificare il rione con il verde pubblico e la street art, ma anche la proposizione di un nuovo modello bottom-up per vivere e costruire lo spazio urbano, basato su una rete di piccoli progetti partecipati, diffusi nel territorio, promossi e portati avanti dai cittadini.

Un modello, non alternativo, ma complementare a quello dei grandi interventi di riqualificazione, di cui cui deve costituire non una supplenza, ma un volano e un pungolo.

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