Platone e Facebook

ombre

«Dopo tutto questo» dissi, «paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno sin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.»

«Vedo» disse.

«Vedi allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro stesso, oggetti d’ogni genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiate nei modi più vari; com’è naturale alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.»

«Strana immagine descrivi» disse, «e strani prigionieri.»

«Simili a noi» dissi io. «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di se stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?»

«E come potrebbero» disse, «se sono costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»

«E lo stesso non accadrà per gli oggetti che vengono fatti sfilare?»

«Sì.»

«Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?»

«Necessariamente.»

«E se la prigione avesse un’eco dalla parete verso cui sono rivolti, ogni volta che uno dei portatori parlasse, credi penserebbero che a parlare sia qualcos’altro se non l’ombra che passa?»

«Per Zeus, io no di certo» disse.

«Simili a noi» dissi io. «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di se stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?»

«E come potrebbero» disse, «se sono costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»

«E lo stesso non accadrà per gli oggetti che vengono fatti sfilare?»

«Sì.»

«Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?»

«Necessariamente.»

«E se la prigione avesse un’eco dalla parete verso cui sono rivolti, ogni volta che uno dei portatori parlasse, credi penserebbero che a parlare sia qualcos’altro se non l’ombra che passa?»

«Per Zeus, io no di certo» disse.

E’ un brano del mito della caverna del buon vecchio Platone, testo che all’epoca delle Superiori neppure mi colpì tanto, forse perchè il mio prof di filosofia non era, oggettivamente, un fulmine di guerra.

Dopo anni, però mi sono ritrovato a ripensarci, per un motivo assai banale: una discussione su uno dei tanti gruppi di facebook dedicati al rione Esquilino. A certo punto, stanco della sequela di pregiudizi spacciati per verità assolute, ho fatto notare come:

  1. Il gruppo, per quanto numeroso, non rappresentava l’Esquilino, ma una percentuale trascurabili, che non poteva neppure definirsi un campione statistico significativo;
  2. Che mancando esperti in precisi campi, legali, sociali e culturali, tutte le nostre discussioni avevano il valore di chiacchiere da bar, piene di opinioni fallibili e di sentito dire;
  3. Che il collezionare like in un’opinione non ne aumentava la verità;
  4. Che se una cosa non sia nota ad alcuni componenti del gruppo, non è detto che non esista.

Idee che io reputo di semplice buonsenso, neppure tanto profonde, a dire il vero: eppure hanno scatenato un putiferio, facendomi dello sgarbato, del rancoroso et similia… E così mi sono reso conto come la teoria di Platone, in un modo che lui non avrebbe mai sognato, sia diventata terribilmente attuale.

Persone normali, di media cultura, hanno rinunciato a vedere la Realtà per ciò che, per rifugiarsi una sua rappresentazione virtuale, tanto semplificata, quanto consolatoria. Guardano ombre, i cui contorni essi stessi manipolano in una sorta di neolingua, che demonizza chi tenta di mostrarne l’inconsistenza.

E tanto più si fa riferimento a dati concreti, numeri, articoli di legge, formule matematiche, quanto più si demonizzati. Di fatto, è la trama, banalizzata, di tanti racconti cyberpunk, genere che ha perso forza da quando la sua narrazione si è trasformata in cronaca.

E mi rende sempre più convinto della bontà dell’approccio transumanista che non mira a sostituire la realtà con un suo simulacro, ma arricchirla, pervadendola d’informazione

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