Raccontare i Super Eroi a Roma

Eroi

Come preannunciato, butto giù le mie righe a commento di Lo Chiamavano Jeeg Robot: dato che sono logorroico e narcisista, la prenderò da lontano e, ovviamente, parlerò di me stesso.

Un mio caro amico, ad ogni presentazione di un suo libro di racconti, ripete sempre come un mantra, la battuta che i super eroi non siano null’altro che il furto compiuto dagli americani degli eroi della mitologia classica.

Battuta superficiale e parzialmente vera: le figure dell’eroe salvifico, del vendicatore, dell’astuto sono comuni a tutte le culture. Forse, Siegel e Shuster, nel creare Kal-El, si sono ispirati più alla storia e alla tradizione ebraica che alla figura di Ercole.

A mio avviso, il fumetto super eroico è forse una delle trascrizioni moderne degli archetipi mitologici: mito che, come diceva Malinowski,

non è una spiegazione che soddisfi un interesse scientifico, ma la resurrezione in forma di narrazione di una realtà primigenia, che viene raccontata per soddisfare profondi bisogni religiosi, esigenze morali, esso esprime, stimola e codifica la credenza; salvaguarda e rafforza la moralità; garantisce l’efficienza del rito e contiene regole pratiche per la condotta dell’uomo. Il mito è dunque un ingrediente vitale della civiltà umana; non favola inutile, ma forza attiva costruita nel tempo

Ossia una rappresentazione simbolica e sintetica del Reale, basata su archetipi. Concetto espresso dal buon Saturnino, in frase di bellezza assoluta

Poiché il mondo stesso lo si può chiamare mito, in quanto corpi e cose vi appaiono, mentre le anime e gli spiriti vi si nascondono

Per cui, raccontare di supereroi in Italia, cosa fattibilissima, è qualcosa di diverso dal prendere una storia di Batman, cambiare il nome del protagonista e piazzarlo all’Eur, invece che a Gotham. Si può fare, ma dopo una decina di pagine non strappa che sbadigli, perchè sa di artificioso, di già visto e stantio.

Scrivere di super-eroi in Italia è tornare alle radici del mito e riscriverle secondo le infinite sensibilità del nostro quotidiano.

Faccio un esempio: in Fulmine Tiburtino, pubblicato da Edizioni Scudo, non ho fatto nient’altro che riprendere il mito del principe nascosto, specchio della paura di diventare grandi e di prendersi le responsabilità della vita, e lo rivisto tramite l’ottica della provincia italiana e i moduli narrativi dei film di Bud Spencer e Terence Hill.

In Lo chiamavano Jeeg Robot Mainetti, con una qualità di gran lunga superiore, fa qualcosa di simile: prende le idee archetipe del potere che dona responsabilità e del sacrificio che dona redenzione, le stesse dell’Uomo Ragno per capirsi e le declina nell’ottica della Roma periferica e crepuscolare, secondo i dettami stilistici del poliziesco anni Settanta.

E proprio questo, l’aver identificato le radici che accomunano i personaggi del suo film allo spettatore, creare l’empatia, la capacità di parlare al cuore, cosa che manca in tanti fracassoni film made in Usa.

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Filippo e Jeeg Robot

Lo-chiamavano-Jeeg-Robot

In attesa di buttar giù qualche considerazione su Lo chiamavano Jeeg Robot, do visibilità a quanto scritto dal mio amico Filippo, anche per premiare quella che lui chiama la sua più grande fatica letteraria dal tema della Maturità

Ieri per una “fortunata combinazione di eventi” con gli amici ho visto prima Deadpool e subito dopo Lo chiamavano Jeeg Robot. I film sono straordinariamente simili nelle idee ispiratrici, con una visione fuori dalle righe, sarcastica e amara del mondo in cui viviamo, addirittura con uno sviluppo simile, i personaggi che si trovano loro malgrado coi superpoteri e una donna come catalizzatore che da motivazione e senso, a superpoteri e vita intorno.

Io spero che verrà fuori qualche articolo più serio ad analizzare sta coppia di film, però intanto un paio di cose mi piace dirle, cerco di non spoilerare, vi consiglio di vederli.
Come quando Oscar Wilde dice

“date una maschera ad un uomo e quello vi dirà la verità”,

così dietro le due maschere ci sta il modo in cui noi e gli yankee ci vediamo. Dico noi, non i registi, perché questi due film hanno/avranno successo, questo succede quando il pubblico li accetta e li condivide.

Dunque. Visioni terribili della realtà: terribili perché senza senso. Nella scuola (simbolicamente restata vuota) degli X-Men, c’è un Colossus-Kung Fu Panda che fa la morale raffinata che è sparata a bruciapelo non meno del nemico da risparmiare…. ma da risparmiare a chi?

Questi smontano una portaerei alla periferia della metropoli (??) e manco l’ombra di una sirena, nessuna tela di ragno a consegnare i malviventi ad uno Stato che semplicemente NON C’E’. Ripartendo dallo Stato, a Roma scene da Vecchio West al Lungotevere Castello e manco una sirena? di più ancora, geniale la scena in cui è la polizia che innesca il guaio che poi… beh, non lo anticipo.

Dopo il mondo, gli eroi, anche qui scelta perfetta: l’americano ha avuto qualche problemino con l’essere americano, ex-forze speciali, non certamente un eroe (come è giusto, infatti l’ultimo “eroe” in Afganistan / Iraq in un film americano era un cecchino), il nostro un piccolo malvivente che vive “mangiandosi” l’Italia, o quello che resta, dei barattoli di crema alla vaniglia.

I due eroi non capiscono cosa sia il loro dono, non capiscono perché dovrebbe essere “fonte di grandi responsabilità” , non perché sono meno dotati o “buoni” di Peter Parker, perché proprio non c’è un mondo verso cui orientare queste responsabilità. Zia May vecchia e cieca è rintanata in un sottoscala; la popolazione di Roma non parla, fa solo video coi cellulari (geniale, geniale…).

Dopo mondo ed eroi, le fanciulle. Come ci ha abituato il cinema di oggi ne trovi in entrambi gli schieramenti, tra i buoni e tra i cattivi, Purtroppo la controparte femminile è Jane di Tarzan, niente di più. Calza benissimo con la funzione (grande Ilenia Pastorelli), ma pure troppo, in entrambi i casi.

Sui cattivi una nota di colore. L’unica cosa che si discosta dalla coerenza generale, in entrambi i film, è la bellezza dello “Zingaro”, personalmente credo una concessione al genere manga, Romanzo Criminale non c’entra niente.

Ma ora basta, che ci siamo stancati tutti, chiudo il temino con la differenza maggiore tra i due film. Nonostante lo splatter di entrambi i film, quello yankee fa schifo in una cosa che quello italiano non si permette di fare. Nel “nostro mondo” le persone muoiono davvero, in quello americano c’è tanto, tantissimo rumore e sangue intorno al fatto che dopo un anno e i supplizi dell’inferno un tipo alto due metri che beve solo diet whiskey si vergogna di far vedere la sua faccia al culoDaFavola – testiDaCommediaBrillante – amoreDellaSuaVita, solo perché ha un po meno capelli di me.

Il maestro dell’ucronia italiana: intervista a Giampietro Stocco

Uno dei maestri dell’Ucronia in Italia

KippleBlog

12769537_782002031943214_1671599940_nCiao Giampietro, è un piacere e un onore averti per la prima volta ospite qui sulle pagine virtuali di Kipple Officina Libraria. Oggi parleremo principalmente di Ucronia e fantascienza in Italia. Ma prima di tutto ti andrebbe di parlarci del tuo percorso di autore dalle origini a oggi?

Nasco come autore con Nero Italiano. Un romanzo che ha avuto una gestazione lunga – è stato scritto dal 1996 al 1997 ed è rimasto nel famoso cassetto ad aspettare le tarme fino al 2002-2003, anno in cui l’editore Marco Frilli di Genova si appassionò a questa storia e la diede alle stampe con una curiosa copertina nera che rompeva con il cliché giallo della collana poliziesca da loro inaugurata. Lo definì, Frilli, un “noir”, e fu tra i primi esempi di fantastico italiano etichettato in modo, per così dire, improprio, per sottrarlo a una nicchia, quella fantascientifica, che altrimenti si pensava…

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Bene Comune

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In questi giorni, sui giornali romani si è tanto parlato di Affittopoli: premesso che nell’inchiesta sono saltati fuori dei casi veramente scandalosi, però, in alcuni casi, specie nell’ambito delle sedi di associazioni culturali e sociali, si è fatto troppo qualunquismo e demagogia.

Per dimostrarlo, mi limito a citare un esempio concreto: un annetto fa, il Comune di Roma emise un bando dedicato alla locazione di locali di sua proprietà, destinati ad attività culturali.

Dato che all’Esquilino era emersa, ed è sempre presente, la necessità di una casa comune e condovisa per le numerose associazioni della zona, mi interessai al bando.

In particolare, ero interessato al lotto 1

Denominazione: Locale via Cattaneo
Localizzazione: accesso da via Cattaneo 22/B Municipio I
Superficie: mq 67.
Identificazione catastale: foglio 482 part.89 sub.1

Locale abbandonato da anni e che Il Tempo ha erroneamente attribuito ad Amnesty International, ennesima riprova della scarsa volontà del giornalismo romano a dedicarsi a verifiche sul campo.

Il canone di concessione mensile a mq era di 15,09, il che avrebbe portato a un totale di 1011,03 euro, inferiore al prezzo di mercato del rione.

Nel bando però era evidenziato

Il canone di concessione dei singoli Lotti proposti dal bando verrà computato sulla base del DPR n.138 del 1998, applicando i valori OMI concernenti l’area di localizzazione, con abbattimento dell’80% per le attività senza scopo di lucro e di rilievo culturale e sociale, qualora riconosciuto da Roma Capitale preventivamente alla stipula del contratto. Non è comunque possibile accordare tale riduzione ad Enti, Associazioni o altri soggetti giuridici che già usufruiscano di contributi annuali da parte di Roma Capitale.

Per cui, a valle di un valido progetto culturale, il canone mensile si sarebbe ridotto a 202 euro. In più, sempre citando dal bando

Su richiesta dell’assegnatario può inoltre essere accordato il canone di autorecupero qualora la concessione riguardi immobili in stato di particolare degrado, previo impegno ad eseguire, a propria cura e spese, i lavori di manutenzione straordinaria necessari per l’uso contrattualmente stabilito e previa valutazione della congruità delle opere e autorizzazione da parte dei competenti uffici di Roma Capitale che provvederanno alla successiva verifica dell’esecuzione.

I lavori di manutenzione straordinaria era assai limitati… Per cui alla fine, dalle stime che erano state fatte, il canone mensile sarebbe stato di 190 euro.

Per una serie di motivi, legati alle caratteristiche dello spazio, che lo rendevano poco adatto allo scopo che avevamo in mente, non abbiamo partecipato: ringrazio Dio di non averlo fatto, perchè senza imbrogliare, rispettando solo i termini del bando, mi sarei trovato esposto sui giornali a pubblico ludibrio.

Personalmente, conosco diverse associazioni culturali che si sono trovate messe alla gogna, con i giornalisti che si sono dimenticati di specificare che nel canone ridotto erano ammortizzati i costi di manutenzione straordinaria, che sarebbero altrimenti rimasti sulle spalle del Comune, che avrebbe avuto un alibi per non eseguire mai i lavori o si sono caricati il pagamento di debiti pregressi dei precedenti assegnatari del locale, le cui rate si vanno a sommare a quanto pagato, pur non apparendo queste cifre nelle tabelle dei giornali.

Ora, pur condividendo l’idea che il Campidoglio sia incapace di gestire il proprio patrimonio immobiliare e che ci sia nel calderone anche una grande percentuale di furbacchioni, rimane il fatto che molte delle associazioni culturali citate in Affittopoli erogano servizi che il Welfare non è capace di dare.

Per cui, è lecito che il Il Tempo e il Commissario Tronca abbiano in mente un modello Roma in cui negli spazi comunali ci siano più supermercati e meno ambulatori per malattie rare e per i barboni, però è altrettanto lecito non essere d’accordo.

E forse la vera rivoluzione di Roma è nel definire una nuova politica, più trasparente ed efficace, di gestione condivisa del bene comune, simile a quella sperimentata nell’Esquilino nella scuola Di Donato o presso Il Cielo Sopra L’Esquilino.

Technology, Social Change, and Future Scenarios

Molto interessante

Frank Diana's Blog

If we are to Think about the Future in a way that helps us thrive in that future, we must excel at connecting dots. I developed the Future Scenarios visual in an attempt to help visualize the dots, as well as the various intersections that amplify the impact of those dots. In parallel with this scenario view, I have looked at various aspects of social change that both influence and impact these scenarios – and vice versa – but until now, those views were separate. Convergence is occurring not just across the technology and future scenario curves, but also the various aspects of social change. So in the interest of maximizing future thinking impact, I have combined the two views and will describe a connecting the dots scenario. First, the new future scenario visual:

Social Change and the Curves

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Eco raccontato a Li er Barista

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Non avrei voluto scrivere nulla su Umberto Eco, visti tutti i coccodrilli di queste ore, ma date le minacce di Li er Barista, che in caso di mio silenzio, avrebbe applicato l’embargo su caffè e cornetto, sono costretto di malavoglia a buttare giù due righe.

Eco ha vissuto, nella seconda metà del Novecento, tutte le contraddizioni dell’intellettuale italiano, che per campare deve essere organico al Potere o a porzioni di questo, ma al contempo, per acquisire una certa presentabilità pubblica, deve atteggiarsi a contestatore e rivoluzionario.

Eco, da questo punto di vista, era un arcitaliano, rivoluzionario da salotto borghese, ma questa bipolarità, tra ciò che si è e ciò che si vorrebbe essere, in lui si è tradotto in un’esplosione di idee e di riflessioni.

Rare boiate, le tesi sull’Ur-Fascismo sono di sconcertante pochezza intellettuale e storiografica, qualche banalità e rimurginazione di pensieri altrui sui media e sulla cultura pop, però sempre utili per scuotere il nostro provincialismo e tante idee geniali.

La cosa che mi ha più sorpreso è che dinanzi alla realizzazione pratica di quanto aveva profetizzato negli anni Settanta, la società liquida e postmoderna è concretizzata in Facebook, invece di esserne fiero, come un apprendista stregone si è allontanato spaventato: mi fa temere che il sottoscritto, tra una cinquantina d’anni, dinanzi alla realizzazione pratica dell’ambizione transumanista possa esserne scandalizzato.

Come scrittore, è stato un grande scrittore di genere, per me un complimento, non un offesa, capace di alternare ottime cose ad altre non dico mediocri, ma di media levatura.

Però, ha avuto, almeno in Italia, un ruolo storico fondamentale: ha preso tutte le sperimentazioni e gli arzigogoli del post-moderno e li ha travasati nel romanzo popolare, rendendoli digeribili per il grande pubblico.

Di fatto, molti degli scrittori di genere italiani non fanno che portare avsnti, in forme più edulcatorate e superficiali, alcune delle sue elubrazioni narrative

Orwell 2016

Big-Bro

Pubblico l’intervento che dovrei fare questa sera ad Orwell 2016, ma che purtroppo sono impossibilitato a fare di persona

Buonasera a tutti, per prima cosa, voglio scusarmi per non essere presente di persona,
ma per cause di forza maggiore, non posso essere presente a questa veglia funebre…
No, non sono impazzito… Da buon marxista, parola che in Italia pare essere diventata
meritevole di vergogna, ritengo come lo Stato e Società siano una sovrastruttura
dell’Economia.

In particolare, sostengo come lo Stato Totalitario, sia frutto di particolari condizioni, un
trapasso traumatico e veloce tra economia agricola e industriale, incapace di creare una
borghesia consapevole ed efficace nella gestione della Res Publica, cosa che sospetto
manchi ancora in Italia, capaci di verificarsi solo in un dato periodo storico.

Orwell e gli altri distopisti, non hanno fatto nulla di più che portare all’eccesso, quasi a
renderlo un’idea platonica, lo Stato Totalitario: il fatto che appartenga al Passato, rende
inattuale l’essenza stessa del loro discorso.

Noi infatti, viviamo nell’idea del post: del post industriale, all’economia del concreto si
sostituisce quella del virtuale, pensiamo ad Uber, che rischia di essere la più grande
compagnia di taxi, senza possedere neppure un’automobile, ma soltanto lo strumento
di condivisione delle informazioni, della domanda e dell’offerta

Del Post Lavoro, con la progressiva sostituzione dell’Uomo con robot e IA, che
costringerà a ridefinire il nostro ruolo nella società e il concetto stesso di economia.

Del Post Moderno, che paradossalmente, e qui rendo omaggio al buon Eco, che ci ha
appena lasciato, sta spaventando con la pervasività della cultura pop, proprio chi
l’aveva teorizzato.

E del Post Umano, della Singolarità, che cambia il nostro modo di vedere noi stessi e il
Reale.

Una condizione totalmente diversa da quella vissuta da Orwell, con il suo duellare con il
Nazifascismo e lo Stalinismo: persino quello che sembra apparentemente il loro erede,
l’Islamismo fondamentalista, è in realtà ben diverso, per la dimensione trascendente,
invece che immanente dell’Ideologia e per essere condizionato da quella che Severino
definiva la dimensione nichilista della Teknè, unita con una tensione apocalittica e
millenaristica.

Persino le similitudini, tra mondo attuale e quello descritto da 1984, sono più apparenti
che reali: un’ala di un uccello può somigliare a quella di un pipistrello, ma di fatto sono
cose profondamente differenti.

Pensiamo all’idea del controllo pervasivo…. Permettemi, ahimè, un esempio da
ingegnere: forse non lo sapete, ma la maggior parte delle catene di abbigliamento o dei
supermercati, ha come access point wi-fi una particolare tecnologia, non faccio il nome
per non pubblicizzarla, che non solo traccia le informazioni quando si naviga, ma
sfruttando i pacchetti di keep alive emessi dai vostri smartphone, possono raccogliere
le informazioni non solo su quanto state nel negozio, ma su quanto sostate davanti a
uno scaffale con un determinato prodotto… E tutto ciò, viene utilizzato per fare
previsioni sui possibili acquisti, tramite Big Data.

Ha avuto quindi ragione Orwell ? In realtà no: trascurando il fatto che ogni algoritmo
usato nei Big Data, compreso quelli centrati sulle reti neurali o sulle reti baynesiane, non
fanno che proiettare sui dati grezzi pregiudizi, errori e paturnie dell’analista e del
committente, che non è detto che coincidano con la Realtà, vi è il problema che si
scontrano con la tendenza umana a mentire, in maniera più o meno consapevole…

Io posso fingere di essere interessato a un maglione blu, non perchè voglio comprarlo,
ma perchè semplicemente da quella posizione posso godere del bel fondoschiena di
una commessa…

E questo errore sistematico, non ci va vivere in un mondo di controlli stringenti, ma di
previsioni approssimate.

Lo stesso vale per la pubblicità: è forse una Neolingua, ma frammentaria e
contraddittoria, la cui instabilità non condiziona il mondo, come in Orwell, ma ne è
condizionata.

Per cui, Orwell è da buttare nella discarica della Storia ? No. In una veglia funebre, come
è questa, non importa i fatterelli, gli errori e i successi del defunto che si commemora,
ma la sua lezione di vita.

E quella di Orwell è fondamentale: perchè, pur cambiando le condizioni economiche e
sociali, ci sarà sempre chi abuserà del Potere, opprimendo chi è più debole,
ingannandolo e seducendolo, impedendogli di accedere pienamente ai suoi diritti.

E l’Intellettuale, lo scrittore, deve avere il coraggio di usare la penna come una spada,
per combatterli