Polis e street art

tiburtina

Premesso che non entro in merito sugli ultimi strascichi della vicenda Blu, perché non conosco a fondo tutti i risvolti, però vorrei soffermarmi su un aspetto della questione che a me pare importante, ma che mi pare essere stato trascurato: il disinteresse del cittadino medio sulle vicende del murales.

Sia chi ha collaborato con Blu, attivisti del centro sociale Laboratorio Crash, sia chi sta tentando di procedere per vie legali, da quello che ho capito, ma potrei sbagliarmi, dovrebbero essere dei politici del quartiere, dubito che rappresenti l’abitante medio del dal quartiere Savena, il quale sembra aver accolto con indifferenza tutta la vicenda.

Ora se dipingere murales non è decorazione, ma atto politico, questo ha senso solo se viene riconosciuto come tale, se l’opera diviene un simbolo civico e veicola dei messaggi, in cui la collettività si riconosce ed è pronta a lottare e prendere posizione per difenderli.

Tutto questo non è avvenuto a Bologna: per cui, sotto questo punto di vista, la creazione dell’opera ha fallito lo scopo che si era posto.

La sfida della Street Art, quindi, non è estetica, ma politica, nel senso antico del termine, entrando in comunione con la Polis. E per far questo, l’autore deve aver il coraggio di spogliarsi da ciò che è, dai sui pregiudizi e ideologie, e capire a fondo la realtà dove va a intervenire, individuandone utopie e bisogni.

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