Parlando del mural di Mauro Sgarbi al Nuovo Mercato Esquilino

murale

E’ sempre interessante chiacchierare con Alan S. Cooper. Primo, anche se non lo sa, è una delle fonti di ispirazione per tanti personaggi dei mie romanzi. Secondo, perché alla sua veneranda età non ha ancora preso a randellate il cugino, pittore tanto gaudente, quanto di pessimo carattere.

Terzo, per il suo italiano, forbito, ma ahimè pronunciato con un accento simile a quello con cui venivano doppiate le comiche . Stanlio e Ollio. Quarto, per l’oggetto dei sui saggi, a cavallo tra urbanistica e sociologia, sul gap tra utopia e realtà nei progetti di smart e sulla gentifricazione degli spazi urbani.

Proprio quest’ultimo tema, lo ha portato ad utilizzare come case study l’Esquilino, assieme ad altre realtà romane: incrociandolo per caso, volevo fare due chiacchiere sui cambiamenti del nostro rione, me più per sua iniziativa che per mia, siamo finiti a parlare del mural di Mauro Sgarbi al Mercato Esquilino, che, per certuni, sembra essere diventato la principale causa di degrado del rione.

In questi giorni, qualcuno, qui all’Esquilino, sta dipingendo la street art come la calata dei barbari, non è esagerato ?

Più che esagerato, è frutto di una visione arcaica, che sembra uscire dalle pagine di Ruskin: la città vista come un fossile, un insieme di rovine morte, indipendenti dalle persone che vi vivono, visti come inutili o addirittura come un cancro. La città è invece un sistema olistico, fatta non solo dagli edifici, ma anche dalle storie e dalle esperienze del quotidiano: un’entità vivente, che muta ogni giorno e basata su infinite sovrapposizioni.

Il negarlo, il voler tutelare e valorizzare a prescindere il passato, senza dare spazio al presente e al futuro, a prima vista sembra meritorio, ma alla lunga porta a ragionare come Muñoz; distruggere la Storia, la Roma vissuta, deportando anche i suoi abitanti, per creare una realtà di carta pesta.

Per cui, viva la Street Art, che è il trionfo della vita, che cambia l’aspetto della Città: che poi, è un leitmotiv dell’Arte e dell’Urbanistica occidentale. A coloro che esaltano la sacralità del muro sporco, vorrei ricordare come gli edifici classici fossero pesantemente colorati o le architetture descritte da Huizinga nell’Autunno del Medioevo o le macchine scenografiche barocche.

Una delle critiche al progetto è stata la sua mancanza di dimensione partecipata

Il problema è che cosa si intende per Partecipazione: dal mio punto di vista significa estendere gli spazi di Democrazia, rendendo il cittadino comune responsabile della progettazione e gestione dei Beni Comuni: detto fra noi, l’Esquilino, per l’esperienza dei vari comitati, mi sembra all’avanguardia, sotto questo punto di vista.

Invece, i contestatori dell’opera di Mauro Sgarbi, ne propongono un’idea distorta, quasi fascista, centrata sulla dittatura di una piccola minoranza sulla maggioranza dei cittadini, che sono posti al di fuori da qualsiasi decisione e che devono soltanto approvare e applaudire.

Parlano di commissione di artisti che deve decidere sul cosa e sul come fare, in una riunione carbonara: ma chi assicura a priori sulla trasparenza dei loro criteri decisionali ?

E chi garantisce che la loro opinione coincida con quelle del resto degli abitanti del Rione ? Sempre per parlare del mural al mercato, forse mi sbaglio, ma il senso comune sembra preferire un trionfo di vita e di colori a una parete scrostata, con gli inserti di polisterolo a fingere il marmo

L’accusa di scarsa trasparenza è un’accusa rivolta anche progetto di Street Art

In cinque minuti, sui vari gruppi Facebook dedicati all’Esquilino, che non sono la Realtà, ma una loro rappresentazione parziale e limitata, ho trovato bozzetti e copia delle autorizzazioni e relativi dibattiti: ora, più che parlare di trasparenza, chi fa questa accusa dovrebbe riflettere sul proprio analfabetismo informatico

La Street Art deve essere limitata alle periferie degradate ?

Chi fa quest’accusa, dimostra una superficiale conoscenza del tema, confondendo il graffitismo americano, che è un grido di rivolta contro l’emarginazione delle periferie, con la public art europea, che ha il suo punto focale nei centri storici e nel recupero dei loro spazi urbani. E su questo Roma è stata all’avanguardia, basti ricordare l’esperienza dei murales di Tor di Nona.

Tra l’altro, ci sono numerosi studi che legano la diffusione della street art alla gentrificazione: Roma sotto questo aspetto, è un’eccezione, perchè a fenomeni di questo tipo si integrano azioni di mecenatismo, come a Tor Marancia o di recupero dal basso di realtà marginali, come il MaaM.

Il tuo giudizio sull’opera ?

Premesso che non amo il Figurativo, devo riconoscere come Mauro Sgarbi abbia creato un’immagine iconica, dal forte valore simbolico, su cui costruire l’identità civica del Rione. Cosa non riuscita a un riuscita a un altro progetto, di cui ho grande stima, che è Il Giardino dei Poeti, perché non parla all’Uomo comune, ma la sua narrazione è autoreferenziale a un’ élite ristretta.

Mauro Sgarbi ha creato un simbolo di speranza, in cui la diversità non viene vista come pericolo, ma come fonte di nuova e più ampia armonia.

Inconsciamente, chi contesta il mural, contesta questo messaggio, schierandosi dalla parte del populismo di Trump e di Salvini

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6 thoughts on “Parlando del mural di Mauro Sgarbi al Nuovo Mercato Esquilino

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