Calabresitudine

 

Calabresitudine: una malattia cronica dell’anima, che mi prende ogni estate. Nostalgia per le proprie dolorose radici, per un paradiso travestito da inferno, per un luogo privo di tempo,ma schiavo di troppe storie.

Così un mio caro amico ha definito questa versione autarchica della saudade, questa malinconia dell’assenza, che prende chi ha origini nella punta d’Italia. Benché abbia trascorso parte della mia infanzia e adolescenza in Calabria, ritenevo di esserne immune, per le tante esperienze che si sono sovrapposte e intrecciate nella mia vita.

Non era vera. Come tarlo che scava l’anima, negli ultimi anni è saltato fuori. Per colpa di Filippo e de Le Danze di Piazza Vittorio, perché la Musica è un bisturi che seziona il profondo, un archeologo che quando meno te l’aspetti, ritira fuori ricordi che davo per perduti.

Per colpa di Massimo e di Pino, che con le chiacchiere e racconti, mi hanno fatto riscoprire sensazioni e luoghi che erano offuscanti dal tempo.

Così, per gioco, prima ho raccontato la mia calabresitudine nella pagine di Lithica, perché scrivere è mettersi a nudo… Poi, ho preso il coraggio a quattro mani, tornando da dove ero partito, più vecchio e spero saggio, ritrovando forse quanto avevo perduto…

Poi, se siete interessati, ecco il brano di Lithica che parla di Acquappesa e Intavolata…

Boetti seguì i miei consigli. Si fece chiamare profeta Mansur, predicò più o meno le stesse cose che gli avevo suggerito, integrando il tutto con qualche originale norma morale del tipo: non costituiscono peccato la fornicazione e l’incesto, purché la donna sia consenziente, e il suicidio in certe occasioni.

Oppure: anatema cada su chi fa mangiare cavoli e broccoli a chi non li gradisca. Bevete piuttosto latte di cammella. Completava la sua personale teologia un programma di riforme sociali semplice ed efficace: i codardi, i poltroni e gli avari devono essere privati delle ricchezze, e mandati a lavorare nei campi. Su tali presupposti, Boetti raccolse migliaia di seguaci, accese le polveri nel Caucaso, battagliò con turchi e russi e cominciò ad annoiarsi, finché non cadde in una trappola ordita dal conte di San German o che, in cambio di centomila piastre d’oro, lo consegnò alla zarina Caterina.

Giambattista, avendo scaldato da giovane il suo letto, salvò la testa e fu confinato nel monastero-fortezza di Soloveck sul mar Bianco, poco distante dal circolo polare artico, sotto la custodia particolare di Rlim Shaikorth, un gigantesco verme con grandi fauci e occhi globulari che grondano sangue. Venti anni dopo dovetti sudare le sette camicie per tirarlo fuori di lì, e l’ultima volta che l’ho incrociato è stato sette anni fa.

Bivacca a Intavolata, un paesino del circondario di Cetraro, nella Calabria citeriore; passava il tempo a convincere i locali a intraprendere l’allevamento di cammelli.

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2 thoughts on “Calabresitudine

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