Premi Nobel che vanno e che vengono

fo

Non mi esprimo sul Dario Fo uomo, con i suoi pregi e difetti, errori e battaglie giuste: proprio per la sua personalità istrionica e gargantuesca, per il suo desiderio di essere al centro dell’attenzione, come ogni grande attore, sono certo che nei prossimi giorni si scatenerà una guerra di coccodrilli ed elzeviri, tra apologeti e detrattori: le mie due righe non aggiungerebbero nulla, né farebbero cambiare idea agli uni e agli altri.

Ho un piccolo ricordo personale di lui, ma nulla di che: in compagnia di una mia vecchia amica, una ragazza che certo non passava inosservata, lo incrociai in locale milanese, certo non alla moda.

Appena la vide, la salutò con apparente entusiasmo, però dandomi l’impressione che recitasse il ruolo del galante in un vecchio canovaccio, più che volesse cercare di sedurla veramente. Però la mia amica, a disagio, mi strinse il braccio. Fo se ne accorse, ci sorrise, forse pensando che fossimo fidanzati, si scusò e ci salutò con rara educazione.

Questo incontro, banale, però mi diede l’impressione che fosse artista di strada e attore sino alle ossa. Su questo ha costruito la sua fortuna letteraria, che lo ha portato al Nobel.

Fo non era certo un autore d’avanguardia, il che è anche una fortuna, perchè tali teatranti tendono a essere particolarmente soporiferi: persino il suo gramelot ha numerosi e autorevoli precedenti.

Lui era un autore postmoderno o meglio l’erede di un’antica e nobile tradizione di istrioni, con i loro trucci e lazzi: un’arte popolare, da fiera di paese, che lui ha depurato come un alchimista dalle scorie, sintetizzandola e cesellandola, per renderla gradevole per palati più snob.

Ha preso così il teatro più basso e meno considerato, a volte innalzandolo a vette sublimi, facendolo riecehggiare di eterno, a volte creando confusi pasticci, ma in ogni caso mostrando abile e sopraffino mestiere.

Una cosa simile e quanto fatto dal nuovo Nobel della letteratura, Bob Dylan, con il suo trasmutare in oro il piombo della tradizione dei cantastorie della Grande Frontiera. E confesso, ma sono gusti personali, di amare di più il menestrello americano che il giullare , italiano…  Giullare non in senso di buffone, ma in quello medievale di mimo e cantore…

E detto fra noi, Fo, pieno di malinconia sotto i suoi sberleffi, forse mi avrebbe capito

Sia lui, sia Dylan, però,  assai più meritevoli del premio di tanti e tanti seriosi imbrattacarte, che nonostante la vittoria, sono caduti nell’oblio..

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