Hey! Mr. Tambourine Man, play a song for me

bob

Per anni, ho ignorato chi fosse Bob Dylan: a casa mia non erano grandi appassionati di musica e il sottoscritto, con massima sincerità, pensava ad altre cose. Finché Deloitte, nelle sue brillanti idee logistiche, decise che il sottoscritto dovesse alloggiare al Ripamonti Residence di Pieve Emanuele.

Ottima struttura, senza dubbio alcuno, benchè, con i suoi immensi corridoi, a volte mi facesse venire in mente Shining. Oppure, mi facesse strano trovarvi dentro una caserma… Il problema è che, per il lavoro di consulente dell’epoca, era tutt’altro che comodo per i miei spostamenti.

La mia vicina di casa, parola grossa, era Malina, una bella ragazza moldava, che lavorava come champagne lady in un locale milanese: i nostri orari erano esattamente complementari, quando io tornavo dal lavoro, lei usciva.

Tramite una comunicazione basata su post-it attaccati alle porte, si era raggiunto una sorta di accordo di collaborazione, con ognuno che supportava, nei suoi momenti liberi, le incombenze quotidiane dell’altro, tipo fare la spesa o portare e ritirare i panni dalla lavanderia.

Un giorno, però, mi beccai un’epica influenza: Malina decise di assistermi e tra una tachipirina e l’altra, per farmi compagnia metteva a palle i cd di Highway 61 Revisited e di Pat Garrett & Billy the Kid.

Data la febbre alta, mi capitò quel periodo di avere assurdi incubi, tipo fuggire con una spider lungo la route 66, inseguito da decine di massi rotolanti o di bussare assieme a Toro Seduto a un enorme portone, tra la nubi tipo pubblicità Lavazza, con un vecchio dalla barba bianca che invece di aprirci, ci faceva il gesto dell’ombrello.

In compenso, cominciai ad amare Robert Allen Zimmerman… E benchè apprezzi da morire Philip Roth,Thomas Pynchon, Cormac McCarthy e Don DeLillo, ritengo, a differenza dei nostri scribaccini di plastica, che il Nobel a Bob sia strameritato.

Perchè, se i grandi scrittori che ho citato hanno narrato e sezionato in maniera superba il sogno americano, mostrandone la sua follia, i suoi lati oscuri e la sua grandezza, Bob ha invece creato un immaginario universale, che parla all’Uomo di ogni tempo e latitudine, raccontandone la solitudine, la fame di libertà e il diperato tentativo, come un profeta dell’Antico Testamento, di trovare un senso compiuto nel caos del Reale.

Il tutto con una poesia esperienziale, di polvere e sangue, che recupera il suo matrimonio primigenio con la musica. Perchè questa è la sua vera natura: come scriveva Edgar Lee Masters, alla fine di tutto

There’s a blind man here with a brow
As big and white as a cloud.
And all we fiddlers, from highest to lowest,
Writers of music and tellers of stories
Sit at his feet,
And hear him sing of the fall of Troy.

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