Ilaria Meli

ilaria

Sono anni, ormai, che conosco Ilaria… Di fatto, l’ho vista crescere a maturare come artista, a riprova di come il sottoscritto stia invecchiando… Assieme abbiamo condiviso un percorso comune nel Loverismo e tante piccole esperienze… Anche se mi sono allontanato dal modo tradizionale di concepire l’Arte, dinanzi alla sua richiesta di buttare giù una breve presentazione, non potevo tirarmi indietro… Così, riprendendo le vecchie abitudini e gli antichi attrezzi del mestiere, ho buttato giù qualche riga…

Una delle opere meno comprese e forse apprezzate della letteratura classica sono le Metamorfosi di Ovidio: per come vengono rappresentate nella scuola italiana, appiano come un’accozzaglia più o meno definita di storie, intrecciate tra loro alla male e peggio.

Forse, l’opera poetica di Ovidio è qualcosa di più: l’equivalente neopitagorico del De Rerum Natura di Lucrezio, ossia un poema filosofico, in cui utilizza i versi e metafore per incitare l’Uomo a prendere coscienza della Realtà e agire di conseguenza. Pensiero Neopitagorico che si esplicava nell’unità ontologica delle cose, al di là del loro apparente e continuo mutare, nell’armonia tra uomo e Natura, distrutta dalla Civiltà, che poteva essere ristabilita tramite l’empatia con tutti gli essere viventi, la compassione e la pietas, la coscienza del proprio dovere nei confronti di ciò che esiste.

Molti di questi pensieri vivono nell’Arte di Ilaria Meli, che li esprime non in poesie, ma in immagini sognanti, frammenti di antiche storie, che riecheggiano nei nostri abissi più profondi, rievocando ricordi dell’infanzia del Mondo.

Una pittura che come sempre avviene in questi casi, nasce da un’iniziazione, l’irrompere dell’inaspettato che costringe a rimettersi in discussione: nel caso di Ilaria, la notizia di un cigno ridotto in fin di vita da un ragazzo.

Notizia che la spinge a riflettere sulla fragilità della bellezza, sull’aspirazione al Distruggere nascosta dietro l’apparente normalità e il dovere di combattere il Nulla sempre in agguato.

Ciò la porta a un cammino creativo e spirituale, che, come in antico sciamano, si articola in tre fasi:

il semplificare, eliminando tuttò ciò che ci distrae dal lungo viaggio in noi stessi, lo scavare, per ritrovare nell’Anima le radici del Mondo, il rievocare, per ricostruire l’armonia perduta.

Una pittura profonda e alchemica che ci invita a cambiare noi stessi e ricordare il principio induist del tat tvam asi, l’identità dell’essenza intima fra noi e la Natura tutta.

Nella sua Arte, come il Buddha nel sermone di Benares, non nega il male l’errore racchiuso nella nostre esistenza, ma invita a trascenderlo, a viverlo come occasione di crescita spirituale: la sua ricerca può essere paragonata al kintsugi, la pratica giapponese, che consiste nell’utilizzo di oro per la riparazione di oggetti in ceramica, usando il prezioso metallo per saldare assieme i frammenti.

Pratica che non solo recupera la funzionalità dell’oggetto, ma, grazie alla casuale e irripetibile ragnatela di fili dorati, gli dona un’assoluta individualità.

Così Ilaria, in ogni quadro, ci ricorda dalle ferite possa nascere la perfezione interiore: un ossimoro che si ripercuote nel suo stile un realismo magico postmoderno, in cui elementi apparentemente incongrui del Reale si fondono in armoniche e inquietanti epifanie.

Così i suoi soggetti sono rappresentate con sei dita, citando l’iconografia classica, per evidenziare come la società tarpi le ali alle persone, omologandole e rifiutandone l’individualità e come l’unica ribellione utile sia coltivare il proprio genio, creando ogni giorno un piccolo angolo di paradiso. O nell’ultima sua opera, in cui un uomo fa indossare una collana a una donna dalla testa equina, per protestare contro la sottomissione, conscia e inconscia, che la società impone con i suoi modelli culturali e a cui ci si può liberare, avendo il coraggio di essere se stessi.

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