La Torre de’ Conti

 

Oltre al fare del bene, c’è anche un motivo personale che mi ha spinto a partecipare all’evento di domenica scorsa, per l’associazione Africa Sottosopra: il fatto che si svolgesse alla Tor de’ Conti, uno dei luoghi in cui si svolgono le vicende de Il Canto Oscuro.

Torre che ha avuto una vicenda assai complessa e tormentata: secondo alcuni cronisti, fu eretta, in versione assai ridotta, nell’alto Medioevo, intorno al 869, anno più, anno meno, su una delle esedre del el portico del Tempio della Pace.

Data la sua posizione strategica, che permetteva il controllo della via Papalis, ossia il percorso computo dal corteo pontificio in occasione dell’insediamento del nuovo pontefice da San Pietro alla basilica di San. Giovanni in Laterano, che era occasione di tentativi di golpe da parte della nobiltà romana, Riccardo Conti, fratello di Papa Innocenzo III, se ne appropriò, in maniera più o meno legale, e diede l’incarico a Marchionne Aretino, lo stesso progettista della Torre delle Milizie e della Torre del Grillo, sempre di proprietà della famiglia Conti, di ampliarla e ingrandirla.

Marchionne si lasciò trascinare dall’entusiasmo, costruendo, come racconta Gregorovius, una torre di forma quadrangolare su un poderoso basamento a 3 ripiani, tutti coperti del travertino sottratto dai monumenti dei Fori, il cui perimetro andava restringendosi dal basso verso l’alto, sino a raggiungere un’altezza di sessanta metri, per finire con una guarnizione di merli a 3 punte. La sua mole colpì il Petrarca che la definì «Turris illa toto orbe unica», forse anche per ottenere lo sconto sull’affitto che da buon inquilinto della torre, doveva pagare ai Conti.

Dimensioni che le fecero affibbiare il nome di Torre Maggiore, con un’iscrizione, presente ancora oggi Pietro da Nicola Conti si vantava delle sua imponenza e Torre Secura, perchè difficile da catturare, che le provocarono l’odio imperituro della fazione popolares del tormentato comune romano e tanti, tanti problemi di statica.

Il terremoto del 1348, anno particolarmente iellato, vista anche la Peste Nera, ne provocò il crollo: fu restaurata da Martino V, in ottimo rapporti con i Conti, per tenere a bada la piccola nobiltà e i caporioni recalcitranti alla sua politica di centralizzazione amministrativa e poi nel 1500 da Sangallo, che ne tolse il rivestimento in travertino, poi utilizzato da Michelangelo per la costruzione di Porta Pia, e ne costruì un portone monumentale.

Nel 1620, risultava di nuovo in abbandono, tanto che la famiglia Conti affibbiò il suo restauro alla Camera Apostolica e poi al buon Urbano VIII. Nel 1630 la torre, non essendo stata del tutto ricostruita, minacciava di crollare di nuovo e per questo fu ordinato di abbatterla, ma nel 1644 ci fu un nuovo crollo con due uomini morti, e 4 muli morti.

Dato che la famiglia Conti faceva orecchi da mercante sulla richiesta di demolirla, alla fine del Seicento papa Alessandro VIII, decise di salvare il salvabile, con la costruzione dei due contrafforti di rinforzo.

Nel 1738, i Conti, sperando di trovare statue romane con cui decorare Palazzo Poli, ordinarono dei lavori di scavo che riuscirono liberare la antica porta di ingresso disegnata dal Sangallo, che secondo alcune fonti dovrebbe essere diventato il portone del Palazzo baronale di Poli.

Nel 1937 la torre, isolata per la demolizione del quartiere Alessandrino fu donata da Mussolini alla Federazione nazionale arditi d’Italia che vi rimasero fino al 1943 Nel 1938 il salone del tempio della Pace sulle cui mura perimetrali si sorregge la torre, fu adibito a mausoleo del generale degli arditi Alessandro Parisi, morto quell’anno in un incidente stradale Nella sala, le spoglie del generale sono tuttora conservate in un sarcofago di epoca romana.

Questo nel mondo reale… Nel mio mondo letterario, la Torre si affaccia ancora sulla “piazza delle Carrette”, un toponimo che discende dai carri da vino, di granaglie o altro che, provenienti dai Castelli Romani, facevano qui sosta, al limite del Foro Romano, allora zona di mercato e sopravvissuta al tentativo del Principe Padre di demolirla, per costruirvi al suo posto un grande magazzino come Harrods, per poi diventare sede di uno dei suoi tanti laboratori, dove Andrea Conti, Beppe, il Cardinal Colacchia e Gugliemo Marconi riflettono sui segreti legati alla morte di Alan Stuart

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