Dove ricostruire dopo il terremoto ?

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Ieri su Facebook, ho lanciato un dibattito sulla questione “ricostruzione post terremoto”. Diverse voci, tra cui il geofisico Enzo Boschi, indicano l’impossibilità di ricostruire tutte le aree rurali e i borghi distrutti, provvedendo alla ricollocazione della popolazione in altre aree, ritenute geologicamente più sicure.

Io ho ricordato un precedente, poco noto ai più, che riguardava la Grecanica calabrese o Boversia. Dagli anni ‘50 in poi, l’area fu flagellata da alluvioni e frane e i borghi pastorali e contadini venivano “ricostruiti” in anonimi paesi dormitorio sulla costa a decine di chilometri dal sito originario, gli abitanti trasferiti in massa. Questa sorte toccò ad Africo nel 1951 ed a Roghudi nel 1972 e fu rischiata sia da Gallicianò, sia da Bova.

Decisione che oltre a infliggere un duro colpo alla cultura ellefonica, la lingua Calabro Greca, parlata da poco più di 300 persone è di fatto estinta, per la distruzione di un tessuto economico e sociale, stratificato da secoli.

Inoltre ha avuto a medio termine, con la desertificazione di un territorio, l’effetto di far perdere allo Stato il controllo dell’Aspromonte, regalandolo alla malavita, con tutte le gravi conseguenze del caso.

A partire da questo esempio, i miei amici hanno espresso una varietà di posizioni: chi ha ricordato casi analoghi, forse meno impattanti, di Oppido Mamertino, che fu ricostruito a dieci chilometri di distanza dopo il “flagello” del 1793 (una sequenza di terremoti fortissimi che distrusse tutta la Calabria), di Gibellina e dell’Irpinia.

Altri si sono detti favorevoli alla deportazione, ricordando, cito testualmente

bisogna pensare ai bambini, e a quello che significa sottoporli alla tortura di scosse continue per dimostrare cosa? Che si è orgogliosi e coraggiosi?

Argomento che confonde, non so quanto consapevolmente, la gestione dell’emergenza con la ricostruzione o

Perché sono costi che ricadono inutilmente sulla comunità

dimenticando che, con il conto del dare avere, i borghi con il loro passato e storia hanno ripagato con gli interessi quanto dovuto e senza valutare, come successe in Aspromonte, gli impatti dell’abbandono del territorio.

E mi ritrovo a condividere l’opinione del mio amico Beppe, cosa alquanto rara, visto che su tante cose la vediamo in maniera molto differente..

Le cosiddette “new town” sono una tragedia che si aggiunge alla tragedia: una deportazione di massa, un vuoto collettivo di memoria, una storia di vita abbandonata! Sono contrario alle new town e secondo me si deve ricostruire sullo stesso luogo, (se non proprio com’era, almeno dov’era) anche perchè spesso non tutto è distrutto. La memoria collettiva è importantissima per una rinascita non solo degli edifici, ma della vita sociale e psicologica delle persone sopravvissute. Alcune tracce urbane, vie, scorci, edifici importanti e simbolici, sono l’anima delle città, c’è dietro una storia sociale e personale che va ricucita, ricostruire è un obbligo morale e non è detto che costi di più rispetto ad una città ex novo, anzi queste città ex novo solitamente sono più costose perchè bisogna partire dalle urbanizzazioni primarie che sono del tutto inesistenti.

Le new town andrebbero fatte in casi estremi, quando il terreno di fondazione diventa franoso e instabile e non ci sono alternative per salvarlo. Ma spesso e per fortuna non è così! Il fallimento de l’Aquila, solo per fare un esempio recente di new town, è sotto gli occhi di tutti! Tutta l’Italia è altamente sismica e in particolare alcune zone come la cosiddetta “faglia appenninica” che si estende per centinaia di km, quindi non è che rifare Amatrice un po’ più in la risolve la questione terremoto. E il come si ricostruisce o si restaura che conta.

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