Big Data, machine learning e vittorie elettorali

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Stamattina, tra un diagramma di Gantt e l’altro, ho avuto il piacere di parlare con il mio amico sondaggista, che mi ha condiviso alcune sue considerazioni sulle elezioni americane e sugli errori di previsione.

Però, in questi giorni, da FB e chiacchierate in ufficio, mi sono reso conto che molto non hanno ben chiaro come funzionano le elezioni presidenziali negli USA. Per cui, provo a riassumerlo. I requisiti previsti dalla Costituzione per poter proporre la propria candidatura come Presidente sono tre: avere compiuto almeno 35 anni di età, essere cittadino americano per nascita, risiedere negli USA da almeno 14 anni.

Il secondo requisito, tra l’altro è variato nel tempo: sino a qualche anno fa il “natural born citizen” doveva essere nato sul suolo USA, ma benché la Corte Suprema abbia sempre evitato di esprimersi sul tema, l’orientamento dei costituzionalisti, date anche le questioni John McCain, nato nella base navale statunitense di ‘Coco Solo’ nell’area del Canale di Panama e Ted Cruz, nato in Canada, è considerare il natural born citizen una persona che ha cittadinanza per nascita. Per cui, tra l’altro, tutte le polemiche di Trump sul certificato di nascita di Obama erano assolutamente campate in aria.

Non è un requisito vincere le Primarie, che non sono previste dalla Costituzione Americana, benché siano regolate da leggi statali e sono state introdotte dal 1847, ben dopo la nascita degli USA

Il diritto di voto spetta a tutti i cittadini che abbiano compiuto i 18 anni di età e che siano iscritti alle liste “elettorali”, tranne un North Dakota, dove, per votare basta presentare un documento di identità, in pratica basta la patente.

Nonostante la confusione che spesso regna nei giornali italiani, ci si iscrive alle liste elettorali per votare le elezioni statali, indicando in tale registrazione se è repubblicano, democratico indipendente e questo abilita alla partecipazioni alle primarie e ai caucus e non viceversa.

Gli elenchi sono poi controllati da commissioni statali che cancellano le persone non idonee, ovvero coloro con precedenti penali, interdette dai pubblici uffici o ritenute non adatte per una serie di altri motivi.

Il sistema elettorale è indiretto ovvero il Presidente non viene eletto dai cittadini ma da 538 “grandi elettori” riuniti a Washington. Il numero dei “grandi elettori” eletti su base statale, è pari alla somma dei deputati e dei senatori di ogni Stato. I cittadini esprimono la propria preferenza per un candidato, ma in realtà non viene eletta la persona singola ma il gruppo di “grandi elettori” ad essa associato. Per i voti popolari (voti dei cittadini) non viene fatto un conteggio generale, ma singolo, Stato per Stato, con un sistema maggioritario secco chiamato ‘winnertakes all‘.

Il candidato che ha più voti, anche solo uno in più rispetto agli altri contendenti, prende tutti i grandi elettori di quello Stato. Fanno eccezione lo Stato del Maine e del Nebraska, suddivisi in collegi elettorali con sistema proporzionale.

Il candidato che riesce a far eleggere almeno 270 “grandi elettori” va alla Casa Bianca. I “grandi elettori” in via teorica dovrebbero votare per il candidato a cui sono associati. In rari casi, però, è avvenuto il contrario

Ogni Stato ha diritto ad avere due “grandi elettori” più altri, tanti quanti sono il numero dei deputati mandati alla Camera dei Rappresentanti. Il numero dei rappresentati della Camera dei Deputati varia a seconda della popolazione, più lo Stato è grande più ha rappresentanti.

Se nessun candidato alla carica di Presidente raggiunge il quorum, la decisione finale viene presa dalla Camera dei Rappresentanti, che sceglierà fra i primi tre candidati che hanno raggiunto il maggior numero di voti. Secondo questo sistema elettorale il candidato vincente potrebbe non essere il favorito dalla maggioranza degli elettori che ha espresso il voto.

A titolo di curiosità, se il presidente fosse stato eletto dalla maggioranza degli elettori, invece che dai Grandi Elettori, avremmo avuto:

  • Andrew Jackson al posto di John Quincy Adams nel 1824, che, se non ricordo male è una delle poche elezioni decise dalla Camera dei Rappresentanti, che preferì Adams a Jackson, che era di fatto il Trump dell’epoca
  • Samuel Tilden al posto di Rutherford Hayes nel 1876, elezione che fu un colossale casino, da far impallidire il riconteggio della Florida nel 2000. A causa degli strascichi della guerra civile, in tre Stati del Sud non si riuscì a definire chi avesse vinto le elezione. Se ne fosse stato assegnato almeno uno a Tilden, con i relativi Grandi Elettori, lui sarebbe diventato Presidente. Fu costituita una commissione congiunta a maggioranza repubblicana che ovviamente, decide a favore del compagno di partito Hayes. democratici, mugugnando, però la accettarono in cambio dell’impegno di Hayes a non ricandidarsi e della fine dell’occupazione militare al Sud
  • Grover Cleveland al posto di Benjamin Harrison nel 1888
  • Al Gore al posto George W. Bush nel 2000
  • Hillary Clinton al posto Donald J. Trump nel 2016

Detto questo, lascio la parola al mio amico sondaggista..

Avete preso una bella cantonata !

Guarda, io non sparerei a zero sui miei colleghi americani: se hanno toppato, è stato per poca cautela, non per aver male interpretato i dati

Cioè ?

Come ti ho detto tante volte, il sondaggio definisce una gaussiana: il valore medio, quello più probabile, quello che viene fornito come previsione sulla percentuale dei votanti, l’estremo superiore e quello inferiore, la forchetta di variabilità, che delimitano il margine di errore.

Sino a tre settimane fa, erano chiari due fatti: che sia la Clinton, sia Trump avevano molti meno votanti delle precedenti tornate, la prima perché parte dell’elettorato non tradizionale dei Democratici, che era stato intercettato da Obama e nelle primarie si era schierato con Sanders, si sarebbe astenuto, il secondo per ampie porzioni del Partito Repubblicano non lo riconoscevano come candidato rappresentativo.

Le due guassiane, erano distanti di circa 7 punti percentuali, il che rendeva sicuro che gli swing states andassero a Hillary.

Poi che è successo ?

Se la gaussiana della Clinton rimaneva stabile, quella di Trump ha cominciato ad avvicinarsi: di fatto tutta la canizza sulla questione mail, ha avuto l’effetto non di fare perdere voti a Hillary, ma convincere gli elettori repubblicani a turarsi il naso e votare The Donald.

Negli ultimi due giorni, il distacco tra i due valori medi delle guassiane era sotto la soglia critica del 1%. Ciò permetteva di dire che la Clinton avrebbe avuto un lieve vantaggio sui voti popolari, ma rendeva impossibile qualsiasi previsione sull’assegnazione dei grandi elettori.

Se i miei colleghi americani, si fossero fermati qui, nessuno avrebbe detto nulla

Invece ?

Invece hanno rischiato, perchè purtroppo chi ti commissiona il sondaggio non vuole avere un boh come risposta. Il ragionamento che hanno fatto, a rigore di logica sensato, visti i precedenti delle scorse elezioni, è che il vantaggio della Clinton, pur limitato, si distribuisse in maniera uniforme per lei negli swing state, permettendone la vittoria.

Che è successo ?

Mentre Hillary investiva nella pubblicità tradizionale uno sproposito di dollari, The Donald. ha investito una cifra, anche abbastanza contenuta, per le campagne presidenziale, nelle Big Data e nelle Learning Machine, per profilare alla massima granularità possibile l’elettore e impostare una pubblicità elettorale ad personam.

Strategia innovativa, tra l’altro di dominio pubblico, che ha avuto successo, alterando la distribuzione storica dei voti, permettendo di ottenere vittorie mirate che hanno ottimizzato il numero dei grandi elettori. Insomma, un’ottimo tema per i tuoi romanzi di fantascienza

Sai quale è stata la chiave di vittoria di Trump ?

La comunicazione ?

Non solo: il fatto che sia un eccellente stratega, che prima negli affari, poi nella politica ha seguito alla perfezione i dettami di Sun Tzu.

Fingere la propria debolezza, affinché il nemico ti sottovaluti. Nascondere l’ordine sotto un manto di disordine, dissimulare il coraggio sotto l’apparenza del timore, affinchè il nemico disperda le sue truppe e possa cadere in un’imboscata.

Il che fa pensare che possa essere un ottimo commander in chef nella politica estera: in quella interna ed economica, boh, non si è ancora capito che intenzioni abbia…

Piccola nota a margine: dal punto di vista tecnico, quanto usato dallo staff di Trump non è nulla di diverso o dissimile dai market booster che sono presenti o stanno per essere lanciati nel mondo dell’Analisi di Mercato che combinano una serie di diversi set di dati, profilazione tradizionale, basata su location, spending and aging, le informazioni provenienti dalle liste elettorali e dai voti per le primarie, la legge sulla privacy americana non li tutela come dati sensibili, informazioni tratte dai social.

Il tutto magari processato sul cloud di Amazon o di Google, il tutto processato tramite Hadoop e un db NoSql basati sul modello a grafo, come OrientDB o Neo4j, che forse alimenta un engine predittivo fose basato su reti bayesiane.

Cosa che quattro anni fa era concepibile concettualmente, ma non realizzabile e che nel 2000 era pura fantascienza… La dimostrazione pratica di come l’età della singolarità stia modificando anche il modo di vincere le elezione e forse anche di impostare la politica

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4 thoughts on “Big Data, machine learning e vittorie elettorali

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