Il Lebowski italiano

lebowski

Non me la sento, di sfottere Lapo: non per piaggeria o perchè l’abbia mai conosciuto. Perché, invecchiando, comincio a dare sempre più ragione al presunto proverbio indiano

Prima di giudicare una persona cammina nei suoi mocassini per tre lune

O forse perché nella mia vita ho avuto la fortuna o sfortuna, dipende dai punti di vista, di incontrare persone a loro modo simili a lui e il raccontare le loro storie è una delle tante molle che mi ha reso scrittore.

Persone che dietro un’apparente normalità, nascondevano un dolore immane, spesso agli occhi degli altri immotivato, che alimentava la una foga autodistruttiva. O persone tanto geniali quanto cazzone, che invece di sfruttare al meglio i loro doni, si impelagavano per noia e trasgressione in situazioni tanto assurde quanto pericolose. Persone al cui confronto Manuel Fantoni non era che un dilettante.

O persone che stanche della loro vita, hanno deciso di darci un taglio: da un amico dell’università, un vero cervellone, che ha lasciato il suo lavoro in una multinazionale per girare il mondo, vivendo di espedienti. O la mia ex capa in Deloitte, che ha mollato la consulenza per diventare un’abile fotografa.

O il mitico Vertebra, impiegato all’Acea, nato e cresciuto a Piazza Vittorio, che sei mesi dopo essere andato in pensione, simulò la sua morte fingendo una disgrazia, per sfuggire a una moglie arpia e due figli nullafacenti, per fuggire nei Caraibi, dove sì arricchì affittando golf car ai turisti americani, circondato da una nuova e più strampalata famiglia.

Lapo è come uno specchio che racchiude e deforma tanti aspetti della loro vita… E’ il grande Lebowski, ricoperto di soldi e messo sotto i riflettori e costretto a rinunciare alla libertà di vivere le cose che danno senso propria vita, invece di riempirla.

Un uomo che collezione sconfitte e pernacchie, ma che alla fine, scuote la polvere dalle sue scarpe, perché

The Dude Abides

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