Alessandra Carloni e lo Steampunk

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Tre anni fa, a margine di una discussione sulla via italiana allo steampunk, una scrittrice, che possiamo definire almost famous, predisse che, passata la moda dei cosplay, l’interesse per questo il genere sarebbe crollato miseramente.

Dopo qualche tempo, comincio a pensare che, come profetessa, possa reggere il confronto con il povero Fassino. Lo steampunk, pur essendo un fenomeno di nicchia, continua a prosperare ed essere sempre più pervasivo.

Perché, per usare un parolone tedesco, che fa sempre figo, sintetizza lo Zeitgeist, lo spirito del tempo contemporaneo. Come a fine Ottocento, siamo alla vigilia di una fase di transizione, la Singolarità, dove la tecnologia sta per ridefinire le nostre strutture economiche e sociali: all’epoca di Verne, erano le innovazioni della seconda rivoluzione industriale, ora forse, gli impatti dirompenti dell’IA e delle nuove tecnologie informatiche.

Mutamento che come rischia, come direbbe Severino, di evidenziare la dimensione nichilista della Teknè: lo steampunk, riappropriandosi in chiave postmoderna del passato, esaltando la figura dell’artefice, del Prometeo inventore, riporta al centro di tutto l’Umano.

A differenza del cyberpunk l’uomo non è più propaggine della macchina, escrescenza parassitaria di cui se ne può fare a meno, ma demiurgo, colui da forma e senso alla materia bruta.

Questa consapevolezza, oltre a pervadere il costume e la letteratura, sta diffondendosi nel mondo dell’Arte.

Alessandra Carloni, importante esponente della street art romana, che mi piacerebbe prima o poi coinvolgere nel progetto di riqualificazione del Mercato Esquilino, ne è testimonianza. La cosa buffa è che, Alessandra, non sapeva dello steampunk, pur dipingendolo, finché non ne gliene ho parlato…

Perché lei, per citare una sua intervista

racconta di un mondo alternativo a quello reale. Non lo definirei semplicemente una realtà visionaria o legata al sogno, perché in molti casi nelle mie opere si può leggere tanta realtà traslata attraverso simbologie che possono fare riferimento alla dimensione surreale dei sogni; cerco attraverso la concretezza pittorica e la composizione del quadro che struttura quasi sempre un racconto, di costruire “un’altra realtà”, dove tutto può essere naturale e possibile. Ecco quindi le navi sospese, le case su alberi vertiginosi, i fari su montagne e palafitte lignee improbabili, che diventano reali, tra la compostezza del disegno e il gioco del colore

Un modo onirico e poetico, in cui l’Uomo recupera il suo equilibrio primigenio con la Natura e la Cultura, senza che l’una cannibalizzi l’altra… Un’utopia forse, ma soprattutto un segno di speranza per il futuro.

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