Applicazioni militari dell’IA

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In parecchi ambienti, vi è una forte preoccupazione per l’utilizzo dell’IA in ambito militare, tanto che centinaia di ricercatori ed esperti dell’argomento, tra cui Elon Musk, Stephen Hawking, Steve Wozniak e Noam Chomsky hanno firmato una lettera aperta presentata durante la International Joint Conference on Artificial Intelligence di Buenos Aires in cui si chiedeva di bandire tale applicazione.

Gesto apprezzabile e condivisibile, ma temo, come ogni altro appello simile, dai tempi dell’invenzione della balestra in poi, poco efficace: perché purtroppo, come nelle armi nucleari, in questo caso vige il dilemma del prigioniero, che porta di fatto, per la sfiducia reciproca, alla scelta di una soluzione di escalation, nel timore che l’avversario faccia la stessa cosa.

Per cui, senza ipotizzare scenari alla Terminator, come la diffusione dell’IA in ambito militare divisa in più step. Il primo consistente nella diffusione pervasiva su armi leggere e pesanti di shooter assistant implementati su reti neurali, per migliorare l’efficienza, efficacia e precisione dei tiri e successivamente l’implementazione di un’IA inferenziale su droni, automi artificieri e tank, che doni loro una visione tattica, indipendente dalla presenza umana.

Fase che per una serie di motivi, dalla questione dei costi al MTBF, dalla robustezza agli attacchi di guerra elettronica alla flessibilità operativa, si realizzerà a medio termine, ma che porterà delle conseguenze pesanti, come:

  1. La banalizzazione della guerra dovuta al fatto che i soldati non rischiano più di persona
  2. Lo sviluppo della “porn war”, per il fatto che le armi robotiche registrano le azioni di guerra e queste finiscano poi in rete, stimolando il voyeurismo perverso degli utenti;
  3. La possibile moltiplicazione dei conflitti dovuta al disinteresse della gente comune, non più chiamata a dare un contributo di vite, non più soggetta a razionamenti di guerra, non più chiamata a contribuire con tasse speciali, non più chiamata a votare l’intervento in guerra. Cosa che di fatto è già realizzata nel concreto, in maniere indipendente dall’IA. Ad esempio, benché l’Italia abbia scritto a chiare lettere nella propria Costituzione di ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionale, negli ultimi anni ciò non ha impedito la partecipazione ad azioni militari, digerite dall’opinione pubblica perché avvenute in luoghi lontani e con un costo umani relativamente basso. Se a combattere saranno i robot, invece che persone, l’indifferenza sarà ancora più accentuata.
  4. Il rischio che tali armi, se diffuse a basso costo, possano fungere da moltiplicatore di forza per associazioni criminali o gruppi terroristici.

Questioni che nel concreto possono essere affrontate con:

  • Un’opportuna regolamentazione internazionale, con dei protocolli aggiuntivi della Convenzione di Ginevra CCWC del 1980, con dei meccanismi sanzionatori che impediscano furbate come quelle degli USA e di verifica dell’effettiva applicazione di quanto concordato;
  • Un meccanismo robusto di tracciabilità delle armi per sapere sempre esattamente a chi appartengono, chi né è responsabile, dove si trovano, cosa stanno facendo e cosa hanno fatto.
  • Un’informazione precisa e puntuale del loro utilizzo nei confronti dell’opinione pubblica, per evitare la sua deresponsabilizzazione, cosa ahimè assai difficile in Italia

La seconda edizione di Penny Steampunk

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Uno dei grandi meriti del buon Roberto Cera, oltre a organizzare Vaporosamente, senza mettere troppo a rischio la sua sanità mentale, è di curare assieme a Peregrino Tuc, l’Aggiustalibri, l’antologia Penny Steampunk, ispirata ai penny dreadful vittoriani, giunta alla seconda edizione.

Antologia a cui partecipano i pezzi grossi della narrativa steampunk in Italia, come ad esempio Alessandro Forlani, Davide Tarò, Alain Voudì, Augusto Chiarle, Emanuela Valentini, Paolo Di Orazio, Luca Tarenzi, Pozzo – Martini, Corella – Soprani, Daniele Cutali, Augusto Charlie e udite udite, il grande Bruce Sterling, uno dei papà del cyberpunk (per dirla alla Beppe e quanno me ricapita più de finì in un libro co’ lui ?)

E soprattutto i proventi del libro saranno destinati in beneficenza, per il Progetto A.P.P.A, finalizzato all’apertura di laboratori galenici nei paesi in via di sviluppo. Due ottimi motivi per fare carte false per partecipare.

E come sempre, l’ho fatto raccontando le storie di Andrea e Beppe: essendo convinto del loro valore come maschere universali, capaci di funzionare anche in contesti diversi dalla Roma papalina, stavolta li ho spediti nell’isola di Kos e soprattutto ho ambientato il racconto nel 1917, dieci anni dopo Il Canto Oscuro, in un’Europa sconvolta da una guerra mondiale ucronica.

L’ho fatto perchè mi divertiva, come Dumas in Vent’anni dopo, rappresentare i miei personaggi invecchiati, stanchi e pieni di disincanto, costretti a fare gli equilibristi tra i bizzarri progetti del Principe Padre e gli orrori della Guerra, che travolge ogni cosa.

Per cui, chi avrà la sfortuna di leggere il racconto Talos, si troverà davanti un Beppe e Andrea meno estrosi e barocchi, con alcuni lati del loro carattere levigati e altri difetti accentuati… Insomma, spero vi divertirete..

Tra dieci anni esisterà ancora l’Apple ?

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Sto per scrivere un post che, probabilmente, mi farà prendere a pernacchioni vita natural durante, però, più ci rifletto, più sono convinto di non avere così torto: ho l’impressione che, se continua così, tra dieci anni, con molta difficoltà sentiremo parlare di Apple.

Per giustificare tale impressione, comincio citando un caso di scuola: la Nokia. La sua .versione moderna fu fondata nel 1966 attraverso la fusione di tre imprese che si dedicavano alla produzione di cavi, di tavole di legno e pneumatici: tutti business che entrarono in forte difficoltà con la crisi petrolifera del 1973.

Kari Kairamo, che divenne CEO mi pare nel 1977, per evitare di far finire l’azienda con le gambe all’aria impostò una nuova strategia, fondata sulla produzione di elettronica di consumo, in particolare televisori e sull’esportazione. Strategia che però non sembrava dare i frutti sperati.

In tutto ciò, il mercato della telefonia cellulare era alquanto trascurabile. Benchè Nokia avesse prodotto uno dei primi portatili fornendo all’esercito finlandese una tecnologia sviluppatada Salora e il mercato di massa scandinavo fosse in boom, chi aveva sfruttato al meglio le opportunità era la la svedese Ericsson.

Nel dicembre 1988 Kairamo si uccise, forse come conseguenza del disturbo bipolare che sembrava perseguitare la sua famiglia, che per motivi di business. Però questo diede inizio a un periodo drammatico per la società finlandese, dovuto al crollo dell’URSS, che essendo il primo partner commerciale di Helsinki, mandò la nazione in recessione.

Il momento peggiore si ebbe sempre nel 1991, quando il principale azionista, una banca, offrì a Ericsson la propria quota in Nokia. Ericcson non accettò, subodorando qualche sola.

Ma proprio nel momento più buio, più per fortuna che per preveggenza, furono prese delle decisioni che avrebbero cambiato il futuro della società. Nokia, che già aveva in attività un telefono digitale nel sistema GSM europeo, decise di operare con tutti i tre sistemi: GSM, TDMA (che sembrava dovesse prevalere negli Usa) e PDM giapponese. Sistemi diversi, ma telefoni uguali ovunque in nome della nuova strategia.

In più fu abbandonata la precedente politica che consisteva nel vendere più marche (Mobira, Radio Shack e marche private di operatori cellulari) e fu adottato un solo marchio, Nokia, e una sola politica di marca.

I primi telefoni della nuova serie 2100 furono lanciati sul mercato nel 1993. L’obiettivo
era venderne almeno 400.000: ne furono venduti 20 milioni, la maggior parte con il
sistema GSM. Le vendite negli Usa furono modeste e così quelle in Giappone.

Fu individuato come il problema fondamentale nell’avere successo nel Paese del Sol Levante fosse nel peso: i cellulari Nokia, indistruttibili, mi ricordo come uno cadendo dalle mani mio papà, non solo rimase intatto, ma scheggiò la mattonella del pavimento, pesavano il doppio dei prodotti venduti a Tokio.

Per cui fu fatta partire un progetto che ottimizzava questo aspetto e al contempo, cominciava a trasformarsi in un’azienda a “monocultura”, con un unico set di prodotti. Benchè avesse affrontato momenti di crisi, legati alla saturazione del mercato, come nel 2001 e 2004, con la relativa discesa delle quote di ricavi, Nokia cercò di invertire il trend nel 2005, con l’accordo con Microsoft, che Windows Media 10, fosse installato sui telefoni Nokia, il che provocò una serie di lamentele, visti i suoi bug, da parte dei consumatori.

Eppure, nonostante tutto, la posizione di Nokia sembrava solida, finchè Steve Jobs il 9 gennaio 2007 durante la conferenza di apertura del Macworld tenutosi in California. Jobs introdusse l’iPhone come una combinazione di tre dispositivi: iPod con schermo touchscreen, telefono cellulare rivoluzionario e Internet. Una Killer App che fu sottovalutata da Nokia, che cominciò a perdere quote del segmento di mercato più redditizio, quello dei clienti ad alta propensione alla spesa.

Però, la situazione non era ancora così tragica Nokia nel 2010 aveva un profitto del 65% dato dagli Smartphone, contro il 39% di Apple e il 23% di Samsung. Stava dominando il mercato in tutto il mondo (tranne il Nord America) e si aspettava solo di completare meglio il passaggio da telefonini semplici a smartphone.

E questo poteva avvenire con i modelli N8 e l’E7. Entrambi sembravano rivoluzionari per il tempo. L’E7 aveva uno schermo grande più o meno come l’iPhone 6 ed era sottilissimo.
L’N8 invece era il primo smartphone a girare video in HD, con la monoscocca in alluminio e la migliore fotocamera del momento.

Il dramma avvenne nel 2011: di colpo fu abbandonato Symbian, che garantiva la presenza nel mercato dell’utenza più conservatrice, non fu adottato Android, ricordo ancora la demenziale intervista sul tema Anssi Vanjoki, ex capo della divisione smartphone di Nokia, che rifiutava il concetto che non software, ma l’hardware, il design e il brand avrebbero creato una fidelzzazione del consumatore e l’adozione di quel fallimento di sistema operativo che era Windows Phone.

E così cominciò il tracollo dovuto in fondo al fatto che la Nokia non innovava più, ma si limitava a perfezionare. Invece di essere all’avanguardia della tecnologia, era al traino. Pare strano, ma forse la stessa cosa sta avvenendo per l’Apple.

Anche la società di Cupertino sta diventando una monocultura: i conti del telefonino contribuiscono al 60% delle entrate della Mela e in termini assoluti, la sua quota di mercato, si sta progressivamente erodendo.

In più l’Apple non è più al top dell’innovazione: non solo iPhone 7 e iPhone 7 Plus non presentano nessuna rivoluzione tecnologica rispetto al passato, ma solo limitati miglioramenti. Inoltre è molto indietro in quella che potrebbe essere la nuova killer app della telefonia mobile.

L’integrazione spinta dell’IA e dei big data con il dispositivo, cosa ben diversa da fornire qualche funzionalità in più a Siri, la cui rete neurale è già molto indietro rispetto a quelle che ad esempio sta implementanto Huawei: si tratta di puntare sulla proattività, con funzione predittive capaci di anticipare i nostri bisogni, sulla simbiosi con l’utente, per proporci acquisit secondo i nostri gusti o gestire al meglio le interazioni con il mondo esterno, l’integrazione con l’IoT, con la robotica e con la realtà aumentata.

Chiunque ci riuscirà a raggiungere questo obiettivo, si chiami Google, Facebook o un non meglio identificato produttore cinese o europeo, farà fare in dieci anni o meno all’Apple la fine della Nokia…

Blade Runner 2049: ecco il primo teaser trailer

KippleBlog

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È sbarcato in rete il primo teaser trailer di Blade Runner 2049, sequel del film di fantascienza diventato un classico del cinema mondiale, tratto dal romanzo Il cacciatore di androidi del grande autore americano Philip K. Dick, Blade Runner. In queste prime immagine incontriamo l’ex poliziotto Rick Deckard (Harrison Ford) così come quello che sembra essere il suo successore, interpretato da Ryan Gosling. Le atmosfere sembrano fra l’altro essere fedelissime al film originale. Buona visione!

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Cicli di Kondratiev e Teoria del Caos

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Incuriosito dai cicli di Kondratiev, per sfizio, senza alcuna pretesa di scientificità, mi sono divertito a calcolare l’esponente di Lyapanov delle serie di dati che descrivono i cicli economici. Ora, dalle valutazioni, analisi mi pare troppo, che ho eseguito, il set di valori ottenuti risultano essere compatibili con un sistema caotico.

Il che, a rigor di logica, non sarebbe troppo peregrino: se l’economia può essere modellizzata come un rete di feedback, alcuni senza memoria e altri con bufferizzazione, il risultato sarà un sistema complesso.

Per cui, le onde di Kondratiev coinciderebbero con le sue oscillazioni pseudo-periodiche, il che, se fosse vero, avrebbe una serie di interessanti conseguente:

  1. Le oscillazioni sono intrinseche, ossia legate alla natura del sistema caotico e non estrinseche, ossia provocate da cause esterne. Queste, come per esempio catastrofi o più semplicemente specifiche politiche economiche, potranno ampliarne o mitigarne le oscillazioni, non eliminarle. In particolare, proprio per il fenomeno della dispersione delle orbite legato all’effetto farfalla, a priori non potrà essere definito a priori l’effetto di tali politiche e neppure è detto che ciò che è risultato valido in uno specifico momento, possa essere valido anche per i successivi.
  2. Le oscillazioni potrebbero essere frattali: per cui, per capire se si sta uscendo o no da una situazione di crisi, l’indicazione non è fornita dall’analisi del pattern di dati, ma da loro trend;
  3. Le oscillazioni sono pseudoperiodiche: il che è implica che a buonsenso, è possibile ipotizzare come ogni sessanta, ottant’anni si possa verificare una grande recessione, ma che, al di la di questo, non possono essere utilizzate come strumento di predizione accurata e puntuale

16/12/2016 – 28/02/2017 “Marte – Incontri ravvicinati con il pianeta rosso” presso l’Aula Ottagona del Museo Nazionale Romano

Esquilino's Weblog

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“Marte – Incontri ravvicinati con il Pianeta Rosso” è il titolo della rassegna che sarà aperta al pubblico, con ingresso libero, dal 16 dicembre 2016 al 28 febbraio 2017 presso l’Aula Ottagona del Museo Nazionale Romano alle Terme di Diocleziano.

La mostra unisce, con un coerente filo conduttore, il passato di Roma, con le statue che rappresentano il Dio della Guerra, al futuro, attraverso le prossime missioni marziane e la colonizzazione del Pianeta Rosso. Un futuro che, come per il passato, vedrà l’Italia protagonista.

Tra questi due estremi, la storia, la cultura e la scienza, i primi studi di Schiaparelli e i disegni dei ‘suoi’ canali, il cinema di fantascienza e l’impresa dell’uomo di conoscere il gemello del proprio pianeta.

A questa esposizione hanno fornito il loro prezioso contributo, l’Agenzia Spaziale Europea, l’Istituto Nazionale di Astrofisica, oltre a Leonardo Finmeccanica, Thales Alenia Space e National Geographic Channel.

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Il ritorno del troll

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Come qualcuno ricorda, ogni tanto mi tocca questionare con il mio troll, il cui modus operandi, detto fra noi, è assai monotono.

Si crea la sua identità, assumendo nomi, parentele e lavori altisonanti, forse per sfogare la frustrazione del suo quotidiano, dimenticando che in questo modo, rinunciando all’anonimato, è assai più semplice da individuare.

Si infila nei vari gruppi di storia, per qualche tempo si trattiene, poi non può fare a meno di mostrare la sua saccenza e di infilarsi in polemiche inutili, in cui spesso da fondo al suo immaginario “lei non sa chi sono io”…

Alla fine, se viene ignorato, si arrabbia ancora di più e comincia a cercarsele: questa volta, si è fatto beccare per avere insultato pesantemente i sostenitori del sì al referendum… Poi, preso in castagna, comincia ad accampare scuse improbabili per giustificare le sue balle e anche per questioni in cui io non c’entro, mi tira sempre in mezzo, dandomi del bugiardo…

E ogni volta mi pongo sempre le solite domande, a cui non riesco a trovare risposta: perchè spreca tanto tempo ed energie in questa attività, che tra l’altro, visto che viene sempre individuato, fa pure male e perchè ce l’abbia tanto con il sottoscritto, che, detto fra noi, nella vita ha tutt’altre cose a cui pensare, che tarpargli le ali, come brontola nel suo vittimismo..

 

Vaporosamente

vaporosamente

Ogni tanto, riflettendo sulla mia attività di scrittore steampunk, mi viene da sorridere pensando a quanto sia valido il vecchio detto

Nemo propheta in patria

Ossia, nonostante scriva romanzi e racconti a vapore ambientati nell’Urbe e con personaggi che paiono usciti da un sonetto del Belli, qui a Roma non mi si fila quasi nessuno. Al contrario, in altre città d’Italia, come Torino o Milano sono ben più stimato.

Questo è anche merito del buon Roberto Cera: gran persona, non solo perchè non ha ancora fatto un occhio nero, per tutte le sole che gli mollo, ma soprattutto per il grande impegno che mette al servizio del movimento steampunk italiano.

Impegno che lo ha portato a lanciare l’iniziativa dell’antologia Penny Steampunk, a organizzare decine di conferenze ed eventi e a sputare sangue per organizzare Vaporosamente, la manifestazione torinese dedicata a tale genere letterario.

Manifestazione che è qualcosa di più di una sfilata di cosplay, ma anche l’occsasione per riflettere sulle radici culturali e le prospettive dello Steampunk.

Quest’anno l’edizione invernale si terrà il 17 e il 18 dicembre, con il sabato dedicato soprattutto alla letteratura.

I momenti culminanti saranno la a presentazione del fumetto Blackbox, quella del secondo volume cartaceo di Trainville, di Alain Voudì e del buon Augusto Charlie, la conferenza di Dario Tonani e Maurizio Manzieri sull’Universo di Mondo9 e a concludere il tutto, la presentazione di due importantissimi premi: il premio “Orologeria”, istituito da Augusto Chiarle per il Penny più bello e il premio “VaporosaMente”.

La Banda della Tartina

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Sul Fatto Quotidiano è uscito un articolo in cui parla di come la cosiddetta “Banda della tartina”, ossia il variegato gruppo di scrocconi che si imbucano nei vernissage spacciandosi per critici e giornalisti, sia stato additato a pubblico disprezzo da una mail, alquanto cattivella, che è stata fatta girare per gli uffici stampa.

Leggendolo mi è venuto da ridere… Di fatto ho conosciuto, quando facevo il curatore un poco più serio a Milano, parecchi di loro. Forse, quelli con cui avevo più a che fare, erano due miei ex colleghi.

Uno, poverino, era stato cornificato dalla moglie, che lo aveva poi cacciato di casa e grazie a un abile divorzista lo aveva anche ridotto in mutande: lui non si era perso d’animo, avendo rimediato un divano in cui dormire a casa di un comune amico consulente, per riempirsi lo stomaco a cena, si girava tutte le inaugurazioni delle mostre di Milano. La sua strategia era di rendersi invisibile, non commentare, sorridere sempre e mangiare poco, ma in più gallerie.

L’altro, il suo compagno di ufficio, andava alle mostre per un motivo ben diverso dal mangiare: rimorchiare. Per ottenere questo scopo, si era creato un look con basco, occhiali con strass e sciarpe colorate, che secondo lui doveva fare molto esistenzialista francese. Si spacciava poi per critico e dato che scemo non era ed aveva molte e disordinate letture, insomma, riusciva con la sua parlantina a buttarla in caciara.

Il gatto e la volpe, così li chiamavo, ogni mattina, leggendo sui siti specializzati e facendo incetta di comunicati stampa, in un quarto d’ora pianificavano le tempistiche e il percorso ottimale tra i vernissage della serata.

Aveva perfino stabilito una specie di guida gourmet delle gallerie, catalogate a seconda della quantità e della qualità del buffet… Non sono mai stati beccati… Hanno solo cambiato target… Pare che spacciandosi per food blogger, si mangi meglio e si conquisti di più…