Il Muro e la Post Verità

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Bush senior, ai tempi della sua presidenza, si dovette confrontare con due tendenze antitetiche: la prima, legata alla nascita del populismo, che scaricava le tensioni interne sul diverso. Sotto certi aspetti, infatti, gli USA somigliano all’Esquilino, con un’identità artificiale, costruita dal sovrapporsi di diverse culture, che teme sempre di essere rimessa in discussione dagli ultimi arrivati.

La seconda, era costituita dai primi vagiti della globalizzazione, che richiedeva la necessità di un polmone quasi inesauribile di manodopera a basso costo. Per evitare che la maggioranza repubblica si scannasse sul tema e al contempo per non scontentare le lobby, Bush si inventò una soluzione assai democristiana, ossia la cosiddetta barriera, un insieme di recinzioni e ostacoli sul confine con il Messico, nell’area di San Diego.

Barriera che è entrata nell’immaginario americano: basti pensare a Men in black. La scusa ufficiale, alquanto ipocrita, ma non quanto quella di motivi umanitari, accampata dal Messico per la costruzione della sua barriera di confine con il Guatemala, fu la lotta al traffico della droga: di fatto il flusso migratorio non fu arrestato, ma fu semplicemente allungato il suo percorso.

Clinton non fece nulla più che proseguire tale politica: tutto ciò fu rimesso in discussione dal sorgere di una nuova paura nell’opinione pubblica americana.

Data la crescita della popolazione latinos, dovuta più al tasso di natalità che all’immigrazione, nel sud degli USA nacque il timore della perdita della propria immaginaria identità Wasp e del ritorno del Grande Messico: questo fece approvare sotto Bush Junior, anche con il voto di Hillary Clinton e Barack Obama, la risoluzione H.R. 6061 che prevedeva la costruzione di una barriera di 1100 km lungo il confine tra Messico e Stati Uniti e autorizzava un maggior numero di barriere mobili, checkpoints, luci, permettendo al Department of Homeland Security il controllo satellitare del confine con l’uso di velivoli UAV.

Con la crisi economica e il desiderio di una middle class impoverita di trovare un capro espiatorio, un gruppo di otto senatori democratici e repubblicani, tra cui John McCain, Marco Rubio, Chuck Schumer e Lindsey Graham, proponeva di rafforzare ulteriormente la protezione del confine, con l’assunzione di 20mila agenti di frontiera e l’ampliamento di 700 miglia della barriera con il Messico e l’adozione da parte dei datori di lavoro di E-Verify, un database con cui sarebbe stato possibile verificare lo status migratorio dei dipendenti.

Trump, nella sua narrazione postmoderna, non ha fatto nulla più che riprendere questa idea,dandogli però un valore iconico: cosa ottenuta cambiandole nome, da barriera a muro, rafforzandone così il sottotesto simbolico.

Se nella maggior parte degli USA sono caduti in questo trucco nominalistico, nelle contee di frontiera, invece, in cui vi è una percezione concreta del Reale, ha avuto un effetto opposto, facendo perdere voti ai Repubblicani, dato che il corpo elettorale si è sentito preso per i fondelli.

Ma Trump non si è perso d’animo: con l’ipotesi di pagare il costo di costruzione con dazio aggiuntivo alle importazione dal Messico, ha trovato un ulteriore alibi alla sua politica neoprotezionista…

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