Urheimat

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Come qualcuno sa, ho parecchi amici che lavorano nell’ambito della filologia e della linguistica. Amici che nel bene e nel male sono inesauribile fonte di ispirazione per la mia attività letteraria: uno di loro è diventato, anche se forse non lo sa, il protagonista de “Il regno di Dio è un bianco elefante“, racconto pubblicato in un’antologia dell’Edizioni Scudo.

Inoltre, molte stranezze di Andrea, il protagonista del mio ciclo di romanzi steampunk, derivano dal mio frequentarli. Uno delle cose che mi divertono di più e che un giorno trasformerò in un racconto di space-opera, sono le loro strane e continue discussioni sull’ Urheimat, il luogo dove nella Preistoria vivevano le popolazioni che parlavano l’indoeuropeo, l’ipotetico trisnonno della maggior parte delle lingue parlate da noi europei.

Discussioni coltissime, piene di argomenti che spaziano dalla linguistica alla climatologia, dalla genetica all’archeologia, ma che troppo spesso mi lasciano più confuso che persuaso.

Le tesi che si confrontano sono tre: la continuistica, la kurganica e l’anatolica. L’ipotesi continuistica ,ridotta all’osso, afferma che l’indoeuropeo sia il diretto discendente di una delle lingue parlate in Europa e che si sia progressivamente diffusa prima nel nostro continente, poi in Asia.

Tesi che però ha diversi bachi: non è coerente con i risultato delle ricerche genetiche in Sardegna, in cui si è evidenziato come gli aplogruppi riconducibili al Paleolitico abbiano una distribuzione differente rispetto a quella dei popoli europei moderni, il che da l’idea sia avvenuto un fenomeno di immigrazione dal Neolitico in poi

Inoltre presuppone che l’indoeuropeo abbia un tasso di evoluzione e di differenziazione minore della altre famiglie linguistiche, cosa difficile da dimostrare, e vi è una forte difficoltà a correlare il presunto processo di diffusione verso oriente con i dati archeologici.

La seconda ipotesi sostenuta da Marija Gimbutas è riconducibile a questo: l’Europa mesolitica è abitata da popoli pacifici, accomunati da un’unica cultura matriarcale e impegnate nell’adorazione della Dea Madre. A inizio età del ronzo, questo mondo idilliaco viene spazzato via dall’invasione, tipo orda di Genghiz Khan, della cultura kurghan, brutta, cattiva e patriarcale, i cui cavalieri, armati sino ai denti, impongono la loro loro lingua indoeuropea.

Ipotesi che, nonostante il fascino ideologico, ha però una serie di problemi: nell’Europa dell’età del Bronzo non vi sono tracce archeologiche che parlino in modo univoco di una discontinuità di strutture sociali e organizzazione, connesse a un evento violento come un’invasione. E l’analisi degli aplogruppi pone una serie di problemi… L’associazione tra l’aplotipo R1a e cultura Kurgan è stata recentemente rimessa in discussione, dato che allo stato attuale si ritiene che le regioni a più alta probabilità di comparsa dell’aplotipo siano l’Europa dell’Est o l’Asia meridionale, con tempistiche con corrispondenti con la relative facies archeologica.

L’ultima ipotesi è quella anatolica, elaborata da Colin Renfrew, che ipotizza un’immigrazione neolitica delle popolazioni indoeuropee, provenienti dall’Anatolia, che introducono in Europa, oltre che la loro lingua, l’agricoltura e la ceramica.

Ipotesi che però ha un paio di problemi: presuppone che la cultura vallinda, la cosiddettà civiltà di Harappa, sia indoeuropea e allo stato attuale non abbiamo elementi per provarlo, e non spiega la presenza di uno strato preindoeuropeo in Anatolia, il cosiddetto proto-hattico.

E come per l’ipotesi kurganica, vi sono delle discrepanze con i dati della genetica e dell’archeologia, visto che poco si concilia con la diffusione dell’aplogruppo di tipo G, associabile alle culture della ceramica cardiale e della ceramica lineare, che presuppongono l’esistenza in Europa di una cultura neolitica pre-indoeuropea.

Tuttavia, possiamo ipotizzare una soluzione di compromesso, basata su una serie di assunzioni.

La prima è che a differenza di quanto pensato dalla Gimbutas, l’Europa mesolitica, più che il modello pigmeo, segua quello nord americano: un mosaico di culture e lingue differenti, di cui poco si può ipotizzare, ma che tra loro hanno un complesso spettro di interazioni, dal commercio alla guerra.

La seconda è che questo mosaico entra in contatto, nel primo Neolitico, con le popolazioni portatrici delle culture della ceramica cardanica e lineare, con parecchia fantasia, corrispondenti alle popolazioni pre-tirseniche e con quelle paleobasche, che colonizzano i Balcani e al contempo, tramite commercio, matrimoni esogamici, propaganda religiosa o chissà quale altro mezzo, cominciano a influenzare le popolazioni più settentrionali

Dalle testimonianze archeologiche, infatti, pare come il sistema mesolitico si disintegri in due modi: nelle regioni sud-orientali vi fu un’intera e rapida assimilazione da parte dei nuovi venuti neolitici, mentre a settentrione si può osservare un graduale adattamento al modello neolitico

La terza è che in una non ben definita area a contatto con la cultura mesolitica del complesso Nord-Orientale e con la cultura sankobiana, vi è una popolazione che parla l’antenato del proto indoeuropeo: una parte di questa (Facies I) è influenzata dalle culture neolitiche del Vicino Oriente, si trasferisce prima in Anatolia, poi nei Balcani, a causa di un’agricoltura basata sulla tecnica taglia e brucia.

Nel sud Europa, modificando forse la tipologia di tecnica agricola, con il relativo aumento di produttività e popolazione, in dei casi si sovrappone con la popolazione precedente, in altri subisce una sorta di ibridizzazione, generando quella sorta di pidgin da cui trarrà origine la famiglia linguistica del Tirsenico.

Queste popolazioni della Facies sono portatrici degli aplogruppi mitocondriali H,J,V,T,X. Al contempo, la parte della popolazione che non adotta un sistema agricolo, ma uno basato sulla pastorizia di transumanza (Facies II).

Date le esigenze legate alla variabilità dei pascoli. le diverse tribù, più o meno differenziate della Facies II migreranno in tempi diversi o verso l’Europa, fondendosi con le popolazioni pre-indoeuropee o della Facies I o verso l’Asia.

In parallelo a questo processo di circolazione verticale, vi è uno di circolazione orizzontale, basato non sul mutamento della popolazione, ma sui prestiti linguistici dovuti alla circolazione delle tecnologie e al commercio: per un cui si ha un sistema complesso, che può spiegare la pluralità di dati archeologici, genetici e linguistici.

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