L’uomo nuovo? Un dio cibernetico di Marco Minghetti

homo

Come sapete, sono un transumanista problematico, per citare la battuta di un mio amico… Pur condividendo molte delle tesi del movimento transumanista, da scrittore di fantascienza non posso che essere sostenitore dell’ottimismo tecnologico e convinto sostenitore del fatto che stiamo già vivendo nella singolarità, però, più che essere un entusiasta sostenitore delle tesi, preferisco approfondirle in maniera critica e problematica… Per cui do spazio a un interessante articolo di Marco Minghetti, pubblicato su Lettura del Corriere della Sera, in cui si esamina il dilemma tra i Tecnoentusiasti, come il sottoscritto e i neoluddisti

Non è facile accettare l’idea che, all’aumentare delle nostre capacità cognitive, contiamo sempre meno come individui. In realtà, anche se amiamo attribuire a qualcuno una scoperta — che sia il bosone di Higgs o il metodo Crispr per l’ editing genetico — è sempre stato un organismo sociale a rivelare i segreti della materia, a esplorare i confini dell’universo, o a combattere le nostre malattie. Non solo ci avvaliamo del sapere di chi ci ha preceduto. Collaboriamo anche fra noi, scambiandoci idee, metodi, osservazioni. Ci specializziamo in mansioni distinte. E uniamo le nostre conoscenze, sempre più dettagliate, per formare un sapere collettivo, trasmettendolo alle generazioni future. Ma, a differenza degli organismi sociali di altre specie, come le api o le termiti, lo facciamo cambiando continuamente schemi, alleanze, prospettive, finalità. C’è chi dice che è proprio questo il segreto del nostro successo evolutivo: la varietà e la variabilità delle nostre formazioni sociali, a molte delle quali apparteniamo contemporaneamente. Facciamo parte di un organismo reticolare, complesso e spesso contraddittorio. Ma quando abbiamo cominciato a comportarci così? E con quali prospettive future?

Osservando quanto rinvenuto nelle caverne di Blombos, in Sudafrica, pare che i barlumi di questa capacità di reticolazione siano apparsi 80 mila anni fa, quando sembrano essere nate organizzazioni sociali capaci di effettuare i primi scambi di beni, produrre armi litiche con l’uso del fuoco e incidere simboli astratti su tavolette di ocra. Sono tutti comportamenti compatibili con l’esistenza di una prima divisione del lavoro, confermata da alcune ricche sepolture euro-asiatiche successive, in cui si nota l’esistenza delle prime società gerarchiche e l’emergere di abilità specifiche. A Sungir, in Russia, un uomo adulto e due fanciulli furono sepolti, 32 mila anni fa, in compagnia di oltre 10 mila perle d’avorio di mammut finemente lavorate — insieme ad altri ornamenti. Solo per produrre le perle si richiedevano tre anni e mezzo di lavoro artigianale.

Per arrivare alle complesse configurazioni sociali attuali è stata necessaria l’emersione di un nuovo sistema organizzativo nelle reti che connettono i 100 mila miliardi di neuroni del nostro cervello. Confrontata con i tempi dell’evoluzione umana, questa trasformazione di Homo sapiens fu abbastanza improvvisa. Da quando, alcuni milioni di anni fa, abbiamo cominciato a immaginare, nelle pietre, i primi strumenti litici che se ne potevano trarre, il nostro cervello era sempre cresciuto. Ma in corrispondenza dei nuovi comportamenti sociali cominciò a ridursi. Negli ultimi 40 mila anni il nostro cervello è passato da 1.500 a 1.350 centimetri cubici, e questo vale per tutti gli umani contemporanei. Con un nuovo software neuronale possiamo scambiare meglio le informazioni, trasmettendole nello spazio e nel tempo tramite un’ampia varietà di linguaggi. Una correlazione positiva tra diminuzione del volume cerebrale e aumento di complessità delle società è confermata considerando parametri quali la densità demografica, l’intensità degli scambi, la divisione del lavoro e la formazione di strutture gerarchiche. Poiché il cervello è un organo plastico, nel delegare molte funzioni mentali a dispositivi esterni, prima con la scrittura e la stampa, e poi con il world wide web e lo smartphone, si genera una sorta di «mente estesa», che risparmia sull’ hardware cerebrale dei singoli.

È in questa prospettiva che si muove l’avvincente lavoro di Yuval Noah Harari, lo storico israeliano che ci aveva già parlato del nostro passato profondo nel suo primo libro Da animali a dèi (Bompiani). In quel testo ripercorreva le tappe di come, da insignificanti primati bipedi, ci siamo trasformati in un organismo sociale dalle (apparenti) potenzialità infinite, simili a quelle degli dèi. E concludeva chiedendosi: «Può esserci qualcosa di più pericoloso di una massa di dèi insoddisfatti e irresponsabili che non sanno ciò che vogliono?». Nel suo secondo libro Homo Deus (Harper), Harari cerca di rispondere a questa domanda asserendo — con un certo ottimismo — che, dopo avere debellato pestilenze, fame e guerra, possiamo ora rivolgere le nostre capacità cognitive a un programma ambizioso che ci trasformi veramente in esseri immortali, dotati di immenso potere, grazie alla possibilità di integrare la nostra conoscenza con quella delle macchine. Questo upgrade in Homo Deus riguarderebbe solo una piccola élite e avverrebbe attraverso i progressi dell’ingegneria genetica, della biotecnologia e della cibernetica. La narrazione è ricca di aneddoti provenienti da questi settori, ma si analizzano solo in parte le loro implicazioni. Portando al limite il ragionamento sul funzionamento degli organismi sociali complessi, l’autore assimila noi umani ad algoritmi biochimici il cui scopo principale è scambiare le informazioni disponibili in reti complesse, per agevolare la divisione del lavoro e i relativi meccanismi sociali di connessione. Ma emerge un lato oscuro. Con le tecnologie digitali nascono nuovi algoritmi che possono svolgere meglio le nostre funzioni mentali. Facebook, per esempio, valuta il carattere e la personalità di un individuo in modo più preciso dei suoi stessi amici e parenti, anticipandone opinioni e desideri. Sappiamo già che i Big Data raccolti attraverso i principali motori di ricerca possono essere usati per profilare gli utenti e vendere loro beni e servizi. Ora ci accorgiamo che possono servire anche a influenzare in modo decisivo le scelte elettorali. Sembra che la Cambridge Analytica di Londra abbia avuto un ruolo determinante, ad esempio, nelle vittorie della Brexit e di Trump. Ma se la maggior parte degli umani non sarà promossa allo stato di Homo Deus , si prospetta la formazione di una casta inferiore, dominata dai nuovi superumani e dagli algoritmi delle reti digitali. Sempre più funzioni e poteri decisionali saranno delegati alle macchine. A risentirne non saranno solo tassisti, albergatori, notai, segretari e uscieri. Saranno anche molti attuali leader politici: una prospettiva che alcuni giudicano interessante.

Harari ci avverte che il suo libro non vuole essere una profezia sul futuro dell’umanità. Alla fine ammette che la sua è solo una visione. Però ci induce a riflettere. Siamo davvero dei meri algoritmi? E come vivremo con macchine che ci conoscono meglio di noi stessi? Per rispondere dobbiamo avventurarci tra teorie dell’evoluzione, antropologia, scienza e rivoluzioni tecnologiche, sulle orme dello stesso maestro di Harari, Jared Diamond. Ma sarà un terreno accidentato. Già ci sono feroci battaglie per una ricostruzione consensuale del nostro passato. Figuriamoci quante ce ne saranno per squarciare la nebbia sul nostro futuro.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...