Buran

Una delle storie più affascinanti dell’ingegneria aerospaziale è quella del Programma Buran, la risposta sovietica allo Shuttle americano. Tale programma iniziò nel 1974, quando i vertici dell’URSS, resosi conto che il Programma Apollo stava spegnendosi e che quindi lo sbarco “proletario” sulla Luna, nato per esigenze di propaganda, poteva essere rimandato sine die, diedero un libera tutti ai loro ingegneri spaziali, i quali, dovendo gestire i problemi connessi al taglio di budget, si orientarono come la Nasa allo studio di un velivolo spaziale riutilizzabile, progetto Buran.

Solo che, a differenza della controparte americana, i sovietici stavano pensando una soluzione che sarebbe stata la nonna del Falcon9 della SpaceX, basato sulla filosofia del piccolo, economico, facilmente costruibile, poiché erano consapevoli dei problemi produttivi della loro industria elettronica e meccanica.

Però, nel 1976, i vertici militari sovietici, per la notizia dei finanziamenti del Pentagono al progetto Orbiter, temendo che questi avesse una finalità militare, ci misero bocca: dato che i servizi segreti erano riusciti a ottenere delle foto di quanto era in costruzione a Palmdale, buona parte del Politburo si presentò nell’ufficio di capo del progetto missilistico sovietico Valentin Glushko, sbattendogliele sotto in naso e gridando

“O questo o la Siberia”

E promettendo fondi illimitati: ora, essendo le risorse sovietiche quelle che erano, ciò penalizzò gli altri progetti di esplorazione spaziale.

Così Glushko, che già in gioventù aveva rischiato di finire in un gulag, sì imbarcò in un impresa di reverse enginering di dimensione epiche: capire come diavolo funzionasse l’accrocco americano, replicarle secondo le possibilità tecnologiche e produttive sovietiche e secondo le richieste dei militari e quanto possibile ottimizzarle.

E questo portò a una serie di soluzioni originali:

  • Il Buran, avendo un uso militare e non scientifico, non solo doveva poteva essere guidato da un equipaggio ridotto, ma poteva compiere missioni e atterrare anche senza equipaggio;
  • Vista la pessima esperienza avuta con il razzo N1, il Buran aveva una propulsione autonoma molto ridotta; questa veniva fornita dal vettore Energia,soluzione adottate per ridurre il rischio di esplosioni in orbita. L’Energia era riutilizzabile e alimentato propellente liquido, nonostante le precedenti opinioni di Glushko, perché i propellenti solidi sovietici risultavano avere grossi problemi di tossicità;
  • Dato il propellente liquido, l’Energia non poteva avere camere di combustione di grandi dimensioni. Gli ingegneri sovietici, risolsero il problema adottando una soluzione modulare, che poteva essere utilizzata anche per la sempre sognata spedizione su Marte, sia per mettere in orbita la risposta sovietica allo Scudo Spaziale di Reagan;
  • Per i limiti costruttivi dell’industria aerospaziale sovietica, l’Energia aveva booster divisi in sezioni e non era rivestito di schiuma; soluzioni che, per i paradossi della vita, furono le cause degli incidenti mortali degli shuttle americani;
  • Essendo utilizzato in casi di crisi bellica,  il Buran doveva essere lanciato in tempi rapidissimi: per cui gli ingegneri sovietici progettarono, invece del fotogenico, ma macchinoso sistema di trasporto usato dalla Nasa,  uno assai più semplice: l’orbiter era trasportato in treno, in posizione orizzontale, presso la rampo, per poi essere messo in posizione verticale e agganciato all’Energia.

Il programma Buran però, per le inefficienze dell’industria sovietica, si trasformò presto in un pozzo senza fondo: benché fossero in progetto cinque navette, la 1.01, che il 15 novembre 1988 fu lanciata, in modalità automatica, priva di equipaggio, dal Cosmodromo di Bajkonur e percorse due orbite, atterrando senza problemi, la 1.02, completata al 97%, la 2.01, Baikal, differente come cabina di pilotaggio, completata a metà, le 2.02 e  2.03 appena iniziate, il progetto fu cancellato al seguito del crollo dell’Urss. Eltsin non volle più sapere, considerandolo rubli sprecati… Visto quanto è accaduto negli ultimi anni, con il senno di poi, fu un’enorme miopia.

Ben poco rimane del progetto: la Buran 1.01 fu ricoverata a Bajkonur, dove venne irreparabilmente danneggiato per il crollo del tetto dell’hangar in cui giaceva il 12 maggio 2002. Il 1.02 è ancora ospite presso il cosmodromo di Bajkonur, mentre il 2.01, assieme a un modello a scala ridotta dell’1.01 è esposto presso il Museo della Cosmonautica di Mosca…

Ma il destino forse più strano è toccato al 2.02 e al 2.03 i cui presunti pezzi furono venduti su ebay…

Detto questo, prima o poi potrei raccontare l’epopea di un imprenditore privato, che comprando la navetta 1.02, si mette a fare concorrenza ad Elon Musk e realizza, con l’Enegia, il sogno sovietico della conquista del Pianeta Rosso..

 

 

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2 thoughts on “Buran

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