Marchese De Seta

palazzo de seta

Spesso sento dire, anche da scrittori affermati, come lo steampunk non sia nella corda degli italiani… Affermazione che mi vede parzialmente in disaccordo: certo la descrizione delle atmosfere della Londra dell’Ottocento, con le sue nebbie e ipocrisie vittoriane, è di certo lontana dalla nostra sensibilità e, infilandola a forza nei nostri romanzi, rischiamo veramente di creare delle mediocre copie dell’originale.

Invece, la via italica allo steampunk deve basarsi sul riscrivere e revisionare il nostro Ottocento, argomento tanto interessante, quanto poco conosciuto. Per questo, ma immagino per scrivere qualsiasi sorta di romanzo, bisogna studiare e documentarsi. Strano a dirsi, in queste ricerche, oltre che libri e vecchi giornali, aiutano tanto le pagine su facebook dedicati alla storia locale: perché bene o male queste città sono parte della mia vita, mi limito a seguire quelli di Roma, di Milano e di Palermo, ma ce ne sono in giro di altrettanto interessanti…

In particolare in Palermobella, ovviamente dedicata a Balarm, ho letta storia del Marchese De Seta, che riadattata, assieme alle vicende di Raniero Alliata di Pietralliata, il principe mago, appariranno nel romanzo dedicato alle avventure panormite di Andrea Conti e del buon Boldini

Cito testualmente la storia, ringraziandone gli autori

Il palazzo De Seta del Foro Italico in stile neogotico ha vissuto una serie di peripezie che sono partite all’inizio degli anni Sessanta, quando il conte Gaetano Marzotto, l’industriale dell’abbigliamento, chiese all’amico Emanuele De Seta di vendergli il suo immobile per aumentare la ricettività dell’albergo Jolly e sfruttare i saloni antichi per banchetti e grossi eventi. Il marchese De Seta intravide un grosso affare e cominciò a tirare col prezzo. Dopo mesi di contrattazioni si arrivò ad un accordo. Il conte Marzotto invitò l’amico palermitano nelle sue proprietà di Valdagno e gli disse: “Allora lo prendo in affitto”. De Seta, dopo aver sentito la proposta economica, accettò. E poiché si trovavano di fronte due gentiluomini, per giunta amici, fu firmato un semplice preliminare in carta uso bollo. Il conte Gaetano Marzotto s’impegnava a corrispondere un affitto di seicentomila lire al mese e 200 lire per ogni persona che sarebbe entrata nel palazzo. E il marchese De Seta per iscritto prometteva di ristrutturare la dimora. Quest’ultimo fu felice di firmare quel compromesso, ma c’era il problema che non possedeva la somma per rimettere a posto l’enorme edificio. Così cominciò a bussare alle banche. Ma un mutuo di 180 milioni richiedeva del tempo. Dopo sette mesi fu la Banca Nazionale del Lavoro a concedere fiducia all’aristocratico palermitano. Cominciò il restauro e nello stesso tempo De Seta con tutta quella liquidità disponibile tornò a dissipare milioni ai tavoli verdi nei salotti romani. Nel frattempo il conte Marzotto decise di non espandere più il settore alberghiero, così non onorò l’impegno del compromesso e De Seta si venne a trovare col fondo schiena per terra. A quel punto la banca chiese il sequestro dell’immobile per recuperare il proprio denaro.

Il marchese, senza avvilirsi, alzò l’ingegno e dichiarò al Tribunale di Roma che la colpa dei suoi guai era la banca che gli aveva prestato i quattrini e nello stesso tempo gli aveva chiesto la immediata restituzione dimostrando di avere “la mira dell’espropriazione forzata del palazzo, per ottenere 180 milioni, un bene dal valore di circa un miliardo”.

Il De Seta sostenne che la Banca Nazionale del Lavoro, prestandogli quel fiume di denaro con l’ipoteca sul palazzo, era incorsa nel reato di circonvenzione di incapace.

Fu un romanzo giudiziario incredibile. A dare ragione all’aristocratico palermitano ci pensò il giudice istruttore di Roma Eraldo Capri, che rinviò a giudizio cinque alti esponenti del mondo bancario. Era il 1963 e il marchese De Seta aveva messo da poco alle sue spalle l’uso della cocaina, ma del suo enorme patrimonio gli era rimasto ben poco, soltanto quel bel palazzo di famiglia alla Kalsa.

Per quel nobile dai mille vizi non c’era denaro che bastasse. Il 12 dicembre 1992 venne pubblicato un avviso a pagamento dalla cancelleria del Tribunale di Palermo che metteva all’asta giudiziaria l’immobile in stile neogotico.

La vita di Emanuele De seta fu sempre avventurosa. Il suo amico del cuore era il principe Raimondo Lanza di Trabia. Insieme ne combinarono di cotte e di crude sin dall’infanzia. Qualche scherzo fu veramente pesante ed uno venne consumato ai danni di Pio XII. Il Papa stava male e ci fu un consulto tra alcuni primari. Dopo poco De seta telefonò al Segretario di Stato del Vaticano spacciandosi per uno dei medici che gli dava una notizia riservata, rivelatasi assolutamente falsa. Si sosteneva che il Papa avesse la sifilide. Prima che al Vaticano scoprissero la beffa di cattivo gusto trascorsero un paio di giorni. Intanto, il marchese se la rideva con gli amici.

La regina Maria José nel suo diario descrisse De Seta come “charmeur e tombeur de femme”. Era sempre al centro della dolce vita romana e passava da un’alcova all’altra, da un tavolo verde all’altro. Ma furono le esperienze terribili della seconda guerra mondiale a segnare la sua vita e ad avvicinarlo all’uso della droga.

 

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