La Macchina delle Quarantore

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Dopo aver accennato ai riti della Settimana Santa a Palermo, continuando a scopiazzare senza ritegno l’ottimo lavoro di Palermobella, un piccolo accenno invece a ciò che dovevano subire a Roma Beppe e Andrea.

Uno degli eventi più spettacolari, tra una predica, che nello Stato Pontificio non si negava mai a nessuno, una sacra rappresentazione e una Via Crucis, erano le Quarantore.

Per chi, come il sottoscritto, ha bazzicato poco il catechismo, queste sono il tempo intercorso tra il mezzogiorno del venerdì santo e l’alba del giorno della Resurrezione, ore in cui le anime pie avrebbero potuto vegliare il Santo Sepolcro.

La liturgia cattolica, per convincere con le buone i fedeli a non dare rette alle lusinghe protestanti, cominciò a celebrarle intorno al 1540, con una solenne ostensione del Santissimo Sacramento e decorando così in maniera teatrale l’altare.

A Roma l’uso si diffuse grazie al buon San Filippo Neri, che ne organizzò diverse nella chiesa di San Salvatore in Campo e nella sede di alcune Confraternite quali, Santa Caterina da Siena, Orazione e Morte, Trinità dei Pellegrini e Pietà dei Carcerati.

Diverse erano le forme di rappresentare l’esposizione nelle Quarantore: ad esempio i Cappuccini usavano una scenografia povera costituita da croci e corone di spine che richiamavano la Passione di Gesù mentre i gesuiti pagavano fior di baiocchi agli artisti, per queste architetture effimere, come per esempio Carlo Rainaldi, tanto che questi catafalchi, furono, in analogia con quelli delle processioni, definiti “macchine”, strumenti per provocare lo stupore del pubblico.

Anche l’Esquilino non fu esente da questa passione: il Borromini era responsabili della macchina delle Quarantore di Santa Maria Maggiore, che colpì l’immaginazione dei contemporanei con le sue false prospettive e il viaggiatore napoletano Andrea Dessì ne cita, una definita molto semplice, presso la chiesa dei Celestini a Sant’Eusebio e una a Santa Bibiana, progettata dallo scenografo del Teatro Barberini Francesco Guitti, delle quali, per lo meno per quanto ne so io, non ne sono rimaste testimonianze iconografiche.

A continuare queste tradizioni, a Roma non rimasta che la chiesa e Arciconfraternita di S. Maria dell’Orto a Trastevere che allestisce una struttura in legno intagliato e dorato, scolpita nel 1848 da Maestro Filippo Clementi, che ospita ben 213 candele vere che vengono accese il Giovedì Santo dopo la S. Messa i “Coena Domini”.

E mi piace immaginare i protagonisti dei miei romanzi, bambini a bocca aperta dinanzi a quelle luci, con il Principe Padre che alza le spalle, dicendo, che sarebbe il caso di mettere qualche lampadina, così, per amore della modernità..

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2 thoughts on “La Macchina delle Quarantore

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