Quel che resta di Balarm

Iscrizione

Se qualcuno, tempo fa, mi avesse chiesto cosa fosse rimasto di Balarm, avrei detto ben poco, citando l’harat al-Saqàliba, quartiere degli Schiavoni, che, anche se poco valorizzato, da un’idea dell’urbanistica e delle tecniche costruttive della città, i qanat, l’antica porta lignea della Kalsa, chiamata Bab el Fotik, da cui entrò nel 1071 Roberto Il Guiscardo, durante la conquista normanna di Palermo, al piano terra dell’Oratorio de li Bianchi, presso la chiesa della Santa Maria della Vittoria e qualche lacerto architettonico, come una colonna con un’iscrizione araba nel portico meridionale della Cattedrale di Palermo che riporta il versetto 54 della sura 7 del Corano, detta “del Limbo”, che recita

“Egli copre il giorno del velo della notte che avida l’insegue; e il sole e la luna e le stelle creò, soggiogate al Suo comando. Non è a Lui che appartengono la creazione e l’Ordine? Sia benedetto Iddio, il Signor del Creato!“

O le due colonne della chiesa della Martorana o la bifora della cappella di Santa Cecilia presso la chiesa della Magione, con l’iscrizione

“Dio è misericordioso”.

Poca roba, insomma… Invece, negli ultimi anni, sono stati fatte molte scoperte, che permettono di conoscere assai meglio Balarm, rispetto a Panormos… I principali sono l’identificazione, nella facoltà di Giurisprudenza della Bab al-hadid, la porta del ferro, che conduceva nell’Harat al-Yahud, ossia al “quartiere degli Ebrei”, quella della “Bab al-Sifà” o Safà (la porta della “fonte della salute” poi denominata Porta Oscura) i cui resti permangono all’interno di un cortile su via Venezia, gli edifici trovati sul Corso dei Mille in occasione dei lavori del tram, i resti di una probabile moschea e di una torre nei pressi della Magione…

A questi si aggiungono la corretta identificazione della sorgente di Garbali e delle torri d’acqua a Porta Montalto e i tanti indizi che sembrano confermare vecchie ipotesi: la pertinenza alla moschea dei Gami della cripta della cattedrale di Palermo e della sala ipostila sotto la cappella di Santa Maria Incoronata, la fase fatimide del Castello di Maredolce, i resti architettonici del Palazzo dell’Emiro nel convento della Gancia, il posizionamento di hamman a nel vicolo Ragusa e nel distrutto oratorio di San Calogero in Thermis alla Casa Professa, adiacente a quello ebraico, la fase costruttiva pre-normanna della Torre Busuemi del Palazzo del Conte Federico, che ingloberebbe la “Bab el Soudan” Porta dei Negri.

Le ultime scoperte, in tal senso, sono il camminamento delle mura arabe, a Palazzo Vernagallo, l’amate della baronessa di Carini e la porta monumentale di Vicolo San Giuseppe d’Arimatea.

Arimatea

Porta che apre una serie di interessanti prospettive: sia dalle notizie storiche, nel medioevo si apriva, in quell’area il piano di santa Marina, dove poi nel XVI secolo Giberto di Bologna marchese di Marineo realizzò il suo giardino detto “flora dei Bologni” acquistando dal Senato palermitano la proprietà di quello spazio, il che farebbe pensare a un ingresso a un’ampia piazza, sia la struttura urbanistiche, l’intrecciarsi di vicoli e cortili,ad esempio il cortile battaglia, cortile del musico, cortile di Ciantia o il cortile caruso in passato comunicanti tra loro, farebbe pensare di aver identificato finalmente l’antica Medina di Balarm.

Inoltre, data la simmetria con l’arco della Mesquita, farebbe pensare che possa esserci una fase costruttiva araba anche in questo, infine, date le similitudini con la porta Sant’Agata, questa potrebbe essere in realtà la Bab-sciantagath

Insomma, Balarm non è stata distrutta, ma ha soltanto cambiato aspetto e troppo spesso, come nella Lettera rubata di Poe, sia sotto i nostri occhi, anche se non riusciamo a riconoscerla..

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