La fatica di scrivere

merulana

Un paio di anni fa, almeno credo, fui trascinato dentro a un progetto di antologia dedicata, cosa che spesso capita in Italia, alle ucronie ambientate ai tempi del Fascismo.

Antologia, che tra l’altro non ho la più pallida idea se sia mai andata in stampa, curata da un grande vecchio della fantascienza italiana, Gianfranco de Turris; anche se la pensiamo in maniera opposta su un’infinità di argomenti, però ho imparato, grazie a quel progetto, ad apprezzarne sia la grande cultura, sia lo spessore umano.

All’inizio, provai ad appioppare De Turris l’antenato di quello che sarebbe diventato l’antenato di Marciare per non Marcire. Al di là delle diverse idee sulla guerra e sui generali italiani, il racconto, come spesso mi capita, era troppo lungo e quindi fu scartato; però i consigli che ricevetti, furono fondamentali per buttare giù la stesura definitiva del romanzo.

Poi, tentai il colpo gobbo: un racconto, una sorta di diario di Matteotti, in cui si raccontavano le vicende del rapimento di Mussolini, in un’Italia dominata dalla dittatura di D’Annunzio. Neppure questo piacque, perchè ritenuto, parole testuali di De Turris, troppo simmetrizzante.

Mancando il tempo materiale per scrivere alcunché, tirai i remi in barca. Però, quel tarlo, mi rodeva il cervello. Decisi quindi di trasformare il racconto sul rapimento Mussolini in un romanzo, ambientato all’Esquilino.

I motivi di questa scelta sono tre: il raccontare tante piccole storielle del Rione, i cui problemi si ripetono ciclicamente dalla sua fondazione,il prendere per fondelli i tanti quaquaraquà che in questi anni ho incrociato, per un motivo o per l’altro, a Piazza Vittorio e lo scrivere, come spesso accade nel mondo anglosassone, un pastiche postmoderno e parodistico, per omaggiare Gadda e Brancati.

Così nacque Come un tuono d’Estate, su cui mi gettai alla garibaldina, buttando giù capitoli su capitoli, perdendo, a un certo punto, il filo logico: grazie alle idee ispirate da un libro di inchiesta di Mauro Valentini, Cianuro a San Lorenzo, trovai una sorta di quadra.

Questo inverno, poi, ho deciso di provare a partecipare, con questo libro al Premio Urania: più per vezzo personale, che per altro… Sia per stile, sia per contenuti, sarei il primo ad essere sorpreso, in caso di un’improbabile vittoria… Il problema è che, per come era impostato, il libro era più un libro a la I Senza Tempo di Forlani, che un romanzo di fantascienza vera e propria.

Per evitare polemiche e perché trovavo l’idea di Aleister Crowley come cattivone troppo banale, ho deciso di dare retta al consiglio di Li er Barista

“Mettice du’ alieni, che spacchi…”.

Più facile a dirsi, che a farsi: però grazie anche alle chiacchierate con Davide Del Popolo Riolo, che alimentano la creatività, sono riuscito a infilarceli, questi extraterrestri… E per la prima volta in vita mia, per non perdermi nel filo della narrazione, stu buttando giù una scaletta… Ma che fatica !

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