Renato Costrini

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La democratizzazione dell’arte è forse l’evento più importante della cultura postmoderna e sotto diversi punti di vista, può essere suddivisa in due fasi principali.

La prima, sviscerata da Benjamin nel suo saggio L‘opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica è la cosiddetta democratizzazione della fruizione, dove l’opera, il cui godimento era limitato a un minoranza ristretta, colta e appartenente alle classi privilegiate, diviene accessibile al grande pubblico, grazie ai media del Novecento.

Tale operazione, decontestualizzando l’opera, da una parte la superficializza, riducendola a pura immagine, dall’altra, trasformandola in un contenitore vuoto, le permette di veicolare nuovi contenuti e messaggi, operazione compiuta dalla Pop Art.

La seconda, tipica del nostro tempo, è la democratizzazione della creazione: grazie a Internet, tutti possono proclamarsi pittori, scrittori, poeti e curatori, dando visibilità ai parti della loro creatività.

Se questo permette una fusione di idee, stimoli e visioni prima non immaginabili, creando un calderone di suggestioni raro nella storia umana, ha però lo svantaggio di nascondere sotto un infinito rumore le tante cose buone che vengono generate.

Per ogni artista, vi sono decine di millantatori, che spesso, meno valgono, tanto più sono presuntuosi: e in questo marasma, che vorrebbe livellare tutto, spesso si tende a svalutare l’impegno, la fatica e la téchne.

Impegno, fatica e téchne che costituiscono la base dell’arte di Renato Costrini, pittore dell’Esquilino, che a differenza di tanti altri colleghi del rione, antepone i fatti e il duro lavoro quotidiano a tanti proclami, tanto roboanti, quanto vuoti…

E in questi giorni un’antologica della sua produzione, che esplora generi e stili differenti, quasi una sintesi delle ricerche degli ultimi decenni dell’arte contemporanea, sarà visibile i prossimi giorni, presso la Galleria La Vaccarella, presso il vicolo della Vaccarella, 12.

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