Piccolo è bello

 

Quando noi pensiamo alle esplorazioni spaziali, molto spesso, a causa dei romanzi e dei film di fantascienza, siamo abituati a pensare che questa avverrà tramite enormi astronavi, in cui generazioni e generazioni di coloni vagheranno nel cosmo, alla ricerca di pianeti abitabili.

In realtà, vi è un ipotesi alternativa, basata sul principio del piccolo è bello, ossia nel mandare in giro nel cosmo tanti nanobot… Ipotesi non tanto peregrina, per i seguenti motivi:

  1. Le nanomacchine sono molto più semplici ed economiche da costruire di una grande astronave. Tramite loro è possibile implementare una strategia analoga a quella riproduttiva dei pesci: se ne possono in giro per l’Universo milioni, tanto, per quanto ci possano esserci sfighe a decimarle, qualcuno arriverà sempre alla meta o scoprirà qualcosa
  2. Essendo piccole, sono più facili da accelerare a velocità che siano frazioni di quelle della luce, anche usando per esempio delle vele solari.

Tuttavia, quest’idea è sempre rimasta nel vago, finché un annetto fa, quattro mattacchioni come Freeman Dyson, Stephen Hawking, Yuri Milner, ex fisico e miliardario russo, arricchitosi grazie alle sue scommesse su Facebook, Twitter e Spotify e Mark Zuckerberg, hanno deciso di provarla a realizzarla nel concreto lanciando il progetto Breakthrough Starshot, che ipotizza di esplorare con un approccio di questo tipo Proxima Centauri b, il pianeta pianeta extrasolare in orbita nella zona abitabile della nana rossa Proxima Centauri (componente C del sistema Alfa Centauri che si trova nella costellazione del Centauro), quello con il terzo ESI (indice di similarità terrestre) più alto tra tutti gli esopianeti conosciuti (0,87), dietro solo a TRAPPIST-1 d (0,90) e Kepler-438 b (0,88).

Il concept prevede, infatti, l’uso di queste tre tecnologie per creare un nanocraft. Piccolo quanto un francobollo, un cosiddetto StarChip è in grado di portare con sé fotocamere, equipaggiamento di navigazione e trasmissione dati, propulsore e batterie. Sempre attaccato ad una vela spaziale, detta LightSail.

“Questo è l’approccio alla ‘Silicon Valley’ del volo spaziale”,

spiega Yuri Milner,

“potendo essere prodotto in massa al costo di uno smartphone.”

La spinta per viaggiare ad altissime velocità arriverebbe da numerosi raggi laser emessi dalla Terra. Installando una serie di antenne, si unirebbero tutti i raggi per creare un potente laser diretto sulla LightSail. Alimentata in questo modo, secondo Hawking la nano-navicella riuscirebbe a raggiungere il 20% della velocità della luce, in modo che in circa 20 anni, qualcuno di questi nanobot possa raggiungere tale pianeta e trasmettere le informazioni scientifiche.

I problemi però sono soprattutto dal punto di vista ingegneristico:

  1. Si tratta di costruire una sonda di circa un grammo, che al contempo abbia sufficiente capacità computazionale per raccogliere, elaborare e trasmettere informazioni utili agli scienziati;
  2. Manca ancora un materiale adatto per la costruzione delle vele solari, che deve essere leggero, dello spessore di pochi atomi, robusto e resistente al calore;
  3. Trovare un modo di costruire un laser, per dare la spinta iniziale, della potenza di 100 gigawatt, capace al contempo di concentrare il raggio entro 0,3 millisecondi d’arco.

Forse un paio di anni fa, avrei definito la sfida impossibile, ma con l’avvicinarsi della singolarità, sono sempre più ottimista..

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