Pop Surrealism e Street Art

 

Una delle cose che mi hanno lasciato perplesso della mostra Cross the Streets è stata l’affiancare, alle opere di street art, quelle dei pittori Pop Surrealism.

Ora, non perché io abbia preclusione nei confronti del Lowbrow... Anzi, tra i miei amici, posso vantarmi di avere parecchi pittori italiani che si dedicano a tale genere: però, secondo la mia personale e contestabile opinione, Pop Surrealism e Street Art, nonostante siano figlie dello stesso calderone, di ribellione contro la società postcapitalista e di recupero postmoderno dell’immaginario visivo del Passato, hanno una profonda differenza, riconducibile, per fare il figo, al discorso fatto dal buon vecchio McLuhan in Understanding Media: The Extensions of Man, ossia che è importante studiare i media, e la pittura lo è, non solo in funzione dei contenuti, dell’immagine rappresentata, ma  soprattutto in base ai criteri strutturali con cui organizzano la comunicazione.

Di fatto, la struttura comunicativa di ogni medium suscita negli utenti-spettatori determinati comportamenti e modi di pensare e porta alla formazione di una determinata forma mentis; quindi la struttura rende il medium non neutrale.

Il Pop Surrealism ha come medium la tradizionale pittura da cavalletto, quello che McLuhan definirebbe un medium freddo, che dialoga one to one con il singolo fruitore, che proietta nell’immagine il suo inconscio, con le sue pulsioni e paure.

Proprio perché viviamo in tempi caratterizzati all’omologazione culturale, alla timore per la singolarità e alla nostalgia di tempi meno complessi, tendiamo a leggere in tale ottica tali quadri.

La Street Art, invece è un medium caldo, che non parla al singolo, ma a comunità e che non è fisso nel tempo, ma che muta, in funzione dei tag e del tempo atmosferico.

Essendo la rappresentazione di una società, con i suoi miti fondativi e le sue utopie, che per esempio a Roma possono variare da Rione a Quartiere, le sue opere sono viste come non omologate e omologanti e al contempo, sono percepite come strumenti di lotta e riappropriazione del proprio futuro

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