Chi s’ è arrubbata ‘a monnezza de Roma ? (Parte II)

 

Anni fa, un mio amico, editore di fantascienza, mi disse che non avrei mai avuto successo, perché mettevo troppa politica nei miei romanzi e racconti; forse ha ragione, ma non ne posso fare a meno.

Mettiamola così, sono un vecchio residuato bellico degli anni Settanta, che pensa come la scrittura, anche la più disimpegnata e superficiale, sia politica: perchè prende atto delle follie e delle contraddizioni del Reale e tenta di cambiarle con la Parola.

Per questo mi illudo di essere come il Cirano di Guccini.

Venite pure avanti, voi con il naso corto,
signori imbellettati, io più non vi sopporto,
infilerò la penna ben dentro al vostro orgoglio
perché con questa spada vi uccido quando voglio

Prima di smettere con le mie chiacchiere e lasciarvi alla seconda parte del racconto, piccola nota a margine, a uso dei miei parenti: zia Olga non ha strani scheletri nell’armadio, solo mi piaceva celebrare così la sua indomabile energia

Parte II

Dopo un paio di settimane, la situazione stava diventando ridicola: non si poteva gettare una cartaccia, un torso di mela, una buccia di banana nella spazzatura, che appena si girava lo sguardo, questa scompariva nel nulla. I sindacati dell’AMA, all’inizio felici, per la riduzione del lavoro, cominciarono a brontolare preoccupati, temendo impatti sull’occupazione.

Il Movimento si lamentò, accusando il governo degli Stati Uniti di un complotto, per screditare l’amministrazione capitolina; un attivista dell’Esquilino disse di aver visto agenti della CIA rubare i suoi sacchi della raccolta differenziata.

Dopo una colluttazione, raccontava, in cui le spie americane avevano avuto la peggio, queste avevano confessato che la monnezza romana fosse una preziosa materia prima per vari usi:  le scie chimiche, i  vaccini ed enormi asteroidi artificiali in orbita attorno alla Terra, su cui  Washington avrebbe piazzato delle armi a microonde, per ridurre il nostro pianeta a parco giochi per i rettiliani.

L’ambasciata di via Veneto dovette scrivere una smentita ufficiale, in cui si affermava che, per la nuova direttiva governativa buy american, per qualsiasi uso, proprio o improprio, dell’immondizia, si dovesse utilizzare esclusivamente materia prima statunitense.

Un altro militante del movimento, che millantava di essere un grande pittore, ma, traversata via Giolitti, era sconosciuto ai più, diede colpa ai pappagalli. Secondo lui, era tutto un complotto di tali pennuti, che stavano utilizzando la monnezza romana per costruire dei pesantissimi nidi, che avrebbero sradicato tutti gli alberi dell’Amazzonia. Fatto questo, i diabolici volatili avrebbero ricattato l’ONU, i Savi di Sion e  il Club Bilderberg, per ottenere il dominio globale.

Il segretario del partito che una volta sosteneva l’indipendenza della Padania, disse che era tutta colpa degli immigrati clandestini:  il che diede il la a una manifestazione di un movimento di estrema destra, che bloccò i tram a via Napoleone III, al grido

Monnezza agli italiani

Una politicante del I Municipio, usa a cambiare più casacche di partito che vestiti, diede la colpa alla luce dei LED: così un paio di associazioni del rione Monti, quattro persone, sei cani e otto gatti, organizzarono una fiaccolata di protesta, che ebbe un’opportuna visibilità sui media. Su un paio di siti sovranisti, fu dato il merito della rinnovata pulizia romana al presidente della Russia, il quale né smentì, né confermò.

La maggior parte dei quiriti, però, applicando l’antico detto

Io so’ meticcio e de ‘st’affari nun me impiccio

invece si limitò a prendere atto della situazione, senza porsi eccessive domande…  Tanto, finché dura, fa verdura.

Questa era la situazione, quando andai a trovare zia Olghetta: una centenaria vispa, vestita come una figlia dei fiori, che abitava a Garbatella, ottima pasticciera e grande consumatrice di metanfetamina.  Tanto, alla sua veneranda età, nessuno poteva spedirla a Rebibbia. E lei ne approfittava impunemente, avendo messo su, nella sua soffitta, un laboratorio chimico che avrebbe provocato l’invidia di Walter White.

C’era la fila, per comprare il suo shabu…  Non che ne approfittassi: al massimo, quando ero ragazzo, avevo fumato qualche canna, smettendo dopo una pessima esperienza con la salvia divinorum. Però zia era la matriarca della mia famiglia, l’unica sorella vivente del mio bisnonno, e conoscendo il resto del parentado, la meno disfunzionale. Mi piaceva parlare con lei, sorseggiando tè alla menta e mangiando tiramisù, con i suoi tre gatti,  Chandra, Hanumat e Kubera, che mi facevano le fusa.

Non ricordo come, ma un pomeriggio cominciammo, come  tutti i romani, a parlare della monnezza.

“Zia, forse la colpa è di qualche strano esperimento che stanno facendo al Cern di Ginevra…  Così mi raccontava un amico, la cui fidanzata ha un cugino, che vive vicino al laboratorio del Gran Sasso. Qualcosa sui neutrini e sulla materia oscura… Hanno creato migliaia di microscopici buchi neri nei secchioni e nelle pattumiere dei romani, per alimentare il big bang in un universo parallelo”.

Zia Olga scosse il capo.

“No, sono stati i mazzamurelli !”.

“Chi ?”.

“Sono degli spiriti dispettosi, che appaiono come omini brutti e pelosi, con una tonachina color tabacco, scalzi e un cappellino da vescovo in testa… Loro sono tanto dispettosi e sospetto che stiano architettando qualche tiro barbino a loro vantaggio o a servizio del gran mago Pietro Baillardo…”.

“Zia, secondo te posso credere a una sciocchezza del genere ?”.

“Nipote mio, io li ho visti…”.

Per rispetto dei suoi capelli bianchi non attaccai a ridere, né le consigliai di andare piano, con le pasticchine colorate che ingeriva a tutto spiano. Mi limitai ad annuire, commentando con

“Davvero ?”.

“Sì, sì un paio di sere fa… Se vuoi farlo anche tu, infila dei sassolini nelle tue pantofole, la notte, oppure lascia una bottiglia di vino in giro, ma di quello buono…  Ai mazzamurelli piace bere, ma reggono poco l’alcool… E mi raccomando, se vuoi convincerli a parlare, togli loro il cappello”.

Continua 

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