Il Cantiere d’Assisi (Parte II)

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Per tornare al discorso sul cantiere di Assisi, i vari studiosi, dopo una serie di discussioni senza fine, peggiorate dal fatto che non si trovano documenti probanti, si stanno orientando sulla cosiddetta cronologia corta, che fa risalire l’inizio della decorazione della Basilica Superiore all’epoca di Niccolò IV, pontefice francescano. Testi che mi pare, ma non vorrei sbagliarmi, sia stata sostenuta la prima volta da Luciano Bellosi, basata sia su argomenti stilistici, sia su argomenti storici. I principali sono

  • Gli stemmi di Niccolò III, rappresentati da Cimabue sono troppo piccoli e visibili solo con un potente binocolo per voler rappresentare un omaggio al pontefice regnante. Più probabile che Cimabue abbia voluto dipingere una fedele riproduzione del Palazzo Senatorio dell’epoca;
  • La decorazione della basilica è omogenea da un punto di vista tematico e degli ornamenti e frutto di un programma chiaramente unitario: gli affreschi di abside e transetto non possono essere troppo distanti da quelli della navata, che devono essere stati terminati entro 1297, anno in cui la famiglia Colonna, omaggiata ne La Liberazione dell’Eretico de le Storie di San Francesco, cade in disgrazia;
  • I cosiddetti francescani spirituali, invocando il diretto insegnamento di povertà di San Francesco, si rifiutavano di arricchire i luoghi di culto francescani con opere d’arte. La linea spirituale prevalse nel capitolo generale di Narbona (1260) e ancora nel capitolo generale di Assisi del 1279 quando venne ribadita la scelta aniconica (senza immagini della divinità). Tuttavia la chiesa fu dichiarata dal pontefice Niccolò IV una basilica papale, scavalcando le norme dei francescani sulla povertà e la sobrietà.

Per cui, il periodo di esecuzione di tutta la decorazione va dal 1288, anno in cui la Basilica Superiore viene definita come basilica papale, al 1296: una compressione dei tempi, che implica come le varie botteghe che vi lavorarono procedettero in parallelo, scambiandosi idee, tecniche e maestranze.

Nel 1288, quindi, viene definito il programma complessivo della decorazione: programma che deve essere stato buttato giù in tempi rapissimi, tra il 16 maggio 1288, data in cui Matteo d’Acquasparta, ministro generale dell’ordine francescano, divene cardinale di San Lorenzo in Damaso e l’elezione a nuovo ministro generale di Raymond de Gaufredi, simpatizzante degli spirituali e quindi poco convinto dell’utilità di dipingere le chiese.

Programma che viene definito da Matteo d’Acquasparta e da Iacopo Torriti, che oltre ad essere uno dei pittori pontifici, per il suo stile classicista che riprendeva e riattualizzava quello paleocristiano, era anche un frate minore.

Proprio questo incarico fa pensare come, dato che non si poteva affidare un tale incarico al primo arrivato, debba essere anticipato di almeno una decina d’anni. Comunque sua Iacopo, vista la mole del lavoro, decise di coinvolgere oltre alla bottega per il Papa, quella di Cimabue, che pur essendo toscano, bazzicava la stessa committenza, essendo stato nel 1272 a Roma e avendo due o tre anni prima realizzato la Maestà della Basilica Inferiore, e il misterioso Maestro Oltremontano, un pittore inglese, di cultura figurativa gotica.

Intorno al 1291, vi è un cambio di gestione nel cantiere: Iacopo Torriti viene chiamato a Roma, dove è incaricato di decorare l’abside di San Giovanni, incarico ben più prestigioso di Assisi, Cimabue torna a Firenze e del Maestro Oltremontano si perdono le tracce.

Così, la direzione della bottega toscana, che in termini di forza lavoro pare essere stata la più numerosa, da alcuni conteggi risulterebbe essere costituita da una quindicina di persone, viene presa dal Maestro della Cattura, forse Gaddo Gaddi e quello dell’Andata al Calvario, che dovrebbe essere il buon Giotto.

La bottega romana è affidata al Maestro d’Isacco, probabilmente Pietro Cavallini, che essendo Petrum de Cerronibus, probabilmente era nato all’Esquilino e che essendo nato nel 1240, era il babbione del gruppo, e al Maestro della Pentecoste, di cui poco si sa, tranne che, per motivi stilistici, doveva aver bazzicato il Maestro d’Oltralpe

La bottega inglese, di quattro gatti, è presa in carico dal Maestro del Compianto.

Il Maestro d’Isacco, essendo il più autorevole ed esperto della banda,  avendo alle spalle la decorazione della Basilica di San Paolo fuori le Mura, svolgeva il ruolo di prothomagister ossia occupava del punto di vista progettuale e organizzativo, di normalizzatore, incaricato a far sì che il risultato finale fosse omogeneo, e sollicitator fabricae, una specie di controllore dell’efficienza del cantiere, finalizzato a una solerte e valida conclusione dei lavori.

E con questi ruoli da una parte, con il suo classicismo nel rappresentare la figura umana e l’attenzione per la spazialità, influenza le altre botteghe, dall’altra cambia il metodo di lavorare, trasformandolo da “ponteggio” a “giornata”, razionalizzando così tempistiche e risorse, modolità che diventerà standard, tanto da essere utilizzata persino nella moderna street art.

Razionalizzazione che, vista l’omogeneità delle proporzioni di molto delle figure presenti negli affreschi, potrebbe far pensare all’utilizzo dei patrones, figure sagomate e disegni su carta oleata o cerata che servivano per semplificare la realizzazione delle sinopie

Così dal 1294, in poi, il tour de force affronta le storie di San Francesco: il Maestro d’Isacco, con la sua bottega romana, esegue gli affreschi che vanno da San Francesco dona il suo mantello al Povero, alla Visioni dei troni. Dalla visione di San Francesco alla Visione di Frate Agostino gli affreschi sono opera della bottega toscana, capeggiata da Giotto, mentre i rimanenti, tranne una parte di Francesco davanti al Sultano a liberazione dell’Eretico, farina del sacco del Maestro della Pentecoste, sono frutto della bottega inglese, forse guidata sempre dal Maestro del Compianto, con lo stile aggiornato secondo le novità romane e fiorentine.

Nel 1296, l’impresa termina: il Maestro d’Isacco alias Cavallini torna a Roma, per dedicarsi alla decorazione di Santa Maria in Trastevere, Giotto torna a Firenze, per godersi i frutti del lavoro fatto, portandosi dietro un linguaggio più moderno rispetto al resto della bottega di Cimabue e il Maestro del Compianto va in Nord Italia, vagabondando tra Piemonte e Lombardia, dando così un contributo alla nascita della scuola padana del Gotico Internazionale.

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